Archivi del mese: dicembre 2010

A tutta fiction. La serie su Felice Maniero e Gomorra: le (poche) novità del 2011

Fine anno, tempo di bilanci, anche per la fiction italiana. Un 2010 che ha messo in crisi alcune certezze degli ultimi anni (tra tutti i Cesaroni, in declino di pubblico e anche di interesse generale), confermato nuovi trend come Tutti pazzi per amore, ormai un piccolo cult apprezzato anche dalla critica (la terza stagione è in arrivo nel 2011), ed evidenziato come le fiction di qualità Sky e Fox (Romanzo Criminale e Boris) siano prodotti non solo di ottimo livello ma anche esportabili all’estero.
Cominciamo da qui allora, perché le novità per l’anno prossimo sono del calibro di Gomorra e Faccia D’Angelo, la serie su Felice Maniero, che come protagonista dovrebbe avere nientepopodimeno che Elio Germano… continua su Lettera43


Buio in sala. Trenta cinema chiusi a Roma in 10 anni. A gennaio, il Metropolitan

Di sicuro c’è solo che sta per chiudere. I primi di gennaio, lo storico Metropolitan di Roma scomparirà per far spazio a qualcos’altro. È solo l’ultimo di una serie di sale della capitale che abbandonano le proiezioni per diventare bingo, negozi o altre attività. Il processo riguarda non solo Roma ma tutto il Paese e colpisce soprattutto i cinema nelle zone più appetibili, come per esempio il Gambrinus di piazza della Repubblica, a Firenze, che diventerà un Hard Rock Cafè… continua su Lettera43.


La mia cinquina 2010

Un Prophète, Jacques Audiard
Away we go, Sam Mendes
Somewhere, Sofia Coppola
The Town, Ben Affleck
Toy Story 3, Lee Unkrich

I primi due sono arrivati in Italia con un certo ritardo, sarebbero film del 2009.

La mia menzione speciale va a quei pochi minuti, drammatici e con il fiato sospeso, dalla parata poco ortodossa di Luis Suarez al tiro di Asamoah Gyan che si stampa sulla traversa, lasciando un continente intero ad un passo dal sogno. Parlo naturalmente di Uruguay-Ghana, ai mondiali in Sudafrica. Il video è qui.

Altri: Des hommes et des dieux, Avatar, Invictus, Inception, tutto sommato anche Le Refuge.

Capitolo Italia: La prima cosa bella mi ha quasi commosso. La bocca del lupo, visto a Bimbi Belli, mi è piaciuto molto e lo “condivido”, ma ho pensato che mi mancava qualcosa: il dibattito seguito al film ha rafforzato la sensazione. La bellezza del somaro mi ha piacevolmente stupito. Benvenuti al sud è cinema popolare italiano che incassa senza essere un cinepanettone: è uno dei film del 2010 da ricordare.

Anno in cui non ho visto molto – tra gli altri che penso potrebbero piacermi/dicono bene persone di cui mi fido, i nuovi Frammentino e Martone, ma anche Wakamatsu, Kelly Reichard, Godard, Assayas, Weerasethankul, Scorsese, Ozon (Potiche).

Romanzo Criminale 2 è un capolavoro. Seize the time è finalmente uscito in dvd. Monicelli non c’è più.


La “guerra di resistenza” del ribelle a pedali

Venerdì 24 è uscito per Vita un mio articolo sul libro di Luca Conti, Manuale di Resistenza del ciclista urbano. Il sito di Vita è questo, il pezzo lo trovate qui sotto.


