Archivi del mese: luglio 2009

MacCagnola

Stamattina al nuoto c’era una tal Cristina Maccagnola che faceva i 50m di quello strano stile dove si muovono tutti. Quelli che scrivevano i nomi sulle schermate tv pero’ probabilmente non sono italiani, e cosi’ hanno pensato bene di scrivere “Cristina MacCagnola”.

L’ho trovato molto divertente.


Fabio Stassi, La rivincita di Capablanca

Prima di metter su questo blog ho scritto cose che sono rimaste in giro per la rete (e altre che no, purtroppo). Una di queste e’ una recensione di questo libro. E siccome del suo autore vorrei riparlare presto, incollo qua sotto la recensione uscita ad ottobre 2008 su Il Manifesto e che fortunatamente e’ presente sul sito della Miminum Fax.

La palingenesi impossibile di Capablanca
di Luca Peretti
Il Manifesto – 27 ottobre 2008

Lo chiamavano il Mozart degli scacchi, Josè Raul Capablanca y Graupera, certamente uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, un giocatori imbattuto per sei anni da world champion e per centinaia di partite. Si era avvicinato alle trentadue statuine che andavano su e giù sulla tavola quadrata, all’età di cinque anni (era nato a L’Avana nel 1888), a soli 13 diventa campione «morale» di Cuba (l’incontro contro Corzo era infatti non ufficiale). Nel 1921, a soli 32 anni, è campione del mondo spodestando lo scacchista-filosofo Emanuel Lasker, in carica da un decennio in un match entrato di diritto alla storia degli scacchi.
Capablanca è uno degli scacchisti più vincenti di sempre, capace di affrontare decine di tornei arrivando sempre primo o al limite secondo o terzo. In un’epoca di grandi giocatori, la sua bestia nera fu solo una, Aleksander Alechin, nonostante fu naturalmente sconfitto anche da alcuni altri campioni con cui si misurò. Ma con quel russo fuggito dalla rivoluzione e che poi sposò la causa nazista la rivalità fu sempre più importante, soprattutto perché Alechin fu capace di portargli via lo scettro di campione del mondo. I due si affrontano nel 1927, in un incontro fiume che si conclude con 6 vittorie per il Alechin, 3 per Capablanca e ben 25 pareggi. Da allora, Capablanca aspetterà i restanti anni della sua vita una rivincita che non arriverà mai.
Da qui prende spunto il terzo romanzo del bibliotecario prestato alla letteratura Fabio Stassi, intitolato proprio La rivincita di Capablanca. È una sorta di biografia romanzata, prendendo in esame sia la vita di giocatore sia quella privata. Perché «Capa», oltre che un quasi imbattibile giocatore di scacchi, era anche un inguaribile donnaiolo, nonostante il secondo matrimonio con la «principessa» georgiana Olga sia stato piuttosto felice. Un «malinconico e fascinoso viveur» come la ha definito Stefano Gallerani su Alias. Ma era anche un uomo debole, con alcune ossessioni, tra le quali, non ultima, un’eleganza cercata e ostentata fino quasi all’eccesso (nelle sue bellissime foto in bianco e nero ha sempre una posa da vero dandy).
Stassi, con una prosa fluida e ammaliante, ci restitusce il profilo di questo personaggio a metà tra la storia e la leggenda. E ci parla della rivincita mancata, la vera grande ossessione della vita del giocatore cubano. È un romanzo di uomini ma è anche un romanzo di pezzi di legno, intesi come i pezzi degli scacchi. Cavalli, torri, alfieri, re e regine prendono vita, sono dotati di una propria personalità al pari degli esseri umani, e compongono infiniti schemi sulle pagine del libro talvolta difficili da seguire ma in cui perdersi è un piacere. E se gli scacchi sono una metafora della vita, «Capa» ne è una delle più chiare dimostrazioni, arrivando a fondersi quasi con la scacchiera, andando oltre, annullandosi nella metafora stessa: «la verità era che la vita rappresentava per lui una pausa dalle fatiche del gioco».
Sessantaquattro brevi, talvolta brevissimi capitoli, come le caselle degli scacchi. Sessantaquattro passi in un viaggio alla scoperta di un uomo e di un gioco geometrico e irregolare, per scoprire che in fondo il sogno di un pedone è sempre quello di «cambiare natura. Raggiungere l’ottava traversa. Non rassegnarsi all’infelicità del proprio stato. La chiave di tutto era nell’ansia della metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regine».


