Lontana TIMISOARA

di Luca Peretti – TIMISOARA

Vent’anni fa, la rivoluzione che cacciò Ceausescu. Nel luogo simbolo della rivolta sopravvivono schegge di memoria, ma nella piazza Victoriei i fori di pallottola convivono con McDonald’s e i giovani non ricordano più


Ci vogliono almeno otto ore di treno per arrivare da Bucarest a Timisoara. Sono lontane, e non solo geograficamente: storie diverse, tradizioni diverse, anche quando il partito comunista era al potere. Il centro di Timisoara, per esempio, è sopravissuto agli sconvolgimenti urbanistici e architettonici toccati a Bucarest durante l’era Ceasescu. Qui le eredità dell’impero austro-ungarico sono evidenti, e anche oggi la città della lontana provincia occidentale ha meno problemi visibili in confronto alla confusione e aria decadente che domina Bucarest.
Del resto Timisoara è un mix di culture e influenze, dovute alla sua storia lontana e vicina: turchi, tedeschi, austriaci e serbi sono un retaggio del suo complesso passato. Gli italiani invece sono arrivati recentemente, e la presenza sembra essersi ora assopita: «Sono arrivati, hanno fatto i soldi che potevano fare e sono ripartiti» dice sconsolato un taxista, anche se le statistiche dicono che ci sono ancora 2.998 aziende italiane nella provincia di Timis (fonte Ice).

L’inizio della «rivoluzione»
In questa città atipicamente rumena vent’anni fa cominciarono i moti che hanno accellerato la caduta di Ceausescu. I fatti sono noti: il pastore della Chiesa riformata d’Ungheria László Tokés doveva essere espulso da Timisoara poiché aveva accesamente criticato il regime. Il 15 dicembre 1989 però i suoi parrocchiani scesero in piazza per difenderlo e piano piano la rivolta dilagò. Fino agli ultimi giorni del dicembre ’89. Se a Bucarest domina ancora il dubbio «rivoluzione o colpo di stato?», a Timisoara si rivendica il carattere spontaneo e popolare delle proteste. Il 16 dicembre è il giorno simbolo, quello che generalmente si considera il primo della rivoluzione. Bulevard 16 decembrie attraversa proprio Piata Maria, la piazza a fianco la chiesa del pastore Tokés. La chiesa è ancora lì, con due anonime targhe a fianco all’ingresso mentre una nuova, piuttosto pacchiana, è stata scoperta all’inizio delle celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione. «Questo è ancora un luogo simbolo» racconta Csaba Fazakas, che oggi gestisce la chiesa. Qui hanno organizzato una serie di celebrazioni, ma il programma è tutto in ungherese e il sito (www.timisoara1989.ro) funziona a tratti. All’apertura delle celebrazioni l’età media era altissima e le persone che passavano di fronte alla chiesa guardavano la scena con sospetto. A questo evento non proprio affollato era presente anche Nick Thorpe, il corrispondente della Bbc per l’est Europa che ha appena scritto ’89 – The Unfinished Revolution. «C’è un forte senso sia dei fallimenti che delle conquiste della rivoluzione. Con il passare degli anni – dice Thorpe – la gente in Romania è delusa per quanto lentamente stia cambiando la mentalità, sia di quelli che comandano, che ancora occupano troppo spazio, sia di quelli che sono comandati, che non hanno continuato il coraggio dell’89: c’è una scarsa tradizione nel nel rivendicare i propri diritti, e poi è sparita quella solidarietà tra i lavoratori che avevamo visto nel 1989».

Una memoria nascosta
Un altro luogo della memoria in città sarebbe il museo dell’Asociatiei Memorialul Revolutiei 16-22 Decembrie 1989 Timisoara, dove arriviamo quasi per caso, accompagnati da Sorin, un ragazzo di 29 anni: «Ma a me la politica non interessa, neppure quella di adesso. Troppe brutte cose, e per occupartene devi esserci immischiato. Nell’89 invece ero troppo piccolo, ricordo poco. In generale è questo quello che ti diranno i giovani in Romania». Al museo lavorano proprio per fare in modo che i giovani tornino a interessarsi a quegli eventi. Il posto è un po’ nascosto e non pubblicizzato a dovere, su alcune guide turistiche non è neppure presente. Al piano terra c’è una cappella e in generale sembra molto legato alla chiesa ortodossa. È presente anche un centro studi, ma il posto è dichiaratamente un museo commemorativo. «Abbiamo creato questa associazione non governativa poche settimane dopo il dicembre 1989 – racconta il presidente Traian Orban, che fu ferito in Piata Libertatii e ha una gamba ancora malfunzionante – con l’intento di ricordare gli eroi della rivoluzione. Siamo gli unici di questo tipo in Romania». Orban dice che il museo è molto frequentato, soprattutto da studenti, ma la lista dei visitatori anche in queste settimane importanti segna una-due persone al giorno o poco più. Chiediamo in giro, non sembra che il luogo sia molto conosciuto. I dodici monumenti commemorativi che sono stati costruiti in giro per Timisoara, opere di vari scultori, sono interessanti ma non possono certo contribuire a mantenere viva la memoria. Ci sono molte targhe dedicate a singole persone, anche queste poco più che invisibili.

