Le meraviglie del cyber-cuore

A Budapest le ultime frontiere dell’elettronica. La diciottesima edizione della rassegna ungherese ha schierato Chapilier Fou, Young Punx e zZz. Li abbiamo incontrati.

Declinare la musica elettronica (e annessi e connessi) non è facile, e lo sviluppo del genere in questi anni Zero ha portato a piani e commistioni sempre più arditi. Chi segue questo tipo di musica cerca di districarsi nella miriadi di modelli, tipi, variazioni, nomi – alcuni fantasiosi – che vengono trovati per definire questa o quella tendenza. Leggere i cartelloni dei festival esti- vi, i grandi raduni musicali dove migliaia di giovani e non più giovani si ritrovano, è sicuramente un buon esercizio per fare il punto sull’elettronica presente e futura. Lo Sziget Festival in questo senso non fa eccezione. Giunto quest’anno alla maggiore età, per la diciottesima edizione del raduno che si svolge sull’isola di Obuda di Budapest è andata in scena la consueta varietà di generi e eterogeneità del programma. E si è vissuto in quella sorta di mondo parallelo che si crea per una setti- mana, completamente fuori dalle convenzioni della vita «normale»: quest’anno si potevano addirittura usare card prepagata e cellulari marcati Sziget, come dire che il mondo là fuori è un’altra cosa. Tra musica etnica, rock, metal e un’infi-nità di altri generi, due palchi sono dedicati esclusivamente all’elettronica, e filiazioni varie: Party Arena e la notturna Meduza. Si tratta come detto soprattutto di commistioni, generi mischiati insieme. Sulpalco della Party Arena si sono esibiti artisti come Dj Shadow, Si- mian Mobile Disco, ma anche i Gothan Project, il vocalist Calvin Harris e via dicendo, mentre al Meduza si sono visti tra gli altri i belgi Aeroplane che, tra le altre cose, remixano anche canzoni pop italiane anni Settanta. Allora per capirci qualcosa di più vale la pena parlare con qualche protagonista. «Quando mi chiedono che musica faccio non so proprio cosa rispondere», racconta Louis Warynski , alias Chapelier Fou, nel camerino del Budapest Jazz Club-Amphitheatrum Stage, un palco – dove teoricamente si fa jazz – a disposizione di un musicista dalle forti tinte elettroniche e dalla salda formazione classica, uno che insegna solfeggio e che dichiara fondamentali compositori come Ravel, Debussy… «Talvolta gli artisti giocano un po’ sul fatto di non sapere identificare in un gene- re la loro musica, ma nel mio caso è davvero cosi, faccio quello che posso, senza categorizzare, so che però violino e musica elettronica sono sicuramente molto importanti per me». Ma allora dove si esibisce un artista così poliedrico? Club, discoteche, concerti di che tipo? «Effettivamente suono ovunque. Ho aperto concerti di artisti diversissimi tra loro, da artisti france- si come Wax Tailor a musicisti elettronici o jazz (come qui a Buda- pest), ma anche musicisti classici. Penso sia bello non restare incate- nati a un genere, o almeno io prefe- risco così, ma questo non cambia la musica che faccio». Il palco A38-wan2 dello Sziget è invece quello generalmente dedicato alla musica «indie», ma non è un assunto visto che quest’anno ci hanno suonato ad esempio i Bad Religion. An- che su questo palco la commistione è all’ordine del giorno. «Il nostro secondo album Running with the Beast – raccontano gli olandesi zZz -, ha qualche canzone che vira verso la new wave, come Angel, ma quando suoniamo dal vivo improvvisiamo molto e allora sì che diventiamo new wave, addirittura sperimentiamo paesaggi sonori dark. E poi amiamo le connessioni con il garage rock e la dance». Ma al duo olandese piace giocare con i generi a partire dal nome. Björn Ottenheim racconta che il loro nome è da intendersi come «Jazz senza J e senza A» e che il suo- no del gruppo nasce grazie alla «combinazione di una batteria e un organo fatto suonare con un vecchio amplificatore Variosound (clone di un Italian Lesley)». Suono che pian piano si evol- ve, e quando li si ascolta si viene sommersi da un ventaglio incredibile di note: «Abbiamo diver- se influenze, che cambiano a secondo del perio- do e del nostro mood. Ascoltiamo un sacco di musica. È difficile capire quali siano le più im- portanti. Una cosa sicuramente devono averla le nostre canzoni: devono essere sensuali». A sinistra i londinesi Young Punx, qui sopra gli olandesi zZz e in alto a destra il francese Chapelier Fou Gli Young Punx, invece, hanno suonato sul Main Stage – l’immenso palco principale dove si sono esi- biti, tra gli altri, Iron Maiden, Muse, Madness, The Specials e, per tornare a qualcosa di più elettronico, i Faithless. Capire lo stile di que- sto gruppo/collettivo inglese è ve- ramente complicato, ma dare defi- nizioni non sembra certo essere una delle loro priorità o necessità: «Vogliamo che tutti quelli che suonano con noi portino il loro stile. Cerchiamo di mescolare persone con background musicali diversi, e tutti hanno qualcosa di diverso da dare alla creazione del nostro ’party’. Questa è, se ci pensi, un’evoluzione dell’estetica della mash-up culture (tecnica musicale in cui si miscelano due o più canzoni, ndr), ma può essere grandioso vedere cosa succede se, per esempio, met- ti nello stesso pezzo un cantante cubano, un chitarrista metal e un batterista d’n’b. Li spinge a suona- re in maniera non usuale, e spesso questo evidenzia le somiglianze tra diversi generi piuttosto che le differenze». Gli Young Punx vanno e vengono, sono un collettivo in con- tinua evoluzione: «Siamo un po’ co- me una palla di neve che rotola giù dalla montagna e diventa sempre più grande. Continuiamo a chiamare altre persone per unirsi alla gang! Non ci sono regole fisse su chi si unisce a noi e chi no. Qualcu- no rimane un paio di canzoni, o per un album intero, un tour, qualunque cosa. Si tratta solo di trovare persone divertenti e che possa- no mettere la loro personalità musicale nel progetto. Ci divertiamo molto sul palco e il feeling con il pubblico è fondamentale, ma chiaramente lavoriamo anche un sac- co, oggi l’industria musicale ha molti problemi e fare questo mestiere può diventare anche stressante. Ma è divertente». Con gli Young Punx c’è spazio anche per parlare di altro, come della loro città, Londra, una volta «mecca» della musica di ogni genere e oggi sempre meno attenta alle esigenze musicali, specie quelle dal vivo, è di pochi mesi fa la notizia della distruzione dell’Astoria (per far posto all’ennesima stazione ferroviaria, in pieno centro), uno dei luoghi simbolo del rock londinese, dove decine di artisti hanno registrato live: «Londra è ancora al centro della creazione di nuovi suoni. Sembra come se la musica evolva verso qualcosa di nuovo ogni cinque mesi, e questo è molto eccitante. Ma certo ci sono problemi con i locali e i luoghi do- ve suonare. Molti club stanno chiu- dendo. In realtà presto non ne ri- marrà nessuno davvero importante. È un po’ triste, ma il fatto è che Londra guarda sempre avanti, c’è sempre qualcosa di nuovo. Per noi non è mai un gran problema la- sciarsi il passato alle spalle». E gli Young Punx corrono come Londra, cambiano faccia e suono sempre, mantenendo una forte identità elettronica. Perfetta meta- fora di cosa possa essere oggi la musica elettronica.

Alias, 2 ottobre 2010 (qui sotto la pagina).

Sziget 2010

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