Il ’68? Un «orgasmo» da vivere con rabbia

Incontro con Castel e Lenzi.
Nel 1968 uno dei più prolifici autori di cinema di genere italiano, Umberto Lenzi, sceglieva Lou Castel come protagonista del suo Orgasmo. Castel all’epoca aveva già lavorato con Bellocchio che lo aveva lanciato con il film I pugni in tasca ma anche con Damiano Damiani, Salvatore Samperi, Carlo Lizzani, Liliana Cavani. Aveva recitato in film anticorfomisti, girati negli anni della contestazione, dove Castel interpretava giovani arrabbiati con il sistema.
Quaranta anni dopo è cambiato l’ambiente intorno, la situazione politica e sociale, ma Castel non sembra cambiato poi così tanto. Il Lucca Film Festival gli dedica un ampio omaggio, che comprende anche alcuni dei suoi lavori da regista (Just in time e Quarzell dit Castel) e, naturalmente, i film che lo hanno reso famoso: oltre I pugni in tasca e Grazie Zia, ci sono Attenzione alla Puttana Santa di Fassbinder, Elle a passé tant d’heures sous les sunlights di Garrel ma anche un film di Alberto Grifi, Transfer per kamera verso virulentia. Il momento clou è stato appunto l’incontro con Umberto Lenzi per presentare Orgasmo.
In questi giorni, Castel non si è sottratto alle domande di pubblico e fan. Personalità schiva, ha dosato le parole caricandole di significato come solo i grandi artisti sanno fare. Lenzi invece è molto meno parco di parole. I due non si incontravano dal 1969 e il regista toscano ha ribadito tutta la sua stima per l’attore francese «che ha fatto la storia del cinema in Europa». «Orgasmo è un giallo – ha ricordato poi – ma risente dello spirito trasgressivo e anticorformista del ’68». «All’epoca mi sentivo dentro una dimensione politica – ha aggiunto Castel – e poi ce ne era un’altra, quella attoriale. Anche nella recitazione, si percepisce quel senso di ribellione che stavo vivendo». A tratti sembra un incontro impossibile: il regista che si è sempre mosso nel cinema popolare e l’attore che, soprattutto dopo gli anni ’70, si è dedicato ad un cinema non solo d’autore ma anche underground, sperimentale e decisamente impegnato. Quaranta anni fa i due erano sicuramente più vicini: «dopo averlo visto in Grazie Zia di Samperi, Lou mi sembrava l’attore perfetto per questo film. Mi serviva un giovane ribelle, non integrato: insomma, era lui!». «È vero – ha aggiunto Castel – ero incazzato col sistema, e questo si vede anche nel film…». Eppure Castel non è un nostalgico: ricorda i registi con cui ha lavorato, le belle esperienze che ha avuto, ma a precisa domanda sul ’68 risponde: «Il sessantotto non tornerà mai, ma non è un fatto negativo. È così».
C’è spazio anche per alcuni aneddoti sulla lavorazione del film. È soprattutto il regista a ricordare: «Avevo intitolato il film Paranoia. Mentre ero in Spagna a lavorare con Jack Palance (La legione dei dannati, ndr) la distribuzione ha deciso che Paranoia dava fastidio, richiamando la noia. Allora lo hanno chiamato Orgasmo. Gli ho chiesto perché, dato che non mi pare proprio ci siano orgasmi e loro mi hanno risposto che così c’era più suspense… In Usa lo hanno distribuito col nome giusto, ma hanno tagliato il finale!». «Le ultime scene le girammo per le strade di Londra – ha proseguito -. Ero giovane e spericolato, volevo riprendere tutto con una telecamera vicina e mi feci attaccare all’automobile per fare meglio le riprese. Solo che sbagliai lato, dato che guidano dall’altra parte, e dopo un attimo tutte le macchine mi passavano a fianco!». Castel ascolta e guarda incuriosito, come fa con chiunque interloquisca con lui, che sia un grande regista o l’ultimo degli stagisti del festival: tratta tutti allo stesso modo, senza inutili formalismi da vip.

per Il Manifesto, domenica 25 ottobre

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