Archivi del mese: luglio 2010

CINEMA, DIRITTI UMANI E LOCATION BELLISSIME: IL SALENTO FINIBUS TERRAE FA TAPPA A OSTUNI

Al festival salentino premiato Ilya Politkovskij (figlio di Anna Politkovskaja) e alcuni tra i migliori cortometraggi i circolazione

Quindici giorni di festival, cinque località, qualche decina di cortometraggi, più di cento ospiti, ma soprattutto tanta passione. Eccolo, il Salento Finibus Terrae, festival pugliese diretto dall’istrionico Romeo Conte e organizzato con la cooperazione delle amministrazioni locali: a San Vito dei Normanni, quattro giorni di festival, in apertura e chiusura, e il movie village dove si svolgono gli incontri e i dibattiti, e poi a Fasano, Ceglie Messapica, Carovigno e il 25 e 26 luglio a Ostuni, la tappa che abbiamo seguito. Due giorni nella splendida cornice del Chiostro San Francesco con proiezioni di cortometraggi dedicati al tema “Diritti Umani” e consegna di premi: in primis quello a Ilya Politkovskij, figlio della scomoda giornalista russa Anna Politkovskaja uccisa in Russia il 7 ottobre 2006. Ilya, oltre a ricevere il premio, ha partecipato alla tavola rotonda “Cinema e diritti umani” dove ha ricordato la madre e parlato dell’importanza di tenerne viva la memoria e anche di arrivare ad un verdetto giusto dal tribunale che sta prendendo in esame l’omicidio della Politkovskaja.

Ogni tappa vengono trasmessi una serie di cortometraggi, relativi ad una tematica specifica o ad un genere (animazione, Energia e Ambiente, Thriller – Noir – Horror eccetera) e sono consegnati i premi ai migliori film visti. Per quanto riguarda Ostuni e i diritti umani, il premio al miglior cortometraggio è andato a Meseld el (Tell your Children), bellissima opera dell’ungherese András Salamon, che in 5 minuti riesce a raccontare una storia di antisemitismo che parte negli anni ’40 e arriva fino ai nostri giorni. Ma si sono viste, soprattutto la seconda sera, diverse opere interessanti, come lo spagnolo Metropolis Ferry (premiato per la miglior regia), sul ritorno da un viaggio in Marocco di tre amici, che vedono un ragazzo magrebino aggredito dalla polizia e non riescono a rimanere inermi: ma cosa fare? come fare per rendersi davvero utili? Un cortometraggio che interroga alla radice le colpe della società occidentale. Molto bello anche 19 giorni di massima sicurezza, dove Luisa Ranieri interpreta una donna ingiustamente incarcerata per quasi tre settimane. La vita in galera è narrata quasi come in una piece teatrale, dalle parole della protagonista di questa vera storia di mala giustizia: è la moglie del regista, e si sentono in questi 13 minuti tutta la sofferenza, le difficoltà, l’ingiustizia che entrambi, l’uno fuori l’altra dentro al carcere, hanno vissuto. Il caso giudiziario è ancora aperto. Dal Messico arriva invece Una vida mejor, l’avventura di tre bambini dal Messico negli Usa attraverso il deserto: fame, sete, banditi, scorpioni e altre difficoltà, il tutto in quindici minuti quindici, con un’intensità unica e attori bravissimi: un colpo al cuore difficile da dimenticare. I film vengono proiettati questi giorni su Iris, il canale del digitale terrestre di Mediaset, e alcuni sono anche nella sezione dedicata al festival del sito lastampa.it.

per Zabriskiepoint

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Che cosa fare quando tutto brucia? Su Antonio Pascale

Antonio Pascale, scrittore casertano che vive a Roma, smette (temporaneamente?) i panni di romanziere e si produce ora in opere di saggistica autobiografica di impegno civile. Infatti dopo Qui dobbiamo fare qualcosa. Si ma cosa? (Laterza, 2009) il suo nuovo Questo è il paese che non amo, edito da Minimum Fax, è una conferma che Pascale si stia interrogando su cosa sia questo malandato paese e quale sia il ruolo dell’intellettuale nella discussione pubblica. Nel titolo del nuovo libro non ci sono punti interrogativi, ma possiamo immaginarceli: certezze nel libro ce ne sono poche, o meglio sui problemi abbondano, ma sulle soluzioni prevalegono i dubbi, tantè che il libro si chiude proprio con un punto interrogativo.

