Archivi del mese: ottobre 2009

Il ’68? Un «orgasmo» da vivere con rabbia

Incontro con Castel e Lenzi.
Nel 1968 uno dei più prolifici autori di cinema di genere italiano, Umberto Lenzi, sceglieva Lou Castel come protagonista del suo Orgasmo. Castel all’epoca aveva già lavorato con Bellocchio che lo aveva lanciato con il film I pugni in tasca ma anche con Damiano Damiani, Salvatore Samperi, Carlo Lizzani, Liliana Cavani. Aveva recitato in film anticorfomisti, girati negli anni della contestazione, dove Castel interpretava giovani arrabbiati con il sistema.
Quaranta anni dopo è cambiato l’ambiente intorno, la situazione politica e sociale, ma Castel non sembra cambiato poi così tanto. Il Lucca Film Festival gli dedica un ampio omaggio, che comprende anche alcuni dei suoi lavori da regista (Just in time e Quarzell dit Castel) e, naturalmente, i film che lo hanno reso famoso: oltre I pugni in tasca e Grazie Zia, ci sono Attenzione alla Puttana Santa di Fassbinder, Elle a passé tant d’heures sous les sunlights di Garrel ma anche un film di Alberto Grifi, Transfer per kamera verso virulentia. Il momento clou è stato appunto l’incontro con Umberto Lenzi per presentare Orgasmo.
In questi giorni, Castel non si è sottratto alle domande di pubblico e fan. Personalità schiva, ha dosato le parole caricandole di significato come solo i grandi artisti sanno fare. Lenzi invece è molto meno parco di parole. I due non si incontravano dal 1969 e il regista toscano ha ribadito tutta la sua stima per l’attore francese «che ha fatto la storia del cinema in Europa». «Orgasmo è un giallo – ha ricordato poi – ma risente dello spirito trasgressivo e anticorformista del ’68». «All’epoca mi sentivo dentro una dimensione politica – ha aggiunto Castel – e poi ce ne era un’altra, quella attoriale. Anche nella recitazione, si percepisce quel senso di ribellione che stavo vivendo». A tratti sembra un incontro impossibile: il regista che si è sempre mosso nel cinema popolare e l’attore che, soprattutto dopo gli anni ’70, si è dedicato ad un cinema non solo d’autore ma anche underground, sperimentale e decisamente impegnato. Quaranta anni fa i due erano sicuramente più vicini: «dopo averlo visto in Grazie Zia di Samperi, Lou mi sembrava l’attore perfetto per questo film. Mi serviva un giovane ribelle, non integrato: insomma, era lui!». «È vero – ha aggiunto Castel – ero incazzato col sistema, e questo si vede anche nel film…». Eppure Castel non è un nostalgico: ricorda i registi con cui ha lavorato, le belle esperienze che ha avuto, ma a precisa domanda sul ’68 risponde: «Il sessantotto non tornerà mai, ma non è un fatto negativo. È così».
C’è spazio anche per alcuni aneddoti sulla lavorazione del film. È soprattutto il regista a ricordare: «Avevo intitolato il film Paranoia. Mentre ero in Spagna a lavorare con Jack Palance (La legione dei dannati, ndr) la distribuzione ha deciso che Paranoia dava fastidio, richiamando la noia. Allora lo hanno chiamato Orgasmo. Gli ho chiesto perché, dato che non mi pare proprio ci siano orgasmi e loro mi hanno risposto che così c’era più suspense… In Usa lo hanno distribuito col nome giusto, ma hanno tagliato il finale!». «Le ultime scene le girammo per le strade di Londra – ha proseguito -. Ero giovane e spericolato, volevo riprendere tutto con una telecamera vicina e mi feci attaccare all’automobile per fare meglio le riprese. Solo che sbagliai lato, dato che guidano dall’altra parte, e dopo un attimo tutte le macchine mi passavano a fianco!». Castel ascolta e guarda incuriosito, come fa con chiunque interloquisca con lui, che sia un grande regista o l’ultimo degli stagisti del festival: tratta tutti allo stesso modo, senza inutili formalismi da vip.

per Il Manifesto, domenica 25 ottobre


Non mi e’ mai piaciuto quando mi levano il sangue

Oggi a Lucca c’e’ il sole. E’ una di quelle belle giornate di sole d’ottobre, piene di colore e di gente che passeggia. Sulle mura soprattutto, quelle che circondano la citta’ e che sono il vanto di questa sonnolenta cittadina toscana. Non sembra tanto sonnolenta pero’ oggi: c’e’ una maratona, tra qualche giorno cominciano i Comics (di gran lunga l’evento cittadino piu’ importante ed una delle fiere del fumetto piu’ conosciute d’Europa), la Lucchese gioca e si sentivano le urla dallo stadio, il Lucca Film Festival si e’ chiuso da due giorni e stasera c’e’ la festa finale. In queste, rare, giornate cosi’ che passo da queste parti mi vien da chiedermi quasi perché me ne sono andato. Dura un secondo, ma me lo chiedo.

