Fabio Stassi, La rivincita di Capablanca

Prima di metter su questo blog ho scritto cose che sono rimaste in giro per la rete (e altre che no, purtroppo). Una di queste e’ una recensione di questo libro. E siccome del suo autore vorrei riparlare presto, incollo qua sotto la recensione uscita ad ottobre 2008 su Il Manifesto e che fortunatamente e’ presente sul sito della Miminum Fax.

La palingenesi impossibile di Capablanca
di Luca Peretti
Il Manifesto – 27 ottobre 2008

Lo chiamavano il Mozart degli scacchi, Josè Raul Capablanca y Graupera, certamente uno dei più grandi campioni di tutti i tempi, un giocatori imbattuto per sei anni da world champion e per centinaia di partite. Si era avvicinato alle trentadue statuine che andavano su e giù sulla tavola quadrata, all’età di cinque anni (era nato a L’Avana nel 1888), a soli 13 diventa campione «morale» di Cuba (l’incontro contro Corzo era infatti non ufficiale). Nel 1921, a soli 32 anni, è campione del mondo spodestando lo scacchista-filosofo Emanuel Lasker, in carica da un decennio in un match entrato di diritto alla storia degli scacchi.
Capablanca è uno degli scacchisti più vincenti di sempre, capace di affrontare decine di tornei arrivando sempre primo o al limite secondo o terzo. In un’epoca di grandi giocatori, la sua bestia nera fu solo una, Aleksander Alechin, nonostante fu naturalmente sconfitto anche da alcuni altri campioni con cui si misurò. Ma con quel russo fuggito dalla rivoluzione e che poi sposò la causa nazista la rivalità fu sempre più importante, soprattutto perché Alechin fu capace di portargli via lo scettro di campione del mondo. I due si affrontano nel 1927, in un incontro fiume che si conclude con 6 vittorie per il Alechin, 3 per Capablanca e ben 25 pareggi. Da allora, Capablanca aspetterà i restanti anni della sua vita una rivincita che non arriverà mai.
Da qui prende spunto il terzo romanzo del bibliotecario prestato alla letteratura Fabio Stassi, intitolato proprio La rivincita di Capablanca. È una sorta di biografia romanzata, prendendo in esame sia la vita di giocatore sia quella privata. Perché «Capa», oltre che un quasi imbattibile giocatore di scacchi, era anche un inguaribile donnaiolo, nonostante il secondo matrimonio con la «principessa» georgiana Olga sia stato piuttosto felice. Un «malinconico e fascinoso viveur» come la ha definito Stefano Gallerani su Alias. Ma era anche un uomo debole, con alcune ossessioni, tra le quali, non ultima, un’eleganza cercata e ostentata fino quasi all’eccesso (nelle sue bellissime foto in bianco e nero ha sempre una posa da vero dandy).
Stassi, con una prosa fluida e ammaliante, ci restitusce il profilo di questo personaggio a metà tra la storia e la leggenda. E ci parla della rivincita mancata, la vera grande ossessione della vita del giocatore cubano. È un romanzo di uomini ma è anche un romanzo di pezzi di legno, intesi come i pezzi degli scacchi. Cavalli, torri, alfieri, re e regine prendono vita, sono dotati di una propria personalità al pari degli esseri umani, e compongono infiniti schemi sulle pagine del libro talvolta difficili da seguire ma in cui perdersi è un piacere. E se gli scacchi sono una metafora della vita, «Capa» ne è una delle più chiare dimostrazioni, arrivando a fondersi quasi con la scacchiera, andando oltre, annullandosi nella metafora stessa: «la verità era che la vita rappresentava per lui una pausa dalle fatiche del gioco».
Sessantaquattro brevi, talvolta brevissimi capitoli, come le caselle degli scacchi. Sessantaquattro passi in un viaggio alla scoperta di un uomo e di un gioco geometrico e irregolare, per scoprire che in fondo il sogno di un pedone è sempre quello di «cambiare natura. Raggiungere l’ottava traversa. Non rassegnarsi all’infelicità del proprio stato. La chiave di tutto era nell’ansia della metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regine».

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