Fare

Cosa può fare l’intellettuale e lo scrittore per analizzare e approfondire al meglio la realtà (specie quella italiana) ed eventualmente cercare di migliorarla? è questo uno dei temi, e Pascale se lo chiede non in astratto, ma portando e parlando di esempi assolutamente concreti, casi di vita vissuta, la sua e quella della nazione, dato che il libro e’ tutto un intrecciarsi di reazioni personali e collettive a dati eventi: la messa in onda del Live Aid, del video di We are the world, la vicenda Di Bella, Berlusconi al parlamento europeo che da del Kapò a un parlamentare tedesco e molte altre. Ecco un esempio, nella scrittura dell’autore, per capire meglio cosa si intende con il personale che sfocia nel collettivo: «il 19 gennaio 2000 morì B Craxi, il 25 aprile 2000 cadde il governo D’Alema, il 20 giugno 2000 nacque la mia seconda figlia, Marianna, e il 23 giugno 2000 morì Enrico Cuccia, il più importante e misterioso banchiere italiano, presidente onorario di Mediobanca. E tutti a dire: è veramente finita un’epoca, comincia il nuovo secolo. Un secolo migliore».

Narrare

La questione cardine è quella della narrazione, del come raccontiamole cose. Pascale si dilunga nello spiegare il famoso – almeno per la critica cinematografica – saggio in cui l’allora critico dei Cahiers du cinéma Jacques Rivette se la prende con Gillo Pontecorvo per la carrellata sulla morte della protagonista nel film Kapò. Un carrellata – secondo l’autore – moralmente ingiusta perché non è cosi che si puo’ mettere in scena la morte. Non sappiamo nulla della morte, che è per definizione l’esperienza di cui non possiamo avere esperienza, allora come possiamo metterla in scena? Con molti dubbi e ponendosi una serie di domande preliminari. Come la si può filmare la morte senza sentirsi un impostore, si chiedeva insomma Rivette accusando invece il regista italiano proprio di non aver chiara proprio questa domanda, che è preliminare. La carrellata infatti è un punto esclamativo, nel linguaggio cinematografico, non esprime dubbi. E Pascale ne cita altre, di narrazioni scandalose, di modi di raccontare le cose in maniera moralmente sbagliata, come il racconto dello scrittore Antonio Moresco I maiali dove egli si appropria dei pensieri del bambino caduto nel pozzo a Vermicino. E questa operazione di rendere tollerabile l’orrore non è forse la stessa di Benigni con La vita è bella?

Problemi anche con le narrazioni occidentali che si occupano d’Africa, che in genere puntano a mettere in risalto l’impegno dei bianchi e la povertà dei neri. Pascale si occupa ampiamente di due esempi: il LiveAid e il video di We are the world. In entrambi si crea un prodotto tipico, un modello di africano da esportare, sofferente mentre noi occidentali bianchi andiamo a porgergli la mano cercando di farlo risorgere. Ma spesso, fa notare Pascale, nei posti malandati i bianchi restano giusto il tempo di scattare foto o raccogliere interviste, e poi rimangono i volontari africani. Lo scrittore fa riferimento al critico cinematografico Serge Daney, che nei confronti del video We are the world, disse che questo annullava con un’operazione semplicistica – le sfumature e gli effetti di montaggio – e falsa la carta geografica del mondo. «Le star erano sconvolte dalla povertà del Terzo Mondo ma solo per pochi minuti, e perlopiù, teoricamente». Un’esperienza della povertà ridotta ad un elemento esotico, forse mostruoso ma comunque lontano.

