Archivi del mese: agosto 2010

IL RIFUGIO

Giudizio (max 5): 4

Mousse (Isabelle Carré) è incinta. Il futuro padre Louis muore, di overdose, dopo qualche scena in un appartamento spoglio, governato dai ritmi dell’eroina. Anche lei è tossica, ora cerca lentamente di uscirne, la maternità ha le sue regole. I genitori di lui, ricchi altoborghesi snob, vogliono farla abortire. Lei non ci pensa proprio, si ritira nel villone fuori città, sul mare dei Paesi Baschi francesi, in cerca di pace e curandosi dalla dipendenza dalla droga. Spunta il fratello di Louis, Paul (Louis Ronan Choisy), zio in pectore bello, alquanto omosessuale e adottato. Impossibilitato ad essere – biologicamente – padre, intuiamo questa sua paternità repressa che in un certo senso esplode stando a contatto con la compagna del defunto fratello.
È una lenta e assolata danza fatta di sguardi, velate seduzioni, corpi che si sfiorano. Teatro questa villa isolata, che fa così Ozon, uno di quei registi che ritorna spesso sulle stesse tematiche, che aggiorna, senza mai stancare, il suo film, con variazioni puntuali e inserti di vario genere. E questo è l’ennesimo grande film di Francois Ozon, che esce con sommo ritardo (era al festival di Torino, quasi un anno fa) e giusto in tempo per non sovrapporsi con quello nuovo, che verrà presentato a Venezia.
La protagonista era realmente incinta durante la lavorazione. Il suo corpo è esposto, martoriato dalla droga,”pieno” di vita e al tempo stesso scottato dalla morte del compagno. Il corpo di Paul, slanciato, quasi perfetto, è quasi in opposizione. E tutto intorno il solito mondo di Ozon, fatto di sole accecante, villette isolate, riprese delicate, controllate, una tecnica eccezionale. Il melodramma può risultare scontato e banale ad alcuni, non è un film nelle corde di tutti. Per gli amanti del regista francese, ancora pura meraviglia.

per Zabriskiepoint.net


il caos sociale

una virgola messa male o superflua altera il senso del mondo e dà adito al caos sociale, dato che, prestando il fianco a interpretazioni arbitrarie, legittima la violenza dei crudeli in cerca di un cavillo

(Aldo Busi, La posta del cuore, Rolling Stone settembre 2010, p. 24)


Bella ed inutile

Venezia è come il sesso: ci dimentichiamo sempre di come sia bella ed inutile. Ma dimenticandocene ogni volta rimaniamo stupiti sia della sua bellezza che della sua inutilità.

(Incipit del pezzo di Francesco Bonami, il Riformista di oggi a p. 13)


L’«Italiano vero» Merola e la polpa, tutti sulla giostra

È tornato. Con la sua aria perennemente abbronzata e quel soprannome che non ama ma che si porta dietro da ormai quasi tre lustri: Merolone. Valerio Merola se lo guadagnò ai tempi della prima Vallettopoli, una piccola inchiesta peraltro risoltasi abbastanza in fretta e a suo favore: alcune ragazze lo accusarono di averle costrette ad avere rapporti sessuali in cambio di favori, si fece dieci giorni di carcere, dopo pochi mesi caso archiviato, tante scuse e risarcimento. Ma da quella storia ne emerse un’altra, quella dell’One, cioè del suo membro fuori dalla norma che, secondo il suo avvocato, gli avrebbe reso difficile la violenza per cui era accusato. Lui ci scherzò su, arrivando anche a registrarci una canzone, ma alla fine emigrò a Cuba per lavorare in tv là. In Italia sembrava – televisivamente – finito. Invece, prima piccole cose, poi l’immancabile Isola dei famosi nel 2004, opinionista in vari programmi, e adesso in una vetrina ben più importante, una trasmissione pre pranzo, seppur estiva, su Rai Due.
Si chiama la Giostra sul 2, e non è che ci sia molto da dire, la notizia è che esiste, non quello che contiene: ospiti improbabili, chiacchiere di argomenti frivoli affrontati a la Italia sul 2 (il quasi gemello invernale), ambientazione estiva e cervello in rigoroso switch off. Merola è un po’ ingessato, ma fortunatamente è coadiuvato dal polpo Miranda, cugina del più famoso Paul. Lei, la polpa, sceglie il tema del talk show, e gli ospiti si scatenano in chiacchiere d’alto profilo, con affermazione del tipo «conviene a tutti fidanzasse con una brasiliana». E poi si balla, si canta, fa tanto sagra di paese, e probabilmente il pubblico è proprio quello, quell’Italia reale di cui tanto si parla e poco si capisce. Merola cambia continuamente la maglietta, «con questo caldo», e la polpa gli risponde «con te ne vedremo di tutti i colori»: le battute sono di questo livello.
E allora meglio parlare del personaggio, di uno che ha dichiarato nel 1996 di essere stato con 5mila donne, e che l’unica che avrebbe voluto sposare è Bianca Berlinguer (la direttrice del tg3, proprio lei). Ma Merola è anche amico di Renzo Bossi («Mi ammira, mi vede come una specie di fratello maggiore» ha dichiarato in luglio a Vanity Fair) e le male lingue dicono che dietro al suo ritorno in Rai ci possa essere proprio questa vicinanza con la Lega (ma lui smentisce). La nuova trasmissione è stata fin dall’inizio una discreta confusione: messa in onda prevista per il 26 luglio, slittata prima al 2 e poi all’8 agosto, partner femminile (quella in carne e ossa, non la polpa) annunciata in extremis, e la curiosa sponsorizzazione della regione Calabria, che ci metterebbe il cash e la location. Ah, e poi ci sono anche Gegia nel ruolo della voce della polpa e Rosanna Cancellieri. Può bastare così?

per il manifesto, 26/8/2010


Cinema varie ed eventuali

Ogni tanto fa bene anche scrivere o segnalare cose di cinema (oltre a quelle che periodicamente scrivo di qua). Allora, volevo dire che Matteo Borbone ha scritto una recensione di Hamam, uno dei primi film di Ferzan Ozpetek che quando lo vidi, ormai anni orsono, mi fece un’impressione positiva, e che ora, anni dopo, me lo ricordo proprio così: “Non è che sia un brutto film, intendiamoci: si vede che è fatto con pochissimi mezzi, e c’è una certa cura nel prodotto. Solo che i turchi non professionisti sono capaci, mentre gli italiani sono i soliti manichini di De Chirico che litigano”. E comunque, se non lo avessi visto lo vedrei volentieri.

