Il dottore della bici

Chiunque abbia una bicicletta, e le voglia bene, insomma non la usi solo una domenica a primavera e poi in cantina il resto dell’anno, sa quanto sia importante avere un buon dottore della bici. Per intenderci, uno che la prende, la sbatte in un angolo, e ti dice con fare sardonico “vabbe’ c’ho un sacco da fa, viettela a pia’ domani, spero sia pronta”: uno cosi’ lo fa di mestiere, magari gli piace anche, ma non e’ un buon dottore della bici. Un buon dottore della bici sa dedicare attenzione e cura al tuo mezzo, la prende dolcemente, la mette bene in vista, ti rassicura che il danno non e’ serio, che presto tornera’ quella di prima, e tu vai via dall’officina soddisfatto, sapendo che la tua piccolina e’ in buone mani.

Il mio dottore della bici a Roma, per esempio, ogni volta che gli porto la mia gialla mi guarda con l’aria di dire “ma che hai fatto stavolta” ma so bene che non gliene importa proprio nulla di quello che ho fatto io, ed e’ solo la bici che gli sta a cuore. Quando esco dalla sua officina, a piedi, e cammino in quella stradina sono tranquillo, nonostante la piazza sia piena di manifesti piuttosto inquietanti e nonostante il collega del mio dottore della bici (quello che sta al bancone e si prende i miei soldi, non pochi spesso, perche’ un buon dottore della bici costa) una volta mi abbia dato un volantino di un candidato dell’Udc, argomentando che “sai, non si tratta di politica, ma questo fa una buona iniziativa per le piste ciclabili…”

Che il mio dottore della bici qua a Londra, un raver sui trenta, fosse uno in gamba l’ho capito l’altra settimana e ne ho avuto la conferma oggi. Non e’ solo e tanto il lavoro che fa, meticoloso, veloce e preciso, ma se il dottore e’ bravo lo si capisce sempre dai piccoli particolari. La scorsa settimana the Black One (la mia bici londinese) ha avuto un brutto incidente, la rottura del mozzo centrale (quello dei pedali). Quando sono andato a riprenderla, dopo un paio d’ore, mi ha accolto dicendomi “she is downstairs, she is fine”: non ha usato “it”, come un profano avrebbe fatto, ma “she”, trattandola come un essere vivente.

Oggi ci sono tornato, la catena gira in modo anomalo, ero preccupato. Ha preso la bici in mano, ha fatto girare la catena, ha ispezionato la ruota dietro, e mi ha guardato malissimo “always clean it, you must always clean your bike with soap and hot water”. Deve aver pensato tutto il peggio di me, che non pulisco la mia bici, in quei pochi secondi.

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