Insomma, e’ tutta una questione di uso di dettagli e di linguaggi che vanno approfonditi per cercare di interpretare. Una questione di stile, dice Pascale: «è sempre una questione di stile e di punti di vista. Non è il dolore del mondo che fa paura, è la sua complessità e la fatica che bisogna fare per misurarlo giorno per giorno, perché il mondo si evolve e noi abbiamo paura, e per trovare conforto elaboriamo facili simboli che rallentano la nostra intelligenza».

Semplificare

Simboli, semplificazioni, impressioni e non approfondimento, trasporto emotivo. Come nel caso Di Bella, il medico che nel ‘98 sosteneva di poter sconfiggere il cancro con una cura sperimentale. La cosa scatenò un discreto dibattito pubblico, anche se gli scienziati e gli specialisti – cioè coloro i quali dovrebbero avere voce in capitolo su queste questioni – si dichiarassero quantomeno scettici. Ma la vicenda fu invece amplificata da direttori di giornale, giornalisti e presentatori (Bruno Vespa cofirmò addirittura un libro con il professore). Il paese restò affascinato da questo anziano dottore, sostiene Pascale perché sembrava un vecchio nonno, «parte di un’Italia arcaica, ma pulita e giusta, non corrotta dalla modernità», era rassicurante. La cura, chiaramente, non funzionò, ma Di Bella funzionava benissimo come personaggio mediatico, quindi molti gli credettero. Similmente, Vandava Shiva vestendo con il sari e il bindi diventa ai nostri occhi la tipica indiana, un «prodotto da esportazione»: molti sono portati a crederle quando parla dei contadini indiani che si suicidano per colpa delle multinazionali che li obbligano a comprare le sementi di cotone Bt (da lei chiamati Ogm, anche se tecnicamente non lo sono). Non importa che questa affermazione sia vera o falsa (dati alla mano Pascale smonta questo teorema) ma importa che Vandana Shiva riesca a veicolare il messaggio attraverso un preciso codice, molto gradito ai media, specie per la sinistra, che – sempre secondo l’autore – «da tempo ha sostituito l’idea di progresso con il sapere nostalgico o nel peggiore dei casi con il revival». Sulla questione scienza e opinioni Pascale è piuttosto diretto: «La scienza è contro le opinioni, ossia si chiede con insistenza la verifica di quanto affermato. Si capisce che in un regime di opinioni diffuse e per di più sostenute con escamotage retorici, il metodo scientifico potrebbe fungere da bussola». Ma, appunto, in Italia non lo è, siamo pieni di editorialisti e opinionisti e di pochi (o probabilmente sono molti, ma non vengono interpellati) esperti su temi specifici.

Indagare

Quello italiano è un regime emotivo, dove vicende come la Madonna di Civitavecchia sanguinante occupano per mesi le cronache nazionali. Pascale indaga anche il sistema della commozione. Chiama, cooptando la definizione da Kundera, prima lacrima qualle sincera e spontanea, seconda, già artefatta, non più commozione per l’evento, ma commozione pensando a quanto sia giusto piangere in quel momento. Viviamo nell’industria delle seconde lacrime (se non terze o quarte), ma secondo Pascale ci sarebbe un’altra possibilità: cercare con metodo e misura la loro fonte primaria, cioè da dove arrivino queste lacrime, analizzando le variabili complesse, con un approccio analitico e non emotivo. Ed è così che chiude il libro, cercando di raggiungere questa razionalità che ci potrebbe far vedere le cose in modo diverso. Secondo Pascale dobbiamo mettere al bando l’idea di felicità e garantirci il diritto all’inquietudine, praticata con coscienza e metodo. «Se non possiamo essere felici, dobbiamo accontentarci di essere intelligenti, e dunque indagare, indagare, indagare».