I mille lavori televisivi di Antonello Branca. Intervista a Ciro Giorgini


Ciro Giorgini ha curato la retrospettiva su Antonello Branca per la trasmissione di Rai Tre Fuori Orario. È probabilmente la persona che meglio conosce la sua produzione, avendo ricercato negli archivi le opere di Bran- ca, anche le più nascoste. «Nel 2008 ho cominciato questo lavoro su Antonello, che avevo conosciuto, o meglio incrociato, negli anni ’70. Tutto era partito da una riflessione proprio su quegli anni, mentre impazzava una delle solite polemiche sulla violenza. E invece è stata dimenticata, degli anni ’70, la leggerezza, specie nei rapporti interpersonali, il pensiero di pace, e ho associato questo proprio alla figura di Antonello Branca, così esile e fragile, desideroso di rapporti leggeri, lui che aveva cominciato (come tanti) lavorando sulle inchieste sociali e che negli ultimi anni della sua carriera si era impegnato con i bambini. Su Branca non c’erano, e non ci sono ancora, pubblicazioni, libri, se ne sapeva poco, allora ho cominciato a cercare negli archivi della Rai i lavori di Antonello e farli ristampare, poiché molti non erano in buone condizioni». Un lavoro di ricerca che è stato piutto- sto intenso e importante: «Antonello ha realizzato almeno un centinaio di opere, ma sono sicuro che manchi ancora qualcosa nella filmografia che ho stilato. Ho fatto ricerca negli archivi Rai, con metodi canonici e non, ma mi è mancata la possibilità di parlare realmente con le persone che hanno lavorato con Antonello e potrebbero avere altre informazioni su eventuali opere mancanti. Probabilmente ho archiviato un 80/85%, e tutto questo materiale è conserva- to all’A.C.A.B». Molti lavori ma uno stile riconoscibile e chiaro, fin dalle prime opere: «I primi tre corti su Londra sono un esempio del suo stile guizzante, a metà tra nouvelle vague e curiosità warholiana, una rappresentazione della realtà con la leggerezza che lo contraddistingueva. Credo che pro- prio la sua leggerezza e poca invadenza lo abbia fatto avvicinare a personaggi che si sono fatti intervistare e seguire volentieri. Come Marcello Mastroianni, la puntata che Antonello realizzò per Primo Piano (nel 1965, si chiamava Marcello Mastroianni, un Casanova dei nostri tempi), è sublime, un pedinamento quasi zavattiniano, l’attore si apre e racconta i suoi dubbi ad alta voce. O la puntate su Fellini (dal set di 8 e mezzo) o su Giorgio Strehler». Se i temi affrontati erano molti, anche a seconda della rubriche televisive con cui collaborava, ci sono alcune caratteristiche che ricorrono: «Tra queste bisogna considerare una ricerca del miglior repertorio possibile. Quando faceva i lavori storici (per esempio su Kennedy, nel 1963) voleva repertorio non scontato, e ancora oggi è il più raro, preciso e attuale quello che Antonello inseriva nei suoi lavori. Un altro elemento importante è l’osservazione costante delle mutazioni politiche americane. Ha realizzato diverse opere negli Stati Uni- ti, tra cui, oltre a Seize the Time e What’s Happening, la trilogia cali- forniana e opere sul capitalismo in Texas e sulle banche. Poi infine, specie nell’ultima fase della sua carriera, nel 1992/3, i temi della pace, sul petrolio, sugli armamenti». Tema costante per tutta la carriera rimane anche quello dell’osservazione della realtà italiana e la riflessione anche su cosa sono stati gli anni ’70: «Su questi temi i lavori sono molti, come quelli girati a Napoli, i lavori di inchiesta e via dicendo. Anche nelle cose minori, come quelle realizzate per speciali sull’estate, si ritrova il suo stile, la grande curiosità, e la straordinaria capacità di attirare l’attenzione. Ha fatto molte cose diverse, anche per Sprint, l’approfondimento sportivo, per esempio ho ritrovato un lavoro sulle corse automobilistiche inglesi».

Alias, 24 dicembre 2010 (qui sotto pagina)

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Una vita e molte opere come «lotta continua». Intervista a Donatella Barazzetti

Dai litigi con Angelo Guglielmi che censurava i suoi servizi per «Tv7» ai documentari sull’«America dissidente» fino alla militanza rivoluzionaria in Lotta Continua

Se si riparla di Antonello Branca, a 8 anni dalla morte, è grazie al prezioso e intenso lavoro di A.C.A.B. (Associazione Culturale Antonello Branca), un non troppo vago omaggio al mitico capitano – Moby Dick movies era infatti il nome della società cinematografica di Branca. L’associazione si occupa del recupero, catalogo e con- servazione dei suoi film, ma allarga, con i pochi mezzi disponibili, an- che ad altri progetti e raccoglie nel suo archivio tre fondi: quello di Branca, uno sull’arte e quello dei film di animazione di Ferro Piludu e Lucilla Salimei. A presiedere la struttura è Donatella Barazzetti, importante sociologa (specie nel campo dei Women’s Studies) e, per anni, la compagna del regista. «Ci siamo incontrati in Lotta Continua nel 1972, eravamo militanti, e ci siamo, diciamo, fidanzati, nel 1980, quando lui aveva già fatto molti lavori»

Quanti anni è stato in L.c.?

