Non mi e’ mai piaciuto quando mi levano il sangue

Oggi a Lucca c’e’ il sole. E’ una di quelle belle giornate di sole d’ottobre, piene di colore e di gente che passeggia. Sulle mura soprattutto, quelle che circondano la citta’ e che sono il vanto di questa sonnolenta cittadina toscana. Non sembra tanto sonnolenta pero’ oggi: c’e’ una maratona, tra qualche giorno cominciano i Comics (di gran lunga l’evento cittadino piu’ importante ed una delle fiere del fumetto piu’ conosciute d’Europa), la Lucchese gioca e si sentivano le urla dallo stadio, il Lucca Film Festival si e’ chiuso da due giorni e stasera c’e’ la festa finale. In queste, rare, giornate cosi’ che passo da queste parti mi vien da chiedermi quasi perché me ne sono andato. Dura un secondo, ma me lo chiedo.

Sono stato incerto fino a questa mattina. Poi mi sono convinto, forse anche complice le cose lette in giro (specie questa e l’editoriale di Valentino Parlato su Il Manifesto), e forse complice anche tutta questa vitalita’ cittadina. Allora dato che ero in centro sono andato alla sede allestita per le operazioni. Entro, ma un giovane, piuttosto privo di entusiasmo, probabilmente un militante, mi spiega con tutto il suo linguaggio piattamente burocratico che no, devo andare alla circoscrizione vicino casa mia.

C’e’ il sole, decido di passar sopra anche all’ennesima assurdita’ di questo pseudo partito. Prendo la macchina, vado vicino casa. Il seggio e’ in un posto dove vado una volta ogni due anni piu’ o meno, per le analisi del sangue. Insomma, mi levano il sangue li’. Mi sembra adeguato. Mi presento da un altro militante assolutamente privo di entusiasmo, vedo gente con la tessera elettorale, chiedo se serve e mi risponde “no, ma i due euro si”. Va bene, avanti, ormai sono qui. Mi danno la schede, senza chiedermi cellulare e mail, per fortuna. Metto la X, infilo dentro, tutto con una sottile sensazione di fastidio, ma tante’. Me ne vado, scendendo le scale incontro una professoressa che insegnava al mio liceo. Una brava, di sinistra, una di quelle che organizzava un sacco di cose e si capiva che mica faceva l’insegnante solo perché la pagano. Non ci vediamo da molto, ci sorridiamo, mi chiede come va. La guardo e le dico, siamo qui, che bisogna fare. Risponde “non aggiungere altro, e’ dura lo so, vado anche io”. Buona fortuna, le rispondo.

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