per Tysm


La palla ovale è (quasi) salva

Roma, almeno per ora, è salva: il rugby che conta rimane nella capitale. Il Sei Nazioni si giocherà ancora allo Stadio Flaminio, che dovrebbe essere la “casa italiana del rugby” ma che in attesa delle ristrutturazioni sembra piuttosto una casetta non troppo ospitale. E poi, e questo era il nodo più complicato, la Futura Park Rugby Roma disputerà anche la prossima stagione il massimo campionato italiano di rugby, sempre che entro il 5 di agosto riesca a fornire le garanzie economiche che vuole la Federazione Italiana Rugby (Fir). Campionato che ha cambiato nome da Super10 a Campionato Italiano d’Eccellenza: Super probabilmente non lo era, e se il buongiorno si vede dal mattino non sembra neppure d’eccellenza, almeno nel campo della gestione.

La scelta di “salvare” la Rugby Roma è stata presa venerdì e sabato scorso al consiglio della Fir, guidata da Giancarlo Dondi (75 anni, da 14 gran capo della palla ovale italiana). Ma se questo può essere visto come l’ennesimo tentativo di metterci una toppa, la crisi del rugby italiano è evidente, da un punto di vista  economico e non solo. Roma è salva con delega, Parma, società nata nel 1931, tre scudetti vinti, si è unita a Noceto, diventando i Crociati, Rovigo ha cambiato nome per evitare fallimenti peggiori e altre società, anche in Serie A (la seconda divisione) faticano sensibilmente. Mancano i soldi, e se anche se gli altri sport non stanno meglio –  basta guardare a quanto sta accadendo nel ricco calcio ad alcune società di Prima e Seconda divisione (vedere Il Fatto domenica scorsa) – nel rugby la crisi è probabilmente più profonda. Le ragioni non sono solo economiche, ma anche politico-gestionali: per fare un solo esempio, è davvero difficile pensare sia normale che, a fine luglio, la situazione di campionati che iniziano in autunno sia ancora così confusa, con squadre ripescate per riuscire ad organizzare tornei con un numero di compagini sufficienti.

Ma questo non è che l’ultimo capitolo di una travagliata gestione federale dei campionati e in parte anche delle nazionali, frutto di confusione e mancanza di programmazione, nonostante l’approdo di due team italiani in Celtic League, il campionato d’eccellenza (questo sì) con le squadre britanniche. Le due compagini italiane sono state scelte dalla Fir nello scorso autunno, e anche in questo caso i limiti politico-decisionali furono evidenti: selezionati prima Pretoriani (di Roma) e Aironi del Po (lombardo-emiliani), è stata poi ripescata la Benetton Treviso al posto dei romani, il tutto condito di polemiche, rilanci, problemi, accuse di Veneto-centrismo o Roma-centrismo (tipiche, nel rugby italiano). La lega celtica sarà senz’altro un importante vetrina per il rugby italiano (senza contare l’indotto turistico) ma ha portato altra confusione, sicuramente in parte evitabile, e porterà molti buoni giocatori italiani a non giocare il campionato d’Eccellenza, indebolendolo ancor di più. Nonché si verificherà la curiosa situazione di avere una delle più importanti e vincenti società italiane, la Benetton Treviso, non prender parte al campionato italiano.

La Nazionale, almeno, rimane molto amata, anzi, lo è sempre di più, nonostante le sconfitte – tante, troppe, quasi in tutte le partite a cui prende parte. Eppure non mancherebbero i problemi, con un allenatore sudafricano, quel Nick Mallet dal sicuro passato vittorioso, molto criticato soprattutto per la continua ricerca di giocatori equiparati anche adottando soluzioni bizzarre a scapito di giovani italiani, e che spesso ama cambiare ruolo ai giocatori, non sempre – o meglio, quasi mai – con buoni risultati.