Sempre. Tornò dagli Usa nel ’71 e uno dei motivi per cui rientrò in Ita- lia fu proprio il lavoro politico che secondo lui si poteva fare. Parallela- mente all’attività di documentarista e regista, Antonello ha lavorato per anni nella redazione esteri del quotidiano Lotta Continua, con Lisa Foa, di cui era grande amico. L’impegno nel giornale è stato totale, fin dal- l’inizio. È uscito da Lc solo quando l’organizzazione si è sciolta.

Quindi tornò in Italia soprattutto per fare politica?

Sì. Per lui la dimensione di regista e quella politica erano inscindibili. Voleva raccontare e trasformare il mondo con le immagini, erano i tempi in cui speravamo fosse possi- bile. Raccontare con le immagini era quindi per lui una questione po- litica. E questo secondo me lo si vede anche nei lavori, come quelli di Londra, dei primi anni ’60, che ap- parentemente non hanno nulla di politico. Ma c’era sempre uno sguardo di indagine: interrogare gli esseri umani è l’aperitivo della politica.

L’America per lui è stata una sorta di laboratorio?

Sì, Antonello amava profondamente gli Stati Uniti, e questo è stato fonte di discussione tra di noi: sa, io avevo certi schemi mentali, per me erano il «mostro». E lo si vede nei suoi lavori, questo amore, sia quelli girati in California sia in Seize the time e What’s happening, che posso- no assolutamente andare insieme, come è stato fatto ora dalla Kiwido che li ha messi nello stesso dvd. In- fatti altro non fanno che descrivere due mondi che convivevano, che ci dicono molto sulla complessità so- ciale in America: quello degli esclu- si, dei neri in Seize the time e quello dei dissenzienti sì, ma da dentro il sistema, come la Beat Generation o la Pop Art, in What’s happening.

Com’è nata A.C.A.B.?

Antonello è morto nel giugno 2002, e 10 mesi dopo è nata l’associazione. È stata sicuramente anche una mia esigenza di rielaborare il lutto: il dolore personale o lo tieni dentro o trovi un modo di trasposizione pubblica. Sentivo il problema della memoria come fondamentale, pen- so che finché si parla di una perso- na non è morta. Io ho scoperto che grande produttore di narrazioni per immagini fosse Antonello proprio ri- percorrendo le cose che ha fatto. Era decisamente fuori dal comune, avevamo lavorato a un progetto insieme, su guerra e tecnologia, ma solo dopo ho capito il suo spessore, lo spessore delle cose che ha fatto. E volevo che fosse ricordato e ricono- sciuto, anche con un discorso cultu- rale più ampio: ci sono molte figure importanti come Antonello in Italia che vengono dimenticati o sono sul- la via del dimenticatoio.

Come vi siete organizzati per l’archivio?

Le pellicole le aveva Antonello in ufficio, alla Moby Dick movies. Soprattutto Guido Albonetti si è occupato delle questioni tecniche del recupero. Antonello stava organizzando il materiale anche per il progetto di una «storia altra» degli Usa che pur- troppo non siamo riusciti ad ultimare perché l’organizzazione era nella sua testa, più che negli appunti che ha lasciato al computer. Per i lavori televisivi, da Tv7 in poi è stato fondamentale il contributo di Fuori Orario, prima di Gabriella Guido (che aveva un progetto su Antonello) poi di Ciro Giorgini che ha fatto un lavoro di ricerca fantastico, pazzesco, andando veramente a trovare «tutto Branca» nelle teche. Ogni tanto ancora mi chiama e mi dice «sai, ho scoperto una cosina di Antonello che non c’è neanche scritto che è sua…». Poi abbiamo preso tutto il materiale e lo abbiamo traspo sto in dvd.

Alias 24 dicembre 2010 (qui sotto in pagina)

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Filmare contro

In dvd il capolavoro del «cinema clandestino», girato nel 1970 con il Black Panther Party, la più temuta organizzazione marxista mai nata negli Stati Uniti. Lo ha diretto il compianto documentarista Antonello Branca

Godard diceva che ci sono film di fronte ai quali possiamo affermare, con infantile meraviglia, «Questo è il film più bello che ci sia». Seize the time di Antonello Branca è uno di questi, anche se non lo avete visto, anche se fino a qualche mese fa sembrava dimenticato da (quasi) tutti, anche se chissà quanti «film più bello che ci sia» conoscete. Chi non lo aveva dimenticato è la A.C.A.B. (vedere intervista a lato sopra), associazione che ha come scopo proprio far ricordare Antonello Branca, questo misconosciuto regista-giornalista- documentarista italiano. Seize the time è il suo capolavoro, praticamente l’unico vero lungometraggio «di finzione», girato negli Stati Uniti nel 1970 in mezzo alle Pantere Nere, mentre per il resto la sua produzione conta soprattutto tanto prezioso lavoro televisivo (di alcune opere diamo conto in questa pagina nell’intervista a Ciro Giorgini).

