Archivi del mese: novembre 2009

Il notturno

Qualche settimana fa sono andato a Torino con il treno notturno. Ci vogliono circa otto ore partendo da Roma. Una volta viaggiavo piu’ spesso con i treni notturni, ora mi capita raramente. Non ho modo quindi di osservare spesso il notevole campionario di essere umani che c’e’ su questi treni. L’ultima volta sono capitato in uno scompartimento con un mio conoscente critico cinematografico che parla molto, una ragazza abbastanza spaesata e spaventata, un tizio italiano con un’aria incredibilmente losca, sguardo di fuoco e poche parole, un nero molto incazzato con chiunque parlasse e soprattutto un tizio di chiare origini sudamericane completamente sbronzo che e’ andato in bagno (cosi’ diceva) quando il treno era partito da venti secondi ed e’ tornato, accompagnato dal controllore, all’altezza di Genova, con tutto il suo carico di puzza d’alcool e l’aria da Spugna sudamericano.

Perché invece mi sono perso il lato buono della faccenda? Sara’ che Termini e’ peggio di Tiburtina?

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LA PRIMA LINEA

“Il film di cui tutti hanno parlato e nessuno ha ancora visto” recita lo slogan pubblicitario. E allora, dopo tutte le polemiche e discussioni (di cui abbiamo dato parzialmente conto anche qui) finalmente possiamo parlare del film. E risulta quasi difficile farlo, dopo tutto questo polverone mediatico. La Prima Linea racconta la storia di Sergio, militante dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra Prima Linea (PL). La storia si svolge sul piano politico-militare ma anche quel piano affettivo, dato che ampio spazio viene dato alla storia d’amore di Sergio con la sua compagna – poi moglie – Susanna.
Nel film che viene distribuito nelle sale italiane i cognomi non ci sono, ma noi li conosciamo bene: trattasi di Sergio Segio e Susanna Ronconi, due esponenti di punta di PL, arrestati entrambi nella fase terminale dell’organizzazione.
La Prima Linea è un film molto asciutto, senza molti sofismi e orpelli. Scamarcio – Sergio appare dalla prima sequenza, e racconta a ritroso la sua militanza prima nel movimento e poi in PL. Da questa prima scena, vediamo lunghe sequenze di ricordi che si aprono con la voce off dello stesso Scamarcio, così fino all’ultima scena, speculare alla prima. In mezzo si vedono solo alcuni delle azioni di PL: in particolare la gambizzazione di un caporeparto di fabbrica, l’uccisione di William Vaccher, giovanissimo “pentito” dell’organizzazione, e naturalmente l’omicidio Alessandrini, il più celebre degli atti compiuti da PL. Ma oltre a questo c’è l’amore, quello di Sergio per Susanna. Un amore completo, anche folle, che porta Sergio ad organizzare l’evasione di Susanna ed altre tre compagne dal carcere di Rovigo. Tutto il film è costruito per mettere poi in scena, nell’ultima parte, proprio l’evasione. Questa scena e quelle dell’omicidio Alessandrini appaiono le più riuscite, iverse da molto cinema italiano sul terrorismo. La lunga scena dell’evasione è puro cinema d’azione: veloce, ben girata, precisa, da togliere il fiato e al tempo stesso feroce nel sottolineare (con le parole e con un quasi rallenti) la morte accidentale di un passante. Il giudice Alessandrini invece viene mostrato in varie sequenze come un padre premuroso che accompagna il figlio a scuola, gli sistema il cappello e lo zainetto, non come il giudice che dà la caccia ai membri di PL. Questo insistere sulla dimensione umana e privata di Alessandrini, sottraendo invece al suo lato pubblico (quello che interessava a PL naturalmente), rende ancor più emozionante e cruda la sequenza dell’uccisione dello stesso giudice, freddato da uno Scamarcio mai visto con uno sguardo così freddo e deciso – e dovrebbe anche mettere a tacere le varie polemiche sul fatto che sia un film pro-terroristi.
La Prima Linea è un film importante insomma. Non solo un bel film, con una buona sceneggiatura (anche se scritta con evidenti pressioni, se non politiche almeno psicologiche), girato in modo deciso, con una fotografia eccezionale, una colonna sonora molto buona e attori ben immedesimati nella parte. Ma anche un film che, più dei precedenti, cerca di fare i conti con la storia del terrorismo in Italia, senza scorciatoie poetico – oniriche, didascaliche spiegazioni o personaggi macchietta, ma cercando piuttosto di mettere a posto, anche se in modo necessariamente parziale, le memorie degli uni e degli altri, di chi ha deciso e di chi ha subito. Forse non ci riesce appieno, ma ci prova. E non è poco.

per Zabriskiepoint


Quanti Cucchi ci sono in Italia ogni anno?

Quando si parla di quel succede nelle carceri italiane, infatti, un ottimo punto di partenza può essere la presa d’atto che il cosiddetto “caso Cucchi” è stato tutto meno che un caso.


