Archivi del mese: marzo 2010

Risollevarsi dopo le elezioni #2. Er capitano

Francesco Totti potrebbe anche non tornare: c’è anche da assente. C’è quasi di più quando non gioca che quando gioca. La mancanza alimenta il mito: è infortunato, non finito. Quindi c’è sempre la sensazione che possa rientrare, c’è sia la forza dell’attesa sia l’ansia da ritorno, c’è la certezza che se senza di lui va bene, figurarsi con lui.

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Risollevarsi dopo le elezioni #1. La partita del secolo


Famiglia sit com

Dagli Usa arrivano «Cougar Town» e «Modern family»

È stato un autunno moderatamente interessante quello delle sit-com americane. Autunno negli Stati uniti significa inverno o primavera qui da noi per quanto concerne la trasmissione televisiva, cosi piano piano si riescono a vedere alcuni prodotti della stagione americana. L’onere di trasmettere molte di queste serie tocca ai canali del digitale a pagamento o ai satellitari, spesso a Fox. È il caso anche di Cougar Town e Modern Family, in onda su FoxLife ogni venerdì in prima e seconda serata a partire dalle 21.55. Entrambe, come molte altre di queste ultimi anni, sono ambientate prevalentemente in quei borghesi e tendenzialmente bianchi suburbs americani, dove vivono praticamente tutti i protagonisti.
Cougar Town è una sit-com con poche pretese e discreto divertimento. La protagonista è Julies Cobb (Courtney Cox, già Monica in Friends, qui anche in veste di produttrice), una quarantenne in carriera appena separatasi e con figlio tardo adolescente a carico. L’ex marito è il classico stupidotto americano tutto birre, sport e battute idiote, mentre intorno a lei ruotano le amiche Laurie, quella ggiovane e scatenata, e Ellie, quella sposata e con figlio infante che fa una vita regolare. Si punta – e molto – sulle avventure della dinamica quarantenne appena diventata single va a caccia di giovani con cui accoppiarsi spensieratamente e divertimento a buon mercato, meglio se irrorato d’alcol. Nonostante non manchino momenti divertenti le prime puntate della fiction risultano quindi un po’ sfuocate e solo più avanti gli sceneggiatori riescono a mettere a punto situazioni e dialoghi che si evolvono in maniera meno scontata. Comunque nulla di nuovo, stereotipi a go go, il plot funziona soprattutto grazie alla buona alchimia dei protagonisti. E per dare una mano agli ascolti, lo sceneggiatore Lawrence, il creatore di Scrubs, ha invitato in alcune puntate due vecchie conoscenze di Friends, Lisa Kudrow e Jennifer Aniston.
Con Modern Family invece siamo dalle parti della famiglia allargata, ma proprio tanto allargata. A partire dal non più giovane padre-famiglia Jay, accasato in seconde nozze con una colombiana (con figlio a carico), passando per il figlio di primo letto di Jay, Mitchell, gay che convive con il compagno e con l’appena adottata bimba vietnamita Lily, per finire con l’unica famiglia nucleare di stampo classico composta da Claire (l’altra figlia di Jay) marito e tre figli. Si possono facilmente immaginare gli sviluppi comici di un tale scenario, con battute che affrontano temi razziali, sessuali e di genere.
Forse la nota più interessante di Modern Family è la capacità di trattare questi temi spinosi senza essere mai politically correct, anzi lanciandosi senza pudore in battute divertenti e irriverenti che giocano sulle differenze. La neppure troppo velata omofobia di Jay, le situazioni che si creano discutendo di usanze colombiane e americane, le prese in giro di tutti i protagonisti, le dinamiche da famiglia unita forse troppo, sono alcuni dei temi comici affrontati nel corso degli episodi.

per Il Manifesto


un paese borscevico


Stazione del treno di Anzio Colonia, una sessantina di chilometri a sud ovest di Roma. La stazione e’ scarna, di quelle semi abbandonate, non c’e’ neppure la macchinetta per obliterare. Ma i treni fermano, molti, sulla linea Nettuno-Roma e viceversa. Alle 17.51, secondo gli orari su trenitalia.com e secondo quelli appesi al bar di sotto, dovrebbe passare il treno per Roma. Ma quando arrivo, circa dieci minuti prima, trovo gia’ un piccolo gruppetto di persone che dice che no, l’hanno visto passare da lontano, che “me sa che so’ tornati all’orari vecchi e passa a 37, nun passa piu’ a 51” e via dicendo. Insomma, il treno e’ previsto per dieci minuti prima, alle 17.41 si scoprira’, e nessuno lo sa, neanche il controllore del treno che passa nell’altra direzione. Quelli sono i momenti in cui ti chiedi come mai vivere in questo paese, e io si che li capisco quelli che se ne vanno, e forse me ne potevo stare a Londra bla bla. Ma sono anche i momenti in cui fraternizzi con i tuoi compagni di sventura, che mal comune mezzo gaudio si sa. E allora, il signore di mezza eta’ che si sta lamentando, ad un certo punto dice le parole che ti fanno capire davvero come mai vivi in questo paese: “e che devi’ fa’, l’Italia e’ un paese borscevico, mica come l’ollanda o la germania” “eh si – incalza l’altro – ste cose so proprio meddintali”. Ecco, un paese borscevico, mi pareva.