Un panorama piuttosto confuso, quello del rugby italiano. Panorama che è si sportivo, ma anche l’ennesima storia italiana di immobilismo e scarsa programmazione, poca attenzione per il futuro e talvolta anche per i talenti da coltivare, con gestioni spesso inadatte o in mano a persone in sella da troppo tempo (Dondi è al suo quarto mandato alla guida della Fir). Storia che forse riguarda solo qualche decina di migliaia di appassionati della palla ovale (che potrebbero essere comunque molti di piu) ma che è ancora una volta emblematica di alcuni problemi tipici della società italiana.

per Il Fatto Quotidiano, 22/07/2010


Belle, tradite e super impegnate. Le buone mogli «a puntate»

Cosa fare se il tuo «irreprensibile» maritino, importante figura pubblica, con il quale hai fatto anche due figli, viene filmato in atteggiamenti alquanto intimi con una squillo e messo in prigione dopo essere stato accusato di varie malefatte? Torni al tuo lavoro, carriera legale, ricominciando umilmente dall’inizio, malgrado le chiacchiere e il fardello da portare. Il primo caso, in difesa di una giovane donna ingiustamente accusata, verrà naturalmente sbrogliato dalla abile madre lavoratrice combattiva. È la sintesi della prima puntata di The Good Wife, procedural drama di Cbs, passato la scorsa settimana al Roma Fiction Fest.
Uno sguardo interessante l’ha proposto la sezione Factual. Imperdibile, per gli amanti della monumentale saga di Stieg Larsson, il doc Millenium. Una fucina di aneddoti sullo scrittore di Uomini che odiano le donne, vengono intervistati quelli che hanno lavorato con lui, la sua famiglia e la telecamera ci porta nei luoghi dei libri e dalla vita dell’autore. Che, non se ne parla quasi mai, era un militante di estrema sinistra, redattore di una rivista svedese fortemente impegnata nella lotta contro il neonazismo, amico fraterno di Maurice Bishop (il rivoluzionario di Grenada). Tutt’altra ambientazione per un’altra opera factual, italiana, La mia casa è la tua casa, sul tema dell’affido e dell’accoglienza, dove si raccontano alcune storie di famiglie che hanno deciso di accogliere temporaneamente bambini e ragazzi: stile asciutto ma pieno di sentimento, pochi fronzoli, vengono lasciati parlare i protagonisti senza aggiungere quasi nulla. Fra i pezzi forti anche Parenthood, sorta di spin off dell’omonimo film del 1989 di Ron Howard, al centro le vicende di una famiglia americana, quattro figli (equalmente ambosessi) con allegati partner e figli e il vecchio pater familia piuttosto ingombrante. Classico di genere, con ogni nucleo alle prese con diverse situazioni, le gioie, i problemi, come la ragazza ribelle che conduce, nientemeno, la cugina sulla cattiva strada. La vedremo a dicembre, a pagamento, su Mediaset premium.
Di tutt’altra vena La la Land, spassosa serie britannica made in Bbc. Le dissacranti vite di tre inglesi emigrati a Los Angeles per cercare fama e gloria. Fiction diretta da Marc Wootton, che interpreta i tre personaggi: un aspirante documentarista alquanto attratto dalle droghe, un attore assai fastidioso e una sorta di medium. Siamo dalle parti del grottesco spinto alla Little Britain: sicuramente un’opera innovativa che si è guadagnata l’impegnativa catalogazione di docu-comedy.

per il manifesto, 18/7/2010


In viaggio tra le favole del piccolo schermo

Eroi del quotidiano, La fiction televisiva e Mondi Seriali: tre libri che offrono strumenti importanti per l’analisi e la critica dei prodotti seriali televisivi