LA COPENAGHEN VIOLENTA DI NICOLAS WINDING REFN

Il TFF presenta la retrospettiva del giovane autore danese che vive ormai di un diffuso seguito

Nicolas Winding Refn comincia lentamente ad essere conosciuto anche in Italia. Il suo ultimo film, Valhalla rising, lo si è visto all’ultima mostra di Venezia dove non è passato inosservato. Bronson, il suo primo film inglese, era già stato protagonista nei festival internazionali. Bene ha fatto il Torino Film Festival a dedicargli questa retrospettiva praticamente completa, individuando probabilmente il momento in cui Refn sta passando dall’essere un autore praticamente di nicchia – fuori dalla Danimarca – ad un importante e famoso regista del nostro tempo.

Refn infatti sta lavorando attualmente ad un film con Harrison Ford mentre la Fox aveva un progetto, poi abbandonato, per una serie tv da lui diretta e che avrebbe dovuto riprendere la trilogia Pusher: insomma, progetti economicamente importanti e mediaticamente consistenti che stanno proiettando Refn all’attenzione delle cronache cinematografiche mondiali.
Proprio la trilogia Pusher che ha destato interesse anche oltreoceano è per ora quanto di più sorprendente realizzato dal regista danese. Tre film, girati tra il primo nel 1996 e gli altri nel biennio 2004/2005 per una storia di enormi debiti bancari da coprire, tutti sui bassifondi criminali di Copenaghen. Ogni pellicola è concentrata su un protagonista, mentre gli personaggi spuntano come per caso dalle puntate precedenti. L’impressione è quella di una faccenda ancora in progress, e di possibile materiale per altri 3 o 4 puntate della serie, anche se Refn stesso dice di essere per ora stufo di Pusher.
Come raramente accade in questo genere di trilogie, si va in crescendo: buono il primo film, molto buono il secondo, assolutamente sorprendente il terzo. Se il primo infatti mette in scena la vita di un pusher in maniera piuttosto classica, con i soldi dovuti e da avere, i problemi nella distribuzione della roba e i troppi rischi che si possono correre, nel secondo e soprattutto nell’ultimo il lato psicologico è sviluppato e approfondito magistralmente. Vi è in entrambi un complesso discorso sulla paternità: in Pusher II Tonny, il più stupido dei criminali, uscendo di prigione scopre di aver messo incinta una ragazza con cui ha avuto sesso occasionale – non è proprio l’unico ad averlo fatto, come si può immaginare. A sua volta, il padre di Tonny è un affermato gangster non troppo orgoglioso ci tale figlio. In un tripudio di sangue, Tonny accetterà di essere padre, ma non più di essere figlio. In Pusher III (meraviglioso sottotitolo I am the Angel of Death) Milo, vecchio boss macedone ormai difficilmente in grado di adeguarsi al tempo che passa, mette in scena il compleanno della figlia 25 enne. Tutto deve essere perfetto, e questo padre premuroso e’ costretto anche ad incarnare il ruolo della madre precocemente scomparsa. No, le cose non andranno come previsto, ma godersi come Refn chiude il cerchio è davvero un piacere. L’ultima mezz’ora è in generale qualcosa che difficilmente si vede al cinema, per intensità ma anche per crudezza delle scene, mettendo in scena la morte con cotanta poetica e spietata violenza.
C’è da augurarsi veramente che Refn tenga fede a quanto dichiarato quando diceva di continuare a fare anche questi low budget film oltre a quelli milionari a cui sembra ormai destinato.

per Zabriskiepoint


ONDE AL TORINO FILM FESTIVAL

Film sperimentali e fuori dai circuiti animano il festival

È sabato, si va al cinema. Si passa da un estremo all’altro qua a Torino, e le sale quasi vuote di venerdì si riempiono in fretta creando, come accade al TFF quando arrivano le folle, qualche inconveniente organizzativo. Non siamo probabilmente ancora ai livelli di pubblico dei due anni morettiani, ma sicuramente il sabato pomeriggio è stato un aiuto. Tra le altre cose, si è ufficialmente aperta la sezione più sperimentale del festival, “Onde”, che cambia nome rispetto a “La Zona” dello scorso anno ma mantiene le stesse caratteristiche e selezionatori.
Tocca a Saturno returns (nella foto) di Lior Shamriz aprire le danze, appena dopo due corti (Notturno di Mauro Santini e The dirty ones di Brent Stewart). Shamriz stupì gli addetti ai lavoro con Japan Japan, il suo lavoro del 2007, primo lungometraggio dopo una serie di altrettanto interessanti cortometraggi. Questo è un lavoro bellissimo, autentica poesia, immagini dense e piene di riferimenti, girato nella Berlino tanto di moda oggi contrapposta alla città natale del regista, Ashkelon, in Israele. Un film che indaga l’identità, sessuale e nazionale, raccontandoci della Berlino dove vengono distrutti gli edifici della DDR e del sud di Israele dove cadono i missili. Girato con 2000€, ciò che conta è veramente la potenza di quello che viene filmato, rielaborato, pesato dal regista e dagli attori che hanno lavorato liberamente, mettendo in scena loro stessi.
L’unico film russo presentato quest’anno al festival, fuori concorso, è un altro film dalle parti dello sperimentalismo. Until the Next Resurrection è un lavoro che parla di diseredati, puttane, straccioni, ubriaconi, barboni. Oleg Morozov li filma con rara intensità, raccontandoci le loro vite, riprendendoli da vicino, intimamente. Molti di loro sono morti, e una voce fuori campo ci dice cosa gli è successo. Ma come dice uno dei primi cartelli del film, qui sono vivi, sono vivi perché rimasti imprigionati nella telecamera di Morozov che li farà vivere per sempre. Come il regista stesso, morto alla fine della realizzazione del film.
per zabriskiepoint.net