Sono stato incerto fino a questa mattina. Poi mi sono convinto, forse anche complice le cose lette in giro (specie questa e l’editoriale di Valentino Parlato su Il Manifesto), e forse complice anche tutta questa vitalita’ cittadina. Allora dato che ero in centro sono andato alla sede allestita per le operazioni. Entro, ma un giovane, piuttosto privo di entusiasmo, probabilmente un militante, mi spiega con tutto il suo linguaggio piattamente burocratico che no, devo andare alla circoscrizione vicino casa mia.

C’e’ il sole, decido di passar sopra anche all’ennesima assurdita’ di questo pseudo partito. Prendo la macchina, vado vicino casa. Il seggio e’ in un posto dove vado una volta ogni due anni piu’ o meno, per le analisi del sangue. Insomma, mi levano il sangue li’. Mi sembra adeguato. Mi presento da un altro militante assolutamente privo di entusiasmo, vedo gente con la tessera elettorale, chiedo se serve e mi risponde “no, ma i due euro si”. Va bene, avanti, ormai sono qui. Mi danno la schede, senza chiedermi cellulare e mail, per fortuna. Metto la X, infilo dentro, tutto con una sottile sensazione di fastidio, ma tante’. Me ne vado, scendendo le scale incontro una professoressa che insegnava al mio liceo. Una brava, di sinistra, una di quelle che organizzava un sacco di cose e si capiva che mica faceva l’insegnante solo perché la pagano. Non ci vediamo da molto, ci sorridiamo, mi chiede come va. La guardo e le dico, siamo qui, che bisogna fare. Risponde “non aggiungere altro, e’ dura lo so, vado anche io”. Buona fortuna, le rispondo.


Passi il mocassino bianco, ma il calzino turchese e’ francamente intollerabile


ORPHAN

di Jaume Collet-Serra

Giudizio (max 5): 1 e mezzo
Una famiglia (quasi) perfetta: John Coleman, padre architetto di successo, Kate, madre insegnante in una famosa università americana ora in congedo, bambino (Daniel) e bambina più piccola (Max), quest’ultima sordomuta. Nel passato c’è qualcosa che non va, e anche questo rientra nel cliché: l’alcolismo di Kate, che ha causato non solo il suo allontanamento dal lavoro ma anche un l’incidente che ha reso sordomuta Max, e poi una figlia morta prima di nascere.
Forse per sublimare questa assenza i Coleman decidono di adottare una bambina. La piccola Esther però è piuttosto diversa dagli altri componenti della nuova famiglia dove viene catapultata, prelevata da un orfanotrofio diretto da suore ma originaria della Russia. Una storia triste, come tante, una bambina orfana, piuttosto sfortunata: appena adottata da una famiglia negli Stati Uniti, la nuova casa brucia. Una bambina, a dire il vero, piuttosto sveglia, che a 9 anni suona Tchaikovsky senza fare errori e impara la lingua dei segni molto velocemente. Ma scopriamo presto che Esther ha qualcosa che non va: sono i problemi a seguire lei o è lei a causarli?
Quella che sembra una storia già vista, letta, sentita è effettivamente una storia già vista, letta, sentita. Una di quelle storie che, se siete fan dell’horror, troverete godibile malgrado la scarsissima originalità. Se non lo siete è davvero faticoso sopportare questa ridda di banalità, almeno fino agli ultimi venti minuti. Già, perché la sceneggiatura prende una piega decisamente interessante sul finale, con un ritmo veloce, palpitante, e trovate notevoli, anche se un po’ di inutile assurdità non manca neanche qui. Spiace che l’ultima battuta del film sia veramente ridicola, perché il finale era quasi divertente.
Ma la debolezza del film è palese soprattutto prima, quando cerca di costruire una suspense che  non c’è. Inutili rumori improvvisi seguiti da nulla, improbabili inquadrature alla ricerca di qualcosa nascosto, momenti quasi ilari nella loro goffaggine: quando mancano le idee innovative bisogna inventarsi stratagemmi narrativi che spesso sono impalpabili.

