LA COPENAGHEN VIOLENTA DI NICOLAS WINDING REFN

Il TFF presenta la retrospettiva del giovane autore danese che vive ormai di un diffuso seguito

Nicolas Winding Refn comincia lentamente ad essere conosciuto anche in Italia. Il suo ultimo film, Valhalla rising, lo si è visto all’ultima mostra di Venezia dove non è passato inosservato. Bronson, il suo primo film inglese, era già stato protagonista nei festival internazionali. Bene ha fatto il Torino Film Festival a dedicargli questa retrospettiva praticamente completa, individuando probabilmente il momento in cui Refn sta passando dall’essere un autore praticamente di nicchia – fuori dalla Danimarca – ad un importante e famoso regista del nostro tempo.

Refn infatti sta lavorando attualmente ad un film con Harrison Ford mentre la Fox aveva un progetto, poi abbandonato, per una serie tv da lui diretta e che avrebbe dovuto riprendere la trilogia Pusher: insomma, progetti economicamente importanti e mediaticamente consistenti che stanno proiettando Refn all’attenzione delle cronache cinematografiche mondiali.
Proprio la trilogia Pusher che ha destato interesse anche oltreoceano è per ora quanto di più sorprendente realizzato dal regista danese. Tre film, girati tra il primo nel 1996 e gli altri nel biennio 2004/2005 per una storia di enormi debiti bancari da coprire, tutti sui bassifondi criminali di Copenaghen. Ogni pellicola è concentrata su un protagonista, mentre gli personaggi spuntano come per caso dalle puntate precedenti. L’impressione è quella di una faccenda ancora in progress, e di possibile materiale per altri 3 o 4 puntate della serie, anche se Refn stesso dice di essere per ora stufo di Pusher.
Come raramente accade in questo genere di trilogie, si va in crescendo: buono il primo film, molto buono il secondo, assolutamente sorprendente il terzo. Se il primo infatti mette in scena la vita di un pusher in maniera piuttosto classica, con i soldi dovuti e da avere, i problemi nella distribuzione della roba e i troppi rischi che si possono correre, nel secondo e soprattutto nell’ultimo il lato psicologico è sviluppato e approfondito magistralmente. Vi è in entrambi un complesso discorso sulla paternità: in Pusher II Tonny, il più stupido dei criminali, uscendo di prigione scopre di aver messo incinta una ragazza con cui ha avuto sesso occasionale – non è proprio l’unico ad averlo fatto, come si può immaginare. A sua volta, il padre di Tonny è un affermato gangster non troppo orgoglioso ci tale figlio. In un tripudio di sangue, Tonny accetterà di essere padre, ma non più di essere figlio. In Pusher III (meraviglioso sottotitolo I am the Angel of Death) Milo, vecchio boss macedone ormai difficilmente in grado di adeguarsi al tempo che passa, mette in scena il compleanno della figlia 25 enne. Tutto deve essere perfetto, e questo padre premuroso e’ costretto anche ad incarnare il ruolo della madre precocemente scomparsa. No, le cose non andranno come previsto, ma godersi come Refn chiude il cerchio è davvero un piacere. L’ultima mezz’ora è in generale qualcosa che difficilmente si vede al cinema, per intensità ma anche per crudezza delle scene, mettendo in scena la morte con cotanta poetica e spietata violenza.
C’è da augurarsi veramente che Refn tenga fede a quanto dichiarato quando diceva di continuare a fare anche questi low budget film oltre a quelli milionari a cui sembra ormai destinato.

per Zabriskiepoint

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