Malgrado siano sempre più protagoniste sugli schermi televisivi, le serie tv non riscuotono altrettanto successo a livello di analisi e studio. Le pubblicazioni italiane sull’argomento sono ancora davvero poche: per capirlo basta affacciarsi in una qualunque libreria e dare un’occhiata agli scaffali dedicati agli studi sulla televisione (quando ci sono). Negli ultimi anni si segnalano sparute edizioni, dedicate per lo più a singoli o pochi prodotti, e la maggior parte di queste sono opere di aneddotica, pieni di foto e notiziole. Mancano quasi completamente le opere di sintesi, o generali, come dizionari o volumi collettanei. Certo, la produzione libraria rispecchia il livello arretrato di studi sulle serie tv, nonostante sia ormai difficile sostenere che queste non abbiano affiancato (qualora non sostituito) il cinema nella produzione di immaginario di massa: almeno in Italia, non ci sono molti corsi universitari sull’argomento, non vengono vergate pagine e pagine sui quotidiani, non vengono organizzati molti convegni e meeting. A parziale smentita di quanto detto, in questi ultimi due anni sono usciti almeno tre libri che, con i loro meriti e i loro demeriti, offrono strumenti importanti per l’analisi e la critica dei prodotti seriali televisivi.

Eroi del quotidiano. Figure della serialità televisiva (2010, Bevivino, 15€, 274 pag) è un volume collettaneo, eterogeneo e pieno di contenuti, uscito quest’anno e curato da Fabio La Rocca, Andrea Malagamba e Vincenzo Susa, studiosi provenienti da campi disciplinari diversi (sociologia e critica letteraria), quasi a definire fin dalle premesse un approccio multidisciplinare. Che poi è l’unico approccio possibile ed auspicabile, quando ci si accosta a queste tematiche. Fin dall’introduzione viene sottolineata l’importanza dei prodotti seriali come moderni costruttori di miti, moderni eroi – come lo furono quelli dei racconti mitologici. Non solo, i personaggi di cui si parla in queste pagine (tra gli altri, Dexter, House, Tony Soprano eccetera) rappresentano «il punto culminante di un processo di graduale spettacolarizzazione della vita quotidiana». I tre autori fanno notare, nella bella introduzione, che le serie tv intercettano una certa «tendenza a rendere oggetto di rappresentazione le più alte aspirazioni umane, ma anche e soprattutto ciò che è da sempre stato considerato difettoso, tenebroso o persino vizioso»: insomma non solo eroici dottori che risolvono con le loro geniali trovate malattie altrimenti incurabili, ma anche pericolosi serial killer dalla doppia esistenza o mafiosi italoamericani un sacco affascinanti. Il mito e la realtà, legate da un doppio film, racconti ideali e racconti assolutamente reali, «da cui si profila un caleidoscopio in grado di riflettere gli aspetti essenziali del nostro tempo», un «eccezionale laboratorio di assorbimento e di diffrazione dell’immaginario occidentale». Nel libro si raccolgono quindici saggi su serie degli ultimi anni, da Californication a Gossip Girl, da Scrubs all’immancabile Lost, divisi in quattro parti: Variazioni sull’ombra, Immaginari della cura, L’esorbitanza del quotidiano, Sconfinamenti e un finale Grandangolo.

La fiction televisiva (2009, Carocci, 10€, 128 pag) di Giorgia Iovane è un classico volume della collana le Bussole, quelli, per intenderci, con il retro e la costina gialla e che spaziano tra i più vari argomenti. Come tutti i volumi della serie, anche questo sconta l’eccessiva brevità – in meno di 130 pagine deve riassumere problemi talvolta davvero complessi – e un tono un po’ didattico che ogni tanto stufa e appesantisce la lettura. Ma ha dei pregi indubbi, tra tutti quello di spiegare per filo e per segno concetti che spesso si tralasciano: qual è la differenza tra un serial e una serie? Cos’è un telefilm o una fiction? Quali generi sono propri della serialità? Domande forse scontate, ma mancava un libro che in maniera chiara ed efficace affrontasse alla radice questi temi. Il libro muove da un approccio semiotico, e non mancano quindi interessanti pagine sul pubblico: chi guarda le serie? Come le guarda?. Un testo di base che qualunque appassionato di serie tv desideroso di capirne i meccanismi dovrebbe leggere.

