UOMINI DI DIO

di Xavier Beauvois

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Due film in uscita in questi giorni sono la dimostrazione che ben figurare al festival di Cannes ancora aiuta ad essere distribuiti in Italia. Il primo è il vincitore, Lo Zio Boonmee che ricorda le vite precedenti, mentre l’altro è questo Uomini di Dio (Des hommes et des dieux) di Xavier Beauvois, che alla Croisette si aggiudicò il Gran Premio della giuria: due film che difficilmente avrebbero altrimenti trovato spazio nelle sale italiane.

Uomini di Dio racconta di un gruppo di monaci stanziati presso il Monastero dell’Atlas, in Algeria (anche se nel film non viene mai specificato di quale paese si tratta). Lavorano, producono vivande che vendono anche al mercato, partecipano alle feste, insomma vivono in armonia con la popolazione mussulmana, curano e aiutano gli abitanti del villaggio che è cresciuto intorno al monastero. La quiete è rotta dall’avanzare dei fondamentalisti islamici, che uccidono un gruppo di lavoratori croati e poi fanno irruzione nel monastero, prima un gruppo pacificamente e poi un altro con tutt’altre intenzioni.
Malgrado non si facciano quasi mai nomi o riferimento a luoghi precisi, il film è tratto dalla storia vera dei monaci di Tibhirine rapiti e uccisi a metà anni novanta nei peggiori anni del fondamentalismo islamico algerino. È quindi una straordinaria testimonianza di una resistenza religiosa contro i terroristi da parte di un gruppo di monaci, che non si piega alla logica delle armi – rinunciando finanche alla protezione dell’esercito e dialogando invece con i fondamentalisti – e che attraverso il valore della parola (sia con lettera minuscola, nel senso di dialogo, sia con quella maiuscola, nel senso di Parola di Dio) cerca un possibile incontro con tutti, non rassegnandosi alla barbarie.
Il film mette in scena anche le abitudini dei monaci, quell’ora et labora tanto decantato, con lentezza e attenzione a gesti e particolari: non siamo dalle parti de Il grande silenzio di Philip Gröning, monumentale film monastico per eccellenza, ma anche qui assistiamo a questa routine con grande partecipazione e commozione per i passaggi più drammatici. Bellissime le riprese del monastero, i movimenti di macchina e la fotografia. L’incontro tra il fondamentalista Ali Fayattia e il priore Christian è da antologia dell’intercultura. Un film da non perdere, sperando che gli esercenti non lo snobbino troppo.

per Zabriskiepoint.net

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