Lo storico Arsenale d’essai di Pisa rischia la chiusura

Pisa è un posto storicamente vivace, anche grazie all’università che ha catalizzato negli anni studenti da tutte le regioni d’Italia: qui sono nate iniziative politiche e culturali importanti, non ultimo il cinema Arsenale, uno di quei residuati novecenteschi di cui proprio non vorremmo fare a meno. Nato a gennaio 1982, è ora a rischio chiusura, come tante monosale in Italia. Ma l’Arsenale non è un posto qualsiasi: 220 film proiettati all’anno, si entra con un biglietto e si vede quanti film si vuole, qui sono transitati regi-sti importanti e soprattutto si sono formati migliaia di appassionati di cinema. «Siamo nati con il supporto di Officina Film Club, gestita tra gli altri da Adriano Aprà e Paolo Luciani – racconta Daniela Meucci – che era quindi un preciso punto di riferi-mento a livello nazionale. Un gruppo di persone hanno unito le proprie forze acquistando lo spazio e trasformandolo in una sala cinematografica. Tutto con estrema incoscienza e coraggio. Abbiamo iniziato il nostro percorso, offrendo un cartellone che accanto a pellicole d’essai e d’autore tenesse in considerazione anche opere di intrattenimento. Con il tempo siamo diventati un punto di riferimento per associazioni e istituzioni, tra cui l’università naturalmente». Nonostante l’Arsenale riceva finanziamenti (ma non si tratta di somme ingenti) dagli enti pubblici, i soldi non bastano.
E allora, un po’ come accade per il manifesto, si ritoccano leggermente i prezzi – che sono ancora bassi, si entra con quattro euro ridotto e cinque intero. E poi via con le sottoscrizioni, vendita abbonamenti a più ingressi, una tessera da socio sostenitore e altre iniziative simili: «Ci sono scadenze economiche dovute a mu- tuo e all’arena estiva dove abbiamo fatto i lavori – continua Meucci –, ma in più c’è una certa stanchezza, un ripensamento sul senso della nostra esistenza». La mobilitazione dei soci/pubblico della sala ha sorpreso gli stessi gestori: «Abbiamo ri-acquisito anche un po’ di fiducia».
Intanto un’altra monosala d’essai del centro cittadino, il Lumiere – peraltro parzialmente controllato dallo stesso Arsenale – chiude a metà febbraio. In una nota, Alberto Gabbrielli dell’Arsenale, sottolinea: «La responsabilità principale della chiusura del Lumiere è del sistema distributivo italiano che è monopolista. L’Italia è l’unico paese europeo dove il distributore non si relaziona con le sa- le, ma con un agente regionale. I film migliori, dal punto di vista commerciale, e spesso anche qualitativo, vanno a questi cinema, noi possiamo accedere solo a quelle pellicole che gli altri rifiutano». In più il Mini- stero dei Beni Culturali distribuisce i contributi alle sale d’essai su base quantitativa favorendo tra l’altro anche cinema che proiettano film come La banda dei Babbi Natale, che probabilmente non ne avrebbero bisogno.
A parole sembra che nessuno voglia la chiusura dell’Arsenale, sicura- mente un punto di riferimento a li- vello regionale e uno dei pochi del genere in tutta Italia: dalla Regione al sindaco, per non parlare di registi e uomini e donne di cinema di vario tipo, in tanti si sono spesi in questi giorni, firmando appelli, facendo circolare la notizia della possibile chiusura, sensibilizzando. Ma come sempre accade, è il pubblico che deve fare la parte principale, tesserandosi ma anche e soprattutto andando al cinema – dato che dalla direzione del cineclub segnalano una costante diminuzione degli ingressi. Se ci sono oggettivamente problemi di monopoli, di finanziamenti per i cine- ma d’essai distribuiti male, è anche vero che le monosale sono in crisi perché la cassa stacca sempre meno biglietti. Per scongiurare la chiusura dell’Arsenale bisogna anche andarci: «Il problema – la conferma arriva dallo stesso Meucci – è che sempre meno gente frequenta questo tipo di cinema».

per Il Manifesto

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