La palla ovale è (quasi) salva

Roma, almeno per ora, è salva: il rugby che conta rimane nella capitale. Il Sei Nazioni si giocherà ancora allo Stadio Flaminio, che dovrebbe essere la “casa italiana del rugby” ma che in attesa delle ristrutturazioni sembra piuttosto una casetta non troppo ospitale. E poi, e questo era il nodo più complicato, la Futura Park Rugby Roma disputerà anche la prossima stagione il massimo campionato italiano di rugby, sempre che entro il 5 di agosto riesca a fornire le garanzie economiche che vuole la Federazione Italiana Rugby (Fir). Campionato che ha cambiato nome da Super10 a Campionato Italiano d’Eccellenza: Super probabilmente non lo era, e se il buongiorno si vede dal mattino non sembra neppure d’eccellenza, almeno nel campo della gestione.

La scelta di “salvare” la Rugby Roma è stata presa venerdì e sabato scorso al consiglio della Fir, guidata da Giancarlo Dondi (75 anni, da 14 gran capo della palla ovale italiana). Ma se questo può essere visto come l’ennesimo tentativo di metterci una toppa, la crisi del rugby italiano è evidente, da un punto di vista  economico e non solo. Roma è salva con delega, Parma, società nata nel 1931, tre scudetti vinti, si è unita a Noceto, diventando i Crociati, Rovigo ha cambiato nome per evitare fallimenti peggiori e altre società, anche in Serie A (la seconda divisione) faticano sensibilmente. Mancano i soldi, e se anche se gli altri sport non stanno meglio –  basta guardare a quanto sta accadendo nel ricco calcio ad alcune società di Prima e Seconda divisione (vedere Il Fatto domenica scorsa) – nel rugby la crisi è probabilmente più profonda. Le ragioni non sono solo economiche, ma anche politico-gestionali: per fare un solo esempio, è davvero difficile pensare sia normale che, a fine luglio, la situazione di campionati che iniziano in autunno sia ancora così confusa, con squadre ripescate per riuscire ad organizzare tornei con un numero di compagini sufficienti.

Ma questo non è che l’ultimo capitolo di una travagliata gestione federale dei campionati e in parte anche delle nazionali, frutto di confusione e mancanza di programmazione, nonostante l’approdo di due team italiani in Celtic League, il campionato d’eccellenza (questo sì) con le squadre britanniche. Le due compagini italiane sono state scelte dalla Fir nello scorso autunno, e anche in questo caso i limiti politico-decisionali furono evidenti: selezionati prima Pretoriani (di Roma) e Aironi del Po (lombardo-emiliani), è stata poi ripescata la Benetton Treviso al posto dei romani, il tutto condito di polemiche, rilanci, problemi, accuse di Veneto-centrismo o Roma-centrismo (tipiche, nel rugby italiano). La lega celtica sarà senz’altro un importante vetrina per il rugby italiano (senza contare l’indotto turistico) ma ha portato altra confusione, sicuramente in parte evitabile, e porterà molti buoni giocatori italiani a non giocare il campionato d’Eccellenza, indebolendolo ancor di più. Nonché si verificherà la curiosa situazione di avere una delle più importanti e vincenti società italiane, la Benetton Treviso, non prender parte al campionato italiano.

La Nazionale, almeno, rimane molto amata, anzi, lo è sempre di più, nonostante le sconfitte – tante, troppe, quasi in tutte le partite a cui prende parte. Eppure non mancherebbero i problemi, con un allenatore sudafricano, quel Nick Mallet dal sicuro passato vittorioso, molto criticato soprattutto per la continua ricerca di giocatori equiparati anche adottando soluzioni bizzarre a scapito di giovani italiani, e che spesso ama cambiare ruolo ai giocatori, non sempre – o meglio, quasi mai – con buoni risultati.

Un panorama piuttosto confuso, quello del rugby italiano. Panorama che è si sportivo, ma anche l’ennesima storia italiana di immobilismo e scarsa programmazione, poca attenzione per il futuro e talvolta anche per i talenti da coltivare, con gestioni spesso inadatte o in mano a persone in sella da troppo tempo (Dondi è al suo quarto mandato alla guida della Fir). Storia che forse riguarda solo qualche decina di migliaia di appassionati della palla ovale (che potrebbero essere comunque molti di piu) ma che è ancora una volta emblematica di alcuni problemi tipici della società italiana.

per Il Fatto Quotidiano, 22/07/2010

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