Da alcuni anni A.C.A.B. sta facendo un importante e intenso lavoro di recupero, sfociato in una bella retrospettiva della Cineteca Nazionale, alla sala Trevi di Roma, nella messa in onda delle opere di Branca su FuoriOrario-Rai Tre e in eventi e proiezioni organizzati in giro per l’Italia. Da pochi mesi finalmente Seize the time è disponibile anche in dvd, edito da Kiwido editore, giovane casa di distribuzione home video romana, audace e attenta al cinema altro e sperimentale: per ora in catalogo si elencano opere di fuoriclasse quali Rezza e Mastrella, Paolo Gioli, RobertoNanni.
Seize the time è ambientato negli Stati Uniti, alla fine degli anni ’60, più o meno mentre un altro regista italiano, Michelangelo Antonioni, stava girando un film in mezzo ai radicali, agli studenti e ai neri, quello Zabriskie Point che sarebbe stato il suo film più costoso e fallimentare (ma solo da un punto di vista economico): film diversi, eppure frutto entrambi di una viva curiosità di capire e analizzare quello che succedeva nei movimenti al di là dell’oceano. Per Branca l’attenzione si sofferma, almeno in quest’opera, sui dei neri, o meglio delle Pantere Nere soprattutto. La telecamera segue per tutta la durata del film l’unico vero protagonista, nonché unico attore professionista, Norman Jacobs, che piano piano diventa sempre più attento alle rivendicazioni delle Pantere, prende coscienza, cresce umanamente e politicamente, diventa un vero militante e infine imbraccia, anche fisicamente, il fucile. Norman si muove tra visioni pop e simboliche, fa discussioni politiche con i bianchi, allucinanti colloqui di lavoro con la macchina della verità, spiega alla figlia la differenze tra negro da cortile e negro di campo (secondo la distinzione di Malcolm X), e molto altro. Un po’ documentario un po’ no, ma non ha davvero senso categorizzare, il film prende il titolo da una canzone di Elaine Brown, cantautrice e leader delle Pantere (fu ministro dell’Informazione del partito), che apre il film con To Seize the Time/TheTimeisNow/OhSeizethe time/And you know how.

Seize the time è un eccezionale documento sulle Pantere Nere. Non è successo spesso infatti, neppure negli anni di massima diffusione del movimento, che le telecamere siano finite dentro il mondo del Black Panther Party: anzi, il film di Branca (un bianco, addirittura!) è uno dei pochissimi, e possiamo immaginare quanti compromessi e discussioni siano stati necessari per lavorare così a contatto con le Pantere. E così vediamo una loro sede, con un breve corso per l’uso delle migliori armi, vediamo la distribuzione della rivista ufficiale del movimento (The Black Panthers), le «Breakfast for children» e le altre attività. La vita del partito e dei suoi militanti, insomma, ma anche la morte, con quell’incredibile sequenza del racconto dell’omicidio del militante rivoluzionario nero Bobby Hutton, ucciso a sangue freddo il 12 aprile 1968 dalla polizia di Oakland. Seize the time, ingiustamente respinto dalla Mostra di Venezia del 1970, si inserisce nel novero di quei film girati in strada e con chi era protagonista in strada all’epoca, film cult e spesso ancora poco conosciuti in Italia, come Underground, del 1976, di Emile de Antonio, o Medium Cool (1969) di Haskell Wexler. Perché se nel film la questione centrale è prevalentemente quella razziale, si parla più in generale di sfruttamento, della necessità di prendere coscienza: Norman discute e attacca i bianchi borghesi di sinistra con cui dialoga nelle primissime sequenze, ma al tempo stesso qualche scena dopo si preoccupa di combattere «le camicie di forza mentali» anche dei bianchi, nella memorabile sequenza ambientata per le vie di New York dove Norman cammina vestito solo di una camicia di forza.
Ed è proprio il mondo urbano, principale espressione dell’immaginario americano, ad essere indagato con curiosità e meraviglia da Branca. Lo è fin dai primi film girati in America, quella trilogia su Los Angeles e la California, piena di strade a più corsie e spazi ampi, girata nel 1968 (i titoli, abbastanza esplicativi: Los Angeles una città in automobile; California: il dissenso; California: il laboratorio del futuro). In Seize the time Norman attraversa una serie di città (New York, in California, Alameda ed altre più difficili da individuare): strade periferiche e del ghetto, strade principali pulite e sistemate, la biblioteca di stato e via dicendo. Tutto molto americano, come quell’accumulazione di cartelli pubblicitari – così pop – che vediamo ad inizio film, o quelle auto che anche qui sono ovunque, accartocciate in una discarica, o rombanti sulla strada, o anche le para- te, sia quelle poco ortodosse di studenti e neri face to face con la polizia, sia quelle piene di bandiere a stelle e strisce e patriottismo dilagante. Il tutto permeato dai violentissimi e bellissimi testi di Elaine Brown, frasi come Well then, believe it my friend/ That this silence will end/ We’ll just have to get guns/ and be men, con questa musica che si inserisce perfettamente nel film.
Uno dei momenti più alti del film, anche cinematograficamente parlando, è probabilmente una scena dove la musica della Brown è fondamentale: Norman «ritorna» nel ghetto, lo vediamo sull’autobus che guarda fuori mentre il testo della canzone dice I said man, where have you been for all these years e poi con una lunga carrellata seguiamo il cammino stanco, svogliato e curioso del protagonista. La telecamera torna in alto, da lontano, inquadra il ghetto e questo piccolo uomo nero che cammina, ormai quasi distaccato nel luogo dove è cresciuto e da cui si è emancipato. Una combinazione di colonna sonora usata alla perfezione, regia che riprende come meglio non potrebbe, e uno spaccato di un ghetto nero americano fotografato da un bianco come poche volte nella storia del cinema.