Piu vecchio Mondi Seriali (2008, RTI, 18€, 350 pag), frutto di un convegno promosso dalla fondazione di ricerca di Mediaset e uscito qualche mese dopo un fascicolo speciale della rivista LINK. Idee per la televisione dedicato proprio «all’industria, allo sfruttamento, al consumo delle serie tv». Volume anche questo eterogeneo e ampio, difficile quindi analizzare in poche righe tutte le posizioni espresse. Più facile citare alcune delle idee generali: prima di tutto, la convinzione che la semiotica, che ha mosso i primi passi analizzando storie, miti e fiabe, debba ora occuparsi di fiction televisiva, perché le serie sono le fiabe, i racconti di oggi. Questione fondamentale è come si studia una serie: se partendo da un episodio, confrontandolo con gli altri o no, come si mettono in serie le fiction e via dicendo. I saggi sono dedicati a specifici prodotti, come quelli su Dr House, 24, Boris, Twin Peaks, Nassirya, OC eccetera, ma non mancano anche contribuiti di ampio respiro sulla natura stessa della fiction, la sua evoluzione, i cambiamenti di format, la – spesso ormai stanca e superata – distinzione tra fattuale e finzionale (che mette peraltro in crisi anche la stessa parola “fiction” che impropriamente usiamo in italiano per nominare le serie tv). Particolarmente interessante quanto fa notare Armando Fumagalli, quando sostiene che che le fiction italiane siano più vicine al cinema hollywoodiano, tradizionalmente destinato a raggiungere ampie fette di pubblico, che alle serie televisive americane, che invece rimangono di nicchia negli Usa: un interessante come punto di discussione. Per finire, una notazione sull’apparenza estetica del volume, veramente molto pregevole, con una copertina rigida ed una grafica accattivante, fuori dal comune, con ampie immagini sgranate a dividere i saggi l’uno dall’altro.

per Alias, 17 luglio 2010


Difesa della Sconfitta

ogni storia che finisce rinnova il trauma primordiale del maschio, quello sganciarsi dal grembo della donna che lo induce a sentirsi abbandonato anziché creato. E’ una forma disperata di dipendenza che si nutre di falso orgoglio ed egoismo autentico. Per guarire serve lo scatto di coscienza che trasforma una marionetta di muscoli in un uomo. Io la chiamo Difesa della Sconfitta: la capacità di sopportare lo strappo del cuore senza smarrire il rispetto di sé. Saper perdere è la premessa di ogni educazione sentimentale. Si applica in amore come nello sport, in politica come nella vita. Ma non la pratica quasi nessuno, perché nella civiltà delle emozioni isteriche e rancorose quasi nessuno riesce ancora a farsi invadere dalla calma forte di un sentimento.

Gramellini di oggi. Qui tutto il pezzo.


Fare una cosa diversa, ogni tanto

motivi per tifare Germania stasera e per la vittoria finale, a dispetto di qualche decina d’anni di storia:

1) il maglione di Loew
2) che sono simpatici e giovani
3) che sono simpatici proprio perché non sembrano per nulla tedeschi
4) e infatti tanti sono mezzi tedeschi, naturalizzati, immigrati di X generazione.
5) Klinsmann non è l’allenatore, Ballack non solo non gioca ma se ne è pure andato, pare, a male parole. E non solo sono entrambi incredibilmente antipatici, ma come è noto Ballack non vince (quasi) mai, arriva sempre al secondo posto o giù di lì.
6) i miei amici philippe e john sarebbero contenti
7) anche per esclusione: la Spagna è una squadra di prime donne fastidiose, altro che gruppo. l’Olanda, ecco, loro sì che sembrano tedeschi, ed inoltre non possono vincere in Sudafrica, sarebbe orrendo.
8 ) pure se la Germania vince il mondiale, italiagermaniaquattroatre e la divertente vittoria di quattro anni fa rimangono eh!
9) il polpo deve sbagliarsi! non può avere sempre ragione!
10) uno per tutta la vita tifa contro la Germania. Per una volta si può pure fare una cosa diversa.