BABY MAMA

di Michael McCullers

Kate (Tina Fey) è una donna in carriera. Ancora abbastanza giovane (37 anni), ha scalato le posizioni dell’azienda dove lavora ed ora le è stato affidata la gestione dell’apertura di un nuovo supermarket vegetariano. Ha l’aria sfigatina e da secchiona, pensa solo al lavoro, si diverte poco, e, date le premesse, è naturalmente single. Però vorrebbe tanto un figlio. Le prova tutte, inseminazione artificiale, adozione, eccetera, ma non può averne.
Allora ricorre ad una costossima agenzia che si occupa di trovare una “madre surrogata”, che permetta insomma di poter affittare l’utero. Ma Kate dovrà seguire tutto il processo sin troppo da vicino, perché la Angie (la madre surrogata) si installerà in casa sua dopo aver rotto con il fidanzato.
La gran parte del film sta in questa dinamica: Angie, giovanissima, ignorante, senza lavoro, dai quartieri superpopolari si trasferisce nella ultra posh, borghese e ipertecnologica (ma anche tanto vuota) casa di Kate. Due donne svilupperanno un rapporto che diventa dalla sola convenienza (io mi metto in pancia il tuo bambino, tu mi paghi e pure tanto) ad un rapporto più umano. Assurdo, ma umano. Per accadere vengono meno, almeno per una parte di film, i concetti di potere e divisione di classe.. Poi anche Kate si innamora, e questo scioglie un po’ il tutto.
Insomma, siamo di fronte ad una commedia americana, mainstream, popolare e destinata ad un ampio pubblico (anche se in Italia esce in un periodo di bassissima stagione cinematografica). Ma, nonostante le premesse, non è assolutamente un film stupido e da buttare. Non solo è ben fatto e ben recitato, ma ha il pregio anche di porre interrogativi interessanti. Si parla di problemi attuali nelle società occidentali, analizza i concetti di volere (un figlio a tutti i costi) e potere, mettendo a confronto una donna proveniente dai sobborghi, cresciuta a pane e televisione, con una “seria” donna in carriera. Non succede nulla di incredibile, inaspettato, particolarmente intelligente, c’e’ anche l’happy end in agguato, ma il film non scade mai, e si sorride anche un po’.

per Zabriskiepoint


Trenitalia che ne sa

In questi anni di frequentazioni costanti con le Ferrovie dello stato e Trenitalia me ne sono successe un po’. La cosa piu’ assurda ad oggi era quella volta che alla stazione Termini ho spiegato ad un bigliettaio sull’orlo della pensione come funzionava una promozione internazionale (credo fosse RailPlus), e quello, devo dire molto umilmente, si scuso dicendomi “scusa sai, ma co’ tutta ‘sta robba nuova nun ce sto a capi’ niente, e te ne sai piu’ de me”.

Ma oggi la bigliettaia della stazione Trastevere si e’ superata. Devo dire a sua discolpa che era sola a gestire un discreto casino: treni cancellati, tabelloni rotti, un mare di gente in giro. Ma lei, senza divisa (chissa’ perché) dietro al suo gabbiotto non sembrava troppo preoccupata. Le chiedo se il treno annullato che va a Viterbo e’ quello che ferma ad Anguillara. Risponde “e io che ne so, ME LO DEVE DIRE LEI”.

Ne sono sempre di piu’, voglio fare il bigliettaio a questo punto.


