Mark Ronson, gentlemen tutto soul vintage

Lo definirebbero «uomo d’altri tempi», gentilissimo e timido nel porsi alla carta stampata quanto arrembante sul palco. Mark Ronson ha l’aria da ragazzino, eppure in questi 35 anni di vita di cose ne ha fatte: cantante, musicista, produttore, e lontano nel tempo dj da 50 dollari a serata nei club di New York. Ormai l’artista inglese viaggia su alti livelli, e come producer a lapage ha messo le mani in pasta su dischi di Lily Allen, Robbie Allen, Kaiser Chief e (dicono) abbia fatto meraviglie nel disco dell’imminente ritorno dei Duran Duran. Certo che il suo capolavoro è «l’unione di forze» con quella pazza di Amy Winehouse su Back to black vero capolavoro soul vintage del decennio, che per non smentirsi ha rotto con lui «licenziandolo» via- Twitter. Ma lui – da perfetto gentlemen – si trincera dietro un generico «è stato un piacere lavorare con tutti gli artisti che ho prodotto, ho solo buone esperienze».
Ronson è passato nelle scorse settimane a Roma per promuovere il suo nuovo disco, Record Collection (Sony), disco come sua consuetudine profondamente eterogeneo (anche se va detto, meno incisivo del precedessore Version), piuttosto eighties, con forti venature hip hop. «Siamo andati in studio nel luglio 2009, non avevo un’idea molto forte di cosa volevo fare, ma sapevo assolutamente cosa non volevo fare: un album di cover. Poi lavorando con i Duran Duran ho ascoltato pezzi anni ’70 e ’80, e ho pensato che sarebbe stato inte- ressante combinare quel sound con quello che fa la mia band. È stato molto rilassante, in tre settimane, dalla confusione è uscito qualcosa di solido. Prima abbiamo inciso le basi e poi abbiamo convocato gli artisti a cui spiegavamo quello che volevamo ottenere. A parte alcuni, come Boy George (Somebody to love me è la co- sa migliore fatta dall’ex Culture Club da molti anni a questa parte ndr), da cui siamo andati con idee chiare».
Al disco infatti hanno collaborato Simon Le Bon, Kyle Falconer, D’Angelo, Rose Elinor Dougall dei The Pipet- tes, Jonathan Pierce dei The Drums, e diversi altri. Il titolo è un omaggio colorato e rumoroso alla musica analogica, ai records appunto. Una reminescenza della sua cultura da dj: «Lavoro con la musica digitale, e sono contento così, ma quando ascolto musica a casa metto su un bel disco, ho una collezione di 5 mila pezzi. Mi piace, anche se può sembrare antiquato».
Sul palco è uno spettacolo anche se preferisce non esporsi troppo: diri- ge i lavori, suona, urla, canta, batte le bacchette violentemente sulla batteria elettronica, introduce e incita i cantanti che si avvicendano al microfoni. Poi, a metà concerto, entra in scena un laptop e si mette a mixare «come facevo a metà anni novanta a New York». Una grande varietà di suoni, un’esperienza molteplice: il pubblico del centro sociale Brancaleone di Roma – locale strapieno – non è affatto rimasto deluso.

Il Manifesto, 23/12/2010

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