Qui sotto l’orario alle 23.06 di stasera: e’ ancora quello non piu’ valido.



Vorrei spezzare una lancia

Non sono mai stato un gran fan di Tim Burton. O meglio, non sono mai stato troppo interessato a Tim Burton. Ogni tanto mi capita di vedere qualche suo film, ma faccio persino fatica a ricordarmi i titoli. Ricordo solo quando mi incazzai con il mio coinquilino che mi fece vedere quasi a forza Il Mistero di bla bla spacciandomelo per un capolavoro, mentre no, evidentemente è una ciofeca. Quindi mica sono andato a vedere Alice pensando cacchio esce il nuovo film di quel genio di Tim Burton che decide di soddisfare la nostra voglia di cinema eccentrico e un po’ stravagante whao whao whao. Insomma io volevo vedere Alice, magari un po’ aggiornata, ma proprio Alice, e questo Burton mi ha dato. Con scene che mi sono piaciute molto, e altre terribili (l’orrido finale, stendiamo un velo pietoso). E poi Alice in questo eterodossa versione ha bisogno del suo viaggio nell’altrove per diventare grande, cioè per ribellarsi al suo destino infame e già stabilito – che quei parrucconi inglesi tutti presi dall’etichetta a me non sono mai piaciuti.

Detto ciò, ultimamente forse sono un po’ di bocca buona: mi è piaciuto persino Mine vaganti. Magari la colpa è mia, non so.


«Boris 3», un culto che riparte tentando la via politica

[pezzo che posto con un po’ di ritardo, intanto Boris e’ gia’ uscito ed e’ praticamente passata una settimana]

Lo spettacolo iniziava alle nove, ma giovedì sera alle sette e trenta davanti al Teatro Palladium di Roma la fila arrivava abbondantemente in mezzo alla strada, creando discreti problemi al traffico. L’evento non è di quelli che si possono perdere: presentazione delle prime tre puntate della terza stagione di Boris (in onda dal primo marzo alle 22.45 su FX) con il cast in sala. Un’anteprima aperta a tutti, non ai soli giornalisti e la voce è girata: solo su Facebook l’evento contava più di 1600 partecipanti.
Si va a teatro, ma sembra più l’ingresso di un concerto: birre, kebab, pizze, qualche coro, striscioni con i tormentoni di Boris: più di metà fila rimane fuori e viene prevista una seconda proiezione. All’interno, a fare gli onori di casa c’è Massimo Bernardini (il conduttore di Tv Talk), stupito di entrare nella «chiesa del culto di Boris», mentre uno dopo l’altro arrivano gli attori accompagnati da urla da stadio. Inizia lo stuolo di interventi e dichiarazioni: i tre sceneggiatori (Luca Vendruscolo, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico) confessano, tra il serio e il faceto, i loro dubbi sulla fine della seconda stagione: «Sì, con Machiavelli ci siamo messi nei guai. Ma abbiate pazienza le prime due puntate della terza stagione sono un po’ diverse dal resto: volevamo spiegare la mentalità delle reti generaliste e ci servivano due puntate così».
Francesco Pannofino (René Ferretti in Boris) insiste sull’unità di questa nuova stagione, che è come un grande filmone composto da quattordici puntate. Sul palco, gli attori principali (mancano Sermonti-La Rochelle e Calabrese-Biascica che sono in tournée) sembrano commossi: un bagno di folla così non capita spesso, e alla fine quasi nessuno riesce a spiccicare discorsi completi, tanto che la dichiarazione più significativa è probabilmente il «grazie, è fichissimo», pronunciato da Caterina Guzzanti.
Senza svelare troppo, si può dire che la nuova serie sembra più politica, almeno per quello che si è visto in anteprima. Si fanno nomi, o riferimenti piuttosto evidenti per quanto figurati. È poi una serie più matura che abbandona il set dove è nata e cresciuta per affrontare anche altre location. Infine, gli sceneggiatori hanno assolutamente chiaro che quello che devono maneggiare ora è una serie cult, un prodotto non solo di successo ma già elevato a livello di culto. Lo si capisce soprattutto guardando il piccolo promo preparato per la serata, dove si vedono i protagonisti della serie sul palco del Roma Fiction Fest.

per Il Manifesto