Studenti
Piata Victoriei è la piazza dove si sono tenute le prime grandi manifestazioni. Sui palazzi si vedono ancora segni delle pallottole e davanti al bel Teatro dell’Opera ci sono due targhe che ricordano quei giorni. Durante l’ultima campagna elettorale il leader socialdemocratico Geoana ha tenuto una manifestazione in questo luogo sacro della rivoluzione. Qualche centinaio di persone sono scese in piazza per protestare. «Voi ci siete stati?» chiediamo ad un gruppo di studenti che si ritrovano in una birreria della città. «No, erano quasi tutti vecchi», rispondono decisi. A Piata Victoriei non si può manifestare, ma c’è un McDonald’s e da qualche giorno anche un Kfc. «Anche questa è la libertà», dice scherzando Robert, 23 anni, studente con un incarico presso un’organizzazione studentesca europea. Ma cos’è la libertà per questi ragazzi che erano giovanissimi nell’89? «Le possibilità, le opportunità, il poter uscire dal paese ed essere padroni del proprio futuro, non come una volta», rispondono all’unisono. «La rivoluzione è l’aver raggiunto la libertà – precisa ancora Robert – ma certo non è che tutto vada bene. Solo che ora siamo responsabili per noi stessi, non è il governo a decidere». «È passato molto tempo, ma questa città è ancora fiera di quello che è successo quei giorni» continua Corina, 23 anni. «No, personalmente non mi sento molto legata alla rivoluzione, anche se chiaramente sono consapevole di quello che è successo». «È stato un momento in cui le persone si ribellavano» aggiunge Silvana, che studia economia e ha fatto un erasmus a Padova. «C’è anche della nostalgia per il comunismo – interviene Doru, il più giovane del gruppo – alcuni dicono che almeno allora c’era da mangiare e lavoro per tutti». «Sì è vero, la nostalgia è piuttosto popolare – aggiunge Corina – non tutti condannano il comunismo qui a Timisoara: c’è un mix di sentimenti». In Piata Libertatii la rete privata Realitate Tv ha posto un una grande pannello dove chiunque scrive quello che vuole. La scritta in cima recita Revolutia din orasul tau, letteralmente «la rivoluzione della tua città», e in teoria ci dovrebbero essere messaggi riguardanti la rivoluzione, ma vi si trovano praticamente solo scritte sulle elezioni appena concluse.

Cosa rimane?
I giovani rumeni sembrano presi da altre preoccupazioni, la memoria della rivoluzione sembra un affare dei protagonisti dell’epoca. Incontriamo Petru Iliesu, «uno dei più pericolosi istigatori della rivoluzione del 1989» come lo ha definito un altro scrittore, Nicolae Prelipceanu. Arrestato più volte e censurato per le sue opere, Iliesu si è ritiritato dalla politica praticamente subito nel 1990 e ha aperto un’organizzazione umanitaria. «No, non parteciperò molto alle celebrazioni di questi giorni, non voglio ripetere sempre la stessa storia, è stancante. E poi la rivoluzione è stato un momento per chi l’ha vissuto. Le nuove generazioni non hanno memoria diretta, per loro è come un racconto, non capiscono cosa sia successo veramente. Ma tutto quello che accade oggi è legato al passato, è impossibile ricostruire il paese in venti anni, la mentalità rimasta. Per questo è necessario comunque ricordare». Anche Traian Orban parla della difficoltà nel far rivevere quei momenti: «Dopo vent’anni le persone sono preoccupate a sopravvivere, i testimoni dell’epoca sono disincantati, mentre molti non ne sanno niente». Iliesu, per esempio, è assolutamente disilluso: «È difficile accettare, per noi che sognavamo di vivere in un mondo diverso, che molte delle abitudine e malattie della vecchia società ci sono ancora, e combinate con quelle del capitalismo. Ma chiaramente non sono nostalgico».
Si ha la sensazione che questa città, e questo paese in generale, voglia ricordare solo fino a un certo punto. «È vero, nonostante alcuni libri la mia generazione – conclude Iliesu – non parla molto della rivolzione. Alcuni raccontano la loro storia, però difficilmente c’è qualcuno che conosce davvero la realtà in tutti i suoi dettagli. Ma Timisoara sarà sempre il simbolo della rivoluzione, è impregnata di quei momenti».

per Il Manifesto

sul giornale non e’ possibile scriverlo, ma qui vorrei aggiungere che per la stesura di questo articolo sono debitore a Veronica Lazar, Radu Gabrea, Victoria Cocias, Francesca Costarelli, Elena Banica, Alex, Silviu Lugojan, un buon numero di tassisti, oltre naturalmente le persone citate in questo articolo che ho disturbato in momenti poco consoni e che hanno risposto alle mie – ogni tanto strane – domande:  tra di loro un grazie speciale va a Silvana.

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One response to “Lontana TIMISOARA

  • elena

    leggo con ritardo 🙂 però…meglio tardi che mai 🙂
    Il piacere è stato mio e…grazie a te per l’interesse sincero e la voglia di vedere le cose così come sono!
    Un abbraccio

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