Hunger: la lotta dell’IRA ed il corpo di Bobby Sands

Il bellissimo film inglese di Steve McQueen, vincitore della Camera d’Or a Cannes e proiettato allo scorso Festival di Torino, è nei cinema europei da fine 2008. A quando (se ci sarà) l’uscita italiana?

Chi sa se lo vedremo mai in Italia, nelle sale normali intendiamo, e non nell’ormai circuito alternativo dei festival. Del resto, a chi interessa vedere un’ora e mezza di sofferenza rinchiusa nelle quattro mura di una prigione, a chi interessa vedere un corpo rigoglioso e forte che piano piano sullo schermo diventa esile, morente, spento? A chi interessa, soprattutto, un film che parla di Irlanda del Nord e di IRA? A molti in realtà, ma non in Italia, dove la maggioranza dei film “impegnati” e di qualità che in molti paesi d’Europa e del mondo vengono distribuiti semplicemente non arriva, o arriva in un numero esiguo di copie.
Hunger probabilmente non arriverà mai a queste latitudini, e se verrà distribuito sarà solo in numero molto basso di copie. Eppure quello di Steve McQueen (no, non quello de La grande fuga, è solo un omonimo) è un grande film, Cinema con la c maiuscola. Si parla dell’IRA, l’Irish Republican Army, e di quella battaglia epica che condussero i prigionieri dell’organizzazione nel 1981 per il miglioramento delle loro atroci condizioni di prigionia.
La prima metà del film è una lunga introduzione. Seguiamo, più o meno parallelamente, un militante che entra in prigione e viene catalogato come “non conforme”, scegliendo di non vestire la divisa da carcerato, e un secondino, che ci viene descritto come uno dei più feroci. Per tutta la prima parte vediamo la vita, o meglio la non vita, dei prigionieri dell’IRA, e le vessanti ed umilianti operazioni della polizia inglese. Circa a metà film, assistiamo ad un lunghissimo dialogo, camera fissa e a media distanza, tra Bobby Sands, leader dell’IRA, ed il prete che cerca di dissaduerlo dall’iniziare lo sciopero della fame per il miglioramento delle condizioni carcerarie ed il riconoscimento dei più basilari diritti umani. Ma lo sciopero comincia, e la seconda parte del film è una lunga immersione nel corpo e nell’anima di Bobby Sands: lo vediamo dimagrire, non riuscire più a muoversi, sentiamo il dottore che scandisce i nomi dei problemi che sta accumulando, i genitori preoccupati, le piaghe da decubito, la morte che si avvicina. Lo stile è asciutto, i primi piani sono quasi un manifesto stilistico, servono a scavare dentro i corpi, a renderci quanto mai partecipi di quello che sta succedendo. Le mani piene di sangue dei suoi carcerieri sono molto più di una metafora. Quasi come contro parte, vediamo anche i ricordi ed i sogni di Bobby Sands, vediamo il cielo d’Irlanda, un bambino che canta orgoglioso il suo essere di Belfast.
E poi, alla fine, i suoi occhi si chiudono, e noi ce ne andiamo quasi a lasciarlo solo, anche se la schermata nera con le didascalie ci ricorda che la lotta non è stata vana. Si esce dal cinema scioccati, pieni di rabbia, ma consapevoli di aver visto un film di altissima qualità.

per Zabriskiepoint

hunger

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2 responses to “Hunger: la lotta dell’IRA ed il corpo di Bobby Sands

  • Maria Carla

    bella.
    la mia impressione personale (che non ho avuto tempo di comunicarti perchè quel giorno faceva un freddo fottuto e volevo andare a casuccia) è però diversa. insomma, di solito questi film “politici” (penso a Ken Loach in primis) in un modo o nell’altro creano delle figure eroiche che con il loro sacrificio aiutano lo spettatore ad identificarsi e, quindi, ad abbracciare il sistema di valori che promuovono. qui invece no, ed è per questo che secondo me il film disturba. le ragioni credo siano diverse. primo, l’eroe propriamente detto compare a film inoltrato, e non abbiamo una voice over che lo presenta (neppure la sua), è uno tra gli altri. secondo (ma forse molto dipende dall’incomprensibile accento irlandese del colloquio) le ragioni del suo sacrificio non sono adeguatamente verbalizzate, anche durante lo sciopero. c’è solo un uomo che muore, e nel farlo il suo corpo si disfa orribilmente sotto i nostri occhi. non è un’eroe, è una vittima che come gli altri corpi bellissimi dei carcerati va al martirio, secondo un’estetica quasi cristologica (uh parlo difficile). queste immagini mi hanno lasciato rabbia dettata da impotenza, in cui le domande che si succedevano erano “Perchè” e “Perchè proprio così”. forse l’efficacia del film sta nel dimostrare quanto la lotta politica sia meno sublime ed eterea di quanto immaginiamo, meno animata da ideali e più semplicemente connessa alla basilare opposizione tra corpi. (questo è proprio vaneggiamento, lo so.)
    baci

  • fashionismyprofession

    forse dovevi mettere maggiore attenzione sul bellissimo bellissimo discorso tra l’immenso fassbender e il parroco…il fulcro del film in cui secondo me si raggiunge l’apice…cmq fassbender come bale in the machinsit ( e a quanto pare come nel suo nuovo film the fighter)

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