ITALIANI PROTAGONISTI AL TFF

Presentati i lavori di De Matteo e Mordini, mentre si attendono i film di Marcello e Pignatelli in concorso

È un’edizione, questa numero 27 del Torino Film Festival, con molta Italia. Non solo i documentari dell’apposita sezione, Italiana.doc, ormai un punto di riferimento nel panorama del documentario italiano, e i cortometraggi di italiana.corti. Ci sono molti film italiani anche disseminati nelle altre sezioni, tra cui due in concorso (i lavori di Pietro Marcello e Gioberto Pignatelli). Fuori concorso passano invece oggi Come mio padre di Stefano Mordini e La Bella gente di Ivano De Matteo.

Il primo è un documentario di montaggio che Mordini ha realizzato lavorando sul materiale della Rai. Il tema è quello della paternità: come è cambiato il ruolo del padre, come i figli vedono i padri, come i padri vedono questo strano mestiere che nessuno davvero insegna. Si vedono i figli lodare i propri padri o più spesso attaccarli e accusarli, come quando sentiamo un giovane dire “da giovani siete stati tanto indifferenti da lasciare che uno come Mussolini prendesse il potere”. Materiale molto interessante insomma, a cui però Mordini non riesce a dare un verso, un senso, a farlo evolvere in un film. Rimane solo un’accozzaglia di belle cose che potrebbero funzionare come strisce quotidiane di pochi minuti ma che come film rimangono piuttosto scialbe. Un’occasione mancata, purtroppo.
Molto meglio La Bella Gente (nella foto), secondo lungometraggio di finzione del documentarista e attore Ivano De Matteo, autore piuttosto apprezzato da queste parti di cui abbiamo già avuto modo di scrivere in occasione di Arcipelago 2007.
Siamo in Umbria, dove Antonio Catania e Monica Guerritore, romani di mezza età, borghesi, raffinati, molto agiati e di sinistra, hanno la casa delle vacanze. I vicini sono molto più beceri ed interessati ai soldi, ma sono amici, anche loro romani. La Guerritore tornando a casa in macchina vede una giovane prostituta e decide di portarla a casa per provare ad offrirgli una vita migliore. Ma la ragazza, complice anche l’arrivo del figlio della coppia (un eccezionale Elio Germano), sarà invece una sorta di detonatore che metterà il crisi il buonismo della famiglia – e simbolicamente di tutta la sinistra radical chic e agiata romana. Girato in modo non convenzionale, con inquadrature atipiche e ricercate, De Matteo ha fatto un film assolutamente da vedere e da discutere, che combina in modo davvero intelligente humour, politica e critica sociale.

per zabriskiepoint.net


L’Eurostar City 9795

L’Eurostar City 9795 Torino-Roma che costa 61.50 euri, al momento è il più economico a livello diurno, ferma alla stazione di Pisa per circa tre minuti. Dalle 12.57 alle 13.00, ad essere precisi. Si intuisce sempre quando si sta arrivando nella stazione di Pisa poiché prima si sfreccia di fronte a San Rossore, e poi si passa su quel ponte proprio dentro la città. Uno scorcio bellissimo.

Insomma il treno si ferma dalle 12.57 alle 13.00, c’è tempo per scendere, sgranchirsi le gambe, fumare una sigaretta per chi fuma, intrattenere conversazioni con gli sconosciuti conosciuti sul treno o con i conosciuti incontrati mesi fa in situazioni dubbie. Poi il treno, come tutti i treni, riparte. Ognuno prende posto, finiti questi tre minuti di libertà. Si ricomincia a leggere, o a dormire, o ad ascoltare musica, o a guardare nel vuoto. Qualcuno si gira verso il binario e saluta con un bacio, rimandando al prossimo appuntamento, sicuramente più lungo di tre minuti ma magari meno intenso. Perché la vita è sempre quella cosa che succede tra un treno e l’altro e ogni tanto anche dentro al treno.