«Boris 3», un culto che riparte tentando la via politica

[pezzo che posto con un po’ di ritardo, intanto Boris e’ gia’ uscito ed e’ praticamente passata una settimana]

Lo spettacolo iniziava alle nove, ma giovedì sera alle sette e trenta davanti al Teatro Palladium di Roma la fila arrivava abbondantemente in mezzo alla strada, creando discreti problemi al traffico. L’evento non è di quelli che si possono perdere: presentazione delle prime tre puntate della terza stagione di Boris (in onda dal primo marzo alle 22.45 su FX) con il cast in sala. Un’anteprima aperta a tutti, non ai soli giornalisti e la voce è girata: solo su Facebook l’evento contava più di 1600 partecipanti.
Si va a teatro, ma sembra più l’ingresso di un concerto: birre, kebab, pizze, qualche coro, striscioni con i tormentoni di Boris: più di metà fila rimane fuori e viene prevista una seconda proiezione. All’interno, a fare gli onori di casa c’è Massimo Bernardini (il conduttore di Tv Talk), stupito di entrare nella «chiesa del culto di Boris», mentre uno dopo l’altro arrivano gli attori accompagnati da urla da stadio. Inizia lo stuolo di interventi e dichiarazioni: i tre sceneggiatori (Luca Vendruscolo, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico) confessano, tra il serio e il faceto, i loro dubbi sulla fine della seconda stagione: «Sì, con Machiavelli ci siamo messi nei guai. Ma abbiate pazienza le prime due puntate della terza stagione sono un po’ diverse dal resto: volevamo spiegare la mentalità delle reti generaliste e ci servivano due puntate così».
Francesco Pannofino (René Ferretti in Boris) insiste sull’unità di questa nuova stagione, che è come un grande filmone composto da quattordici puntate. Sul palco, gli attori principali (mancano Sermonti-La Rochelle e Calabrese-Biascica che sono in tournée) sembrano commossi: un bagno di folla così non capita spesso, e alla fine quasi nessuno riesce a spiccicare discorsi completi, tanto che la dichiarazione più significativa è probabilmente il «grazie, è fichissimo», pronunciato da Caterina Guzzanti.
Senza svelare troppo, si può dire che la nuova serie sembra più politica, almeno per quello che si è visto in anteprima. Si fanno nomi, o riferimenti piuttosto evidenti per quanto figurati. È poi una serie più matura che abbandona il set dove è nata e cresciuta per affrontare anche altre location. Infine, gli sceneggiatori hanno assolutamente chiaro che quello che devono maneggiare ora è una serie cult, un prodotto non solo di successo ma già elevato a livello di culto. Lo si capisce soprattutto guardando il piccolo promo preparato per la serata, dove si vedono i protagonisti della serie sul palco del Roma Fiction Fest.

per Il Manifesto

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