L’informazione, le carceri, i barconi

I pensieri prima di andare a letto di Francesco.

Immaginate di sentire una fortissima scossa di terremoto a casa vostra, immaginate di vedere i vicini scendere in strada allarmati e sentire i palazzi crollare, immaginate il panico nel trovare la porta di casa inceppata e non riuscire ad aprirla. Il terremoto in carcere è più o meno così. Trovarsi sbarrato dentro una cella superaffollata mentre fuori gli agenti corrono, mentre ogni millimetro del tuo corpo e del tuo cervello ti chiede di scappare e raggiungere un posto sicuro, dove il tetto non possa crollarti addosso da un momento all’altro, dove non essere costretti nel panico dei topi in gabbia: credo ci si possa trovare in poche situazioni più terribili di questa. Ci sono oltre 1700 detenuti in Abruzzo. Anche loro hanno vissuto delle giornate terribili e non li ha menzionati praticamente nessuno, se non per rassicurarci sull’assenza di pericoli di fuga. La seconda cosa riguarda il barcone affondato al largo della Libia appena una settimana fa. Morirono oltre trecento persone, ma potrebbero essere state anche molte di più: la cifra precisa non la sapremo mai. Conosco bene le logiche dell’informazione e capisco che per vicinanza, drammaticità, fatalità e possibilità di immedesimazione, le due tragedie non sono paragonabili e sarebbe sciocco chiedere una copertura mediatica similare. Però continuo a chiedermi come abbiamo potuto parlare così poco di un disastro così grande.

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