Per Zabriskiepoint


LA DOPPIA ORA

di Giuseppe Capotondi

Giudizio (max 5): 3

Inquadratura stretta su bicchiere, poi una scarpa, il pavimento, e via la sigla del TG. Tutto ripreso molto da vicino, colori piuttosto accesi. La doppia ora comincia così, e dopo pochi secondi sembra di vedere il solito film italiano, dove poi ad un certo punto si incontrano, si amano, poi soffrono, si lasciano e via dicendo: tutto non necessariamente in quest’ordine. Dopo venti minuti scopriamo di essere a Torino, e allora aumenta il sospetto che sia anche uno di quei film italiani di oggi ambientati nel capoluogo piemontese dove costa meno girare e si produce meglio.
Ma basta avere un attimo di pazienza per rendersi conto che questo La doppia ora è un lavoro radicalmente diverso dal solito film italiano. Intanto siamo dalle parti del cinema di genere, del noir per la precisione. Guido (Filippo Timi) e Sonia (Ksenia Rappoport) si incontrano davvero, ad uno speed date – quelle cose tristi dove un sacco di cuori solitari fanno appuntamenti in serie in un bar – e si piacciono anche. Ma basta il primo vero appuntamento e la storia si complica, si tinge di giallo, saltano fuori uomini incappucciati, pistole, passati torbidi. Ne viene fuori una sceneggiatura complessa, ben costruita, appassionante, che infatti ha vinto nel 2007 il Premio Solinas – storie per il cinema.
Un film insomma per niente banale, costruito su una serie di colpi di scena, ben diretto dal regista Giuseppe Capotondi, alla sua sua opera prima dopo una lunga gavetta di importanti videoclip e spot pubblicitari. Un film che intreccia, psicoanaliticamente, irrazionale e razionale, reale e immaginato: uno di quei film che, se si è abbastanza bravi a lasciarsi andare, scuote e fa uscire dalla sala piuttosto confusi, ma nel senso buono del termine.
I due attori protagonisti riescono nel difficile compito di rendere personaggi così complessi, ma vale la pena segnalare anche la incantevole e breve apparizione di Lucia Poli nel ruolo di Marisa, l’organizzatrice degli speed date. La Indigo film si conferma in grado di scoprire autori italiani innovativi e mai scontati (a loro dobbiamo tra gli altri anche Sorrentino e Molaioli). Distribuisce Medusa, il che, al di là di ogni altra considerazione, garantisce una discreta e capillare diffusione.

per Zabriskiepoint, qualche giorno fa


PREMIO SOLINAS E FESTIVAL DEI POPOLI: ALLA SCOPERTA DEL DOCUMENTARIO D’AUTORE

Presentata l’edizione dei cinquanta anni del festival fiorentino

Cinquanta anni e non sentirli. Non parliamo di qualche attore che non dimostra gli anni che ha, ma del Festival dei Popoli che quest’anno compie mezzo secolo. Quello fiorentino è uno dei più importanti festival italiani, dove sono passati non solo grandi documentaristi ma anche storici, antropologi, sociologi e via dicendo. Da un paio d’anni, da quando la direzione artistica è passata a Luciano Barisone e alla sua equipe, il festival sta finalmente uscendo da un periodo di oblio e scarsa considerazione a livello di media e addetti ai lavori. In questo senso va sicuramente la join venture con il Premio Solinas – documentario per il cinema. Una collaborazione che nasce, come dichiarano gli stessi responsabili, “più che da un auspicio, dalla consapevolezza di una rinascita del cinema documentario italiano d’autore”. Ieri mattina all’Apollo 11 (il piccolo cinema romano partner dell’iniziativa) sono stati presentati i progetti finalisti che concorrono all’assegnazione del premio che sarà consegnato durante il Festival dei Popoli. Sette futuri documentari, di registi intorno ai trentanni e su temi più disparati. Madrina del Premio, che verrà insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica, la documentarista Cecilia Mangini.
La conferenza è stata l’occasione per cominciare ad esplorare il programma del festival. Un concorso che si annuncia, come di consueto, molto interessante, con opere provenienti da ogni angolo del globo. Ci sono anche opere fuori concorso, eventi speciali, per mappare veramente la complessa e contraddittoria contemporaneità in cui viviamo. Molta curiosità suscitano anche i due momenti retrospettivi. “The Feeling of Being There. 1958-1965: sette anni di cinema documentario” è una sorta di rassegna sulla Nouvella Vague documentaria, con film e autori che veramente hanno fatto la storia del cinema (documentario e non): Jean Rouch, Tomás Gutiérrez Alea, Joris Ivens, Vittorio De Seta, Agnés Varda, la stessa Cecilia Mangini e molti altri. “I Materiali del tempo: il cinema di Thomas Heise” è invece la retrospettiva monografica del festival, e sarà sicuramente un appuntamento importante per scoprire un autore praticamente sconosciuto qui in Italia. Anche quest’anno, si annuncia una scorpacciata di documentari di altissimo livello…

Per Zabriskiepoint


meu amigo charlie brown!

Avrei potuto fare molte cose nella mezz’ora appena trascorsa, alcune di queste produttive, intelligenti, proficue. Invece, la grande rete ha voluto mi imbattessi in questa roba. Dopo aver connesso i vari pezzi, prima ho riso qualche minuto, poi ho cominciato ad ascoltare ossessivamente Meu amigo Charlie Brown. A quel punto, mi sono concentrato sul video. Meraviglioso e ipnotico.