Riflessioni sparse leggendo L’Unita’, 20 luglio 2009 – parte 2

– Meravigliosa storia a p. 41: Henry, dopo oltre sei anni di convivenza con Pepper, e’ andato a vivere con Linda: finisce cosi’ la storia gay simbolo di San Francisco. Per la cronaca, trattasi di pinguini che stanno allo zoo (devo ammettere che poi ho integrato la notizia con la lettura di quanto riportato dal Corriere. Henry non lo avrebbe fatto perché non ama piu’ Pepper, ma perché vivendo con Linda appena diventata vedova eridita lo status di capo della comunita’. Insomma, anche i pinguini sono opportunisti).

– a p. 44 e 46 il povero Cosimo Cito (che e’ uno bravo) deve scrivere di ciclismo (Tour de France) e tuffi (della Cagnotto). Me lo immagino spostarsi di corsa dalla sala stampa del Foro Italico dove magari vedeva la tappa alla piscina dei tuffi e viceversa, per scrivere di cose comunque cosi’ diverse.

– a p. 47 Malcom Pagani, che e’ uno bravo anche lui, fa un’intervista (suppongo molto spinta dall’ufficio stampa “dell’artista”) a Giovanni Allevi. Su questo genere di interviste al “virtuoso” della musica italiana e’ stato gia’ detto tutto, e bene, qua. Insomma, era una roba del tutto evitabile.

– a p. 47 ancora, Gianluca Barca pontifica sulle scelte della Federazione Italiana Rugby sulla Celtic League (giocheranno il prestigioso torneo celtico Aironi – dall’Emilia – e Roma). Intitola il pezzo “congiure di palazzo”, e sicuro qualcosa non e’ stato proprio del tutto cristallino. Solo che accenna solo molto velatamente al fatto che Treviso da sola era quasi impossibile che ce la facesse, dove per da sola si intende senza aver fatto accordi con le altre venete. Le cose sono andate cosi‘, e sarebbe stato bene rimarcarlo, se non altro per scacciar via le polemiche leghiste che gia’ impazzano.


Riflessioni sparse leggendo L’Unita’, 20 luglio 2009

Ogni tanto, qualche volta l’anno, compro L’Unita’. Oggi e’ uno di quei giorni. Di seguito riflessioni in ordine sparso. In generale, al di la’ del commento su cose specifiche, mi sembra abbiano trovato un buon mix tra cronaca e commento. Il formato sembra un po’ da free press, ma la grafica mi piace. Altra considerazione generale: a p. 19 c’e’ una piccola rubrica di brevi notivie poco importanti. Le prime due erano tra le notizie piu’ importanti del Tg1 di ieri sera. Diversi modi nell’affrontare l’informazione…

– a p. 3 bel pezzo di Francesco Piccolo sul fatto che Napolitano non e’ il capo dell’opposizione, ma il presidente della Repubblica. Non lo trovo online, magari domani c’e’.

– a p. 10 un’esilarante accoppiata. Sopra c’e’ un pezzo di Travaglio (pensavo non ci scrivesse piu’). Sotto, Stefano Disegni prende per il culo Beppe Grillo.

– a p. 19 due cose spaventose: sulla sinitra la foto del papa con il polso rotto. A destra viene riportato un virgolettato di Vittoria Franco del Pd, che avrebbe detto “alla fine vince sempre il patto tra i maschi…”: pensavo proprio non si usasse piu’ questo linguaggio vetero femminista

– In generale, c’e’ qualche pezzo non firmato, neanche con acronomi sigle o lettere. Non mi piacciono proprio i pezzi non firmati, almeno una sigla fosse per me si metterebbe sempre

continua


Riflessioni sportive domenicali di metà luglio

Il tour di quest’anno è veramente noioso, oltre che spedito sul digitale terrestre (almeno per chi abita in Lazio). Una fatica seguirlo, per la noia, non per il digitale. Però viva Nocentini.

Il Tri Nations lo abbandono al suo destino, non posso riuscire a seguire anche quello. Stesso dicasi per il rugbymercato.

Merita grande attenzione invece il cammino della nazionale italiana di basket per arrivare agli Europei. Dopo qualche anno, questa è una squadra che forse forse può fare davvero bene,  se troveranno la chimica giusta. E se evitano figure come queste, si capisce.