Il dvd uscito per Kiwido ha anche dei preziosi extra e un ottimo libretto. Negli extra troviamo un altro dei lavori americani di Branca, What’s happening, un’oretta di montato in mezzo ai membri della Beat Generation e gli esponenti della Pop Art. Stavolta quindi viene ripresa all’alterità bianca, più integrata, anzi parte stessa del sistema, rispetto ai neri, ma altrettanto critica, radicale, in opposizione con il governo americano e la società conformista. Ancora la telecamera di Branca ci mostra uno spaccato di vita americana del tempo: anche qui i poliziotti sono rappresentati come nemici, in opposizione alle scene in cui gli artisti e i giovani di allora si raccontano, mentre alla polizia sono destinate inquadrature lugubri, musiche pesanti, una sensa- zione di negatività continua. Nel film recitano, o meglio vivono, personaggi come Alle Ginsberg, Gregory Corso, Andy Warhol, un timido e giovane Jonas Mekas, Roy Lichtenstein ed altri protagonisti dell’epoca.
Il libretto, bilingue italiano inglese, contiene contributi dello stesso Branca, di Nobuko Miyamoto (che lavorò al film), di Italo Moscati e di Elaine Brown. Branca racconta la lavorazione del film, i suo contrasti con Jacobs, con quest’ultimo che al sorgere di qualche contraddizione «tendeva a risolverla con fatto che io, essendo bianco, non potevo in nessun modo capire cos’era la lotta di classe negli Usa», del difficile rapporto anche con le Pantere, che doveva approvare quanto si stava facendo, e il reperimento dei fondi in caso di bisogno (anche di Donal Sutherland, allora giovane e legato alle Pantere). Leggendo il contributo di Miyamoto si respira un po’ il clima dell’epoca, e della lavorazione del film: «La nostra piccola troupe d’assalto cercava di seguire l’impeto creativo di Antonello condividendo un appartamento, spaghetti alla carbonara e birra, incontri con i leader delle Pantere, un fucile posato sulla mia libreria, le canzoni di Elaine Brown…». Miyamoto ipotizza quello che chiunque, vedendo Seize the time, potrebbe pensare che «forse il film fu solo una scusa per essere parte di questo epico momento. Per imparare, per essere testimoni delle loro sofferenze, dei lo- ro sogni, per respirare il loro anelito alla rivoluzione». Ecco allora, vedetelo questo film, e rivedetelo, per cercare di essere parte, anestetizzati un po’ come siamo oggi, di quel momento epico.

Alias, 24 dicembre 2010 (qui sotto bello bello nella pagina, grazie al prezioso lavoro dei bravissimi grafici di Alias)

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