Altra cosa, ieri sera sul 5 (cioè Canale 5) c’era un film francese che si chiama Lol e parla di adolescenti ma non ci sono lucchetti e amenità del genere, e i protagonisti suonano ma non è questa roba qui ecco. C’è msn, ci sono i modernissimi sms, ma per dinci non sembra mai di vedere una caricatura stereotipata dei teenager come nei film italiani. Da recuperare, magari in lingua originale.

Infine, in sala (o meglio, in quattro sale in quattro città italiane) c’è Pietro, di Daniele Gaglianone, la recensione è qui sotto. Vale la pena.


PIETRO

Giudizio (max 5): 3

Pietro va, e noi lo seguiamo. Porta piccoli volantini pubblicitari in giro per Torino, nei palazzi, o li mette sulle macchine, ogni tanto li da in mano. Pietro ha un leggero ritardo mentale, fa un lavoro considerato poco onorevole, ma con un certo zelo, anche se lentamente e ogni tanto perdendosi un po’. Il capo, che sta in uno stanzino buoi, lo tratta male. La sera esce, non con i suoi amici, ma con quelli del fratello, tossico e piccolo spacciatore, e per loro veste il ruolo del buffone, si esibisce in piccoli show in cui mima quello che il gruppo di amici surrogati gli chiede (soprattutto le “ficcate” di vario tipo). Pietro gira la città, vede un’aggressione ad un barbone, incontra il suo capo e tutte queste altre figure che lo sfiorano, a parte una ragazza che gli viene affiancata perché impari il mestiere, l’unica con cui stabilisce un vero contatto (anche un possibile viatico per una nuova vita?). Tutto il resto è accennato, a partire da Torino, intensa e vera, grigia, periferica, forse un po’ squallida come i personaggi che la vivono, resa benissimo dalla fotografia di Gherardo Gossi.
Il sospirato terzo film di finzione di Daniele Gaglianone (arriva a sei anni da Nemmeno il destino), è tutto questo, ed è soprattutto un grandissimo finale che da senso all’intera architettura del film, dandogli forza, togliendo quel senso, invero non spiacevole, di sospeso e momentaneo. Gaglionone, marchigiano da tempo emigrato a Torino, uno dei nostri registi più talentuosi, mette tutto sé stesso nei lavori che fa, e lo si vede. I tre attori principali, Pietro, il fratello e Nikiniki, spacciatore appena più potente, sono interpretati dai componenti del gruppo di cabaret Senso D’Oppio con cui il regista ha lavorato a teatro e diretto nel precedente film: un feeling lavorativo che si vede e si sente, specie nelle scene più intense. Budget basso, idee alte, esce in pieno agosto, con le città vuote e i cinema chiusi. Avanti così.

per Zabriskiepoint


Ora Facebook ti dice dove sei e dove vai…

Foursquare e Gowalla già esistono, poteva Facebook essere da meno? Certo che no. E allora ecco Places, il servizio del principe dei Social Network basato sulla geolocalizzazione. Di cosa si tratta? Praticamente è un’applicazione che permette di fare un «check-in» annotando la propria presenza in un dato luogo, e si può così scoprire se qualche amico è nelle vicinanze o ci è stato in passato, oltre a conoscere nuove persone che sono in zona. Con questo nuovo servizio Facebook si impone sempre più come un un social network «onnicomprensivo». Ma aumenta il rapporto tra reale e virtuale, alla faccia di chi sostiene che la rete sia un mondo a parte che non interagisce con la realtà. Facebook entra a gamba tesa in un settore dove è leader Foursquare, il social gaming creato da Dennis Crowley. Sembra che l’azienda di Mark Zuckerberg abbia provato a comprarlo per 120 milioni di dollari, ma questi abbia rifiutato l’offerta, guadagnando così un concorrente sicuramente più attrezzato sotto ogni punto di vista, a partire dai 500 milioni di utenti che lo popolano. Il lancio del nuovo servizio ha scatenato le solite polemiche sulla questione privacy, che accompagnano praticamente ogni novità di Facebook. E non sono bastate le cautele che emergono leggendo il testo del post pubblicato da Michael Sharon, il manager dell’azienda per Places, dove analizza e indica le opzioni di controllo e sicurezza che si possono adottare. Non manca naturalmente il risvolto commerciale: Facebook attira con questo servizio nuovi inserzionisti pubblicitari, come negozi e piccole attività. Si dirà che questa applicazione non farà che aumentare l’invasività e la pervasività dei social network nella nostra vita quotidiana. Vero, ma, non si è obbligati ad utilizzarla. E poi è ancora un’applicazione di nicchia, diffusa per il momento solo negli Stati uniti e a uso e consumo dei possessori di smartphone – relativamente pochi in Italia. Ma le possibilità di diffusione sono molto alte, ed è sicuramente un servizio che se attecchirà potrà cambiare le abitudini sociali di chi lo usa.

per il manifesto, 20/08/2010