Di amnistia, Cesare Battisti, anni di piomb, guerra civile, i famigerati fatti, Michele Brambilla, ottiche deformate e priorità bizzarre.

[In Italia per gli anni di piombo] i militanti della lotta armata inquisiti sono stati circa 20.000 e circa 6000 quelli incarcerati che hanno scontato complessivamente oltre 50.000 anni di carcere. […] I processi per collaborazione col fascismo colpirono circa 43.000 persone: 23.000 furono amnistiate già in fase istruttoria e altre 14.000 liberate con formule diverse. I condannati in via definitiva furono 5928. 5328 beneficiarono di amnistia, indulto e grazia. Sette anni dopo la sconfitta del fascismo, nel 1952, in carcere rimanevano solo 266 condannati. Più o meno la stessa cifra di quanti, a distanza di trent’anni [nel 2005, ndr] dalla lotta armata, ancora sono sottoposti a misure penali o ricercati.

«Alcuni cominciarono in effetti ad avanzare la proposta dell’amnistia. La quale, però, per essere percorso credibile presupponeva l’assunzione di responsabilità e l’apertura di una fase di trattativa e mediazione politica, non certo una dichiarazione di “innocenza”. C’è, infatti, una evidente e insanabile contraddizione tra richiesta di amnistia e rivendicazione di estraneità. una contraddizione che troppi finsero di non vedere, agitando la teoria del complotto politico-giudiziario ad opera del Pci e mobilitando l’intellettualità garantista e di sinistra, secondo i consunti schemi e automatismi dei primi anni Settanta. Ma allora eravamo effettivamente e solo vittime della repressione, ora non più. Dopo siamo stati e rimaniamo forza sovversiva e organizzazione armata».

Michele Brambilla: «Chi invoca clemenza per gli ex brigatisti ricorda sempre che in quegli anni in Italia ci furono le stragi impunite, le deviazioni dei servizi segreti, la P2. E’ vero pure questo. Ma la battaglia civile va fatta per alzare il velo sullo stragismo e per individuarne i responsabili: non per chiedere una mitica e onnicomprensiva “soluzione politica” in nome di una “guerra civile” che non c’è mai stata. Ma quale guerra civile. C’erano solo la democrazia da una parte, e gli assassini dall’altra».

Giovanni Pellegrino (ex Senatore, presidente della Commissione parlamentare d’indagine sulle stragi e sul terrorismo): «La Commissione parlamentare sulle stragi deve avere il coraggio di dire agli italiani in forma ufficiale che le cose sono andate così: eravamo un paese dove si è combattuta per molti anni una guerra, a bassa intensità, ma una guerra c’era».

Gianni Alemanno (sindaco di Roma, ex militante Msi): «Abbiamo vissuto in una guerra civile strisciante, in un clima di vero e proprio avvelenamento politico».

Dal dopoguerra al 1969 vi sono state 171 vittime tra manifestanti e scioperanti, nella repressione poliziesca contro lotte contadine, operaie e studentesche.

Dal 1969 al 1987 vi sono stati 14.591 atti di violenza politica che hanno causato 419 morti e 1181 feriti (Dati Ministero Interno).

Di questi 419, le persone uccise da organizzazioni armate di sinistra sono state 128. […] Le stragi dal 1969 al 1984 hanno provocato 149 morti e 688 feriti e sono rimaste perlopiù impunite.

Francesco Cossiga: «Del resto fummo io e un compagno di partito di Napolitano, ora mai ricordato, Ugo Pecchioli a mettere su una guerra psicologica per trasformare i terroristi rossi in criminale comuni».

Adriano Sofri: «E’ difficile fare i conti col passato. Soprattutto col proprio: con il passato altrui ci si sbriga».

Sergio D’Elia, ex militante di Prima Linea e deputato: «Secondo la Costituzione, il carcere serve a rieducare. E io sfido chiunque a sostenere che il Battisti di 35 anni fa sia lo stesso Battisti di oggi. Il Battisti del delitto non è lo stesso uomo della pena. Per cui, Costituzione alla mano, non dovrebbe andare in galera».

Citazioni tratte da: Sergio Segio, Miccia Corta, DeriveApprodi, Roma 2005 (che a sua volta usa varie fonti); Michele Brambilla, Bastava giudicare i fatti, “La Stampa” 2/1/2011; Tommaso Labate, D’Elia Choc su Battisti: «Meglio libero in Brasile», “Il Riformista”, 2/1/2011

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