Archivi del mese: marzo 2012

Di David di Donatello, cinema italiano, cinema nazionale e Seconda Visione

Ho colpevolmente scoperto solo di recente, quando hanno affrontato la titanica impresa di rivedersi e discutere tutti i cinepanettoni, il sito del programma Seconda Visione. Tra le altre cose, fanno questa cosa utilissima che è la rassegna stampa del sabato, che mi aggiorna, ora che non posso più frequentare il sottobosco cinematografico romano e affini, su quello che succede nel mondo del cinema italiano. Non sempre condivido quello che scrivono – per esempio, non sono d’accordo che ‘cinema nazionale’ sia “un’idea apparentemente out-of-date“, anzi mi pare una definizione ancora utilissima e utilizzata, ma magari sono di parte visto che sono direttamente implicato e complice in questa roba qua – ma sicuramente la capacità che hanno di individuare le questioni chiave della settimana è davvero encomiabile. Grazie a loro non mi sono perso questo interessante commento di Davide Turrini e l’intervista di Malcom Pagani a Cecchi Gori, tra le altre cose.

Un’altra notizia di questa settimana è un articolo di Pagani (ancora lui) che ha avuto una inusuale eco su un paio di autorevoli giornali stranieri (e di riflesso assume naturalmente tutto un altro valore anche in Italia). L’Hollywood Reporter e The Guardian infatti citano, senza linkarlo, l’articolo che mi pare metta in risalto due cose: da una parte come la giuria del David di Donatello sia composta da amici di amici, parenti di amici, gente che col cinema ha effettivamente poco a che fare, e dall’altra come le scelte che poi vengono fatte siano dettate da favori, pressioni, sentito dire più che dalla effettiva visione dei film. Due questioni strettamente legate, ma i due articoli in inglese riprendono solo la questione del nepotismo – sacrosanta, ma anche una narrativa più comune e comprensibile all’estero quando si parla di Italia. Per chi si occupa di cinema italiano la drammatica situazione dei David è un po’ una scoperta dell’acqua calda, e forse la notizia sta proprio nel fatto che questa polemica tutta italiana (come l’ha definita Daniele Lombardi su facebook) abbia così travalicato i confini nazionali.


America Radicale – La cooperativa del bianco e nero

Una parte della quinta strada che costeggia Central Park si chiama Museum Mile. Il Guggenheim, il Met, il museo del design, si susseguono uno dopo l’altro, tra musei più piccoli e relativamente meno famosi. Uno di questi è il Jewish Museum, ospitato in un bell’edificio in stile (finto) gotico di inizio novecento. Siamo a New York naturalmente, e il museo è uno dei più importanti per quanto riguarda l’arte e la cultura ebraica degli Stati Uniti. Forse si perde in mezzo a mille altre attrattive nella grande mela, ma in questo periodo vale ancor più la pena fermarsi per una visita. Fino al 25 marzo infatti il museo ospita una mostra dal titolo The Radical Camera: New York’s Photo League, 1936-1951, più di centocinquanta foto in bianco e nero di questo eterogeneo gruppo/associazione/club di fotografi attivi dagli anni del post crisi del 29 fino all’inizio del maccartismo. Molti membri erano ebrei, e il museo possiede alcune di queste fotografie, e ne ha così richieste altre (soprattutto dal Columbus Museum of Art nell’Ohio) organizzando questa importante esposizione che si muove in ordine cronologico. Non si tratta di fotografi e fotografie periferiche, ma della storia della fotografia americana, soprattutto di quella con scopi e intervento sociale. Se non dichiaratamente socialisti o comunisti, molti dei circa novanta membri (di cui ben un terzo donne) che gravitarono intorno alla Photo League erano interessati a raccontare il lato meno conosciuto di New York, e dell’America: neri, poveri, outcast, senza casa, ma anche militanti, proteste e via dicendo furono i soggetti principali immortalati dalle macchine fotografiche di questi pionieri della fotografia impegnata. Come disse Lisette Model, una delle più importanti del gruppo, “La cosa che più mi sconvolge e che davvero prova a cambiare è la tiepidezza, l’indifferenza, il fare fotografie che non sono importanti”.

Nell’esposizione, curata da Mason Klein e Catherine Evans (quest’ultima del museo in Ohio) si parte dagli anni Venti, prima della fondazione ufficiale del gruppo, con alcune foto del sociologo-fotografo Lewis Hine, come Power house mechanic working on steam pump, del 1920, e Danny Mercurio, newsboy, dove un giovanissimo venditore di giornali ruba la scena ad una borghesissima donna ben vestita. È difficile fare una lista inclusiva di tutti i membri le cui foto sono esposte, ancor più complicato stabilire chi fu più o meno importante, in un’associazione che fu davvero una cooperativa: sicuramente Sid Grossman fu uno dei più significativi, e poi Berenice Abbot, di cui è esposta l’iconica Zito’s Bakery, o Paul Strand, uno dei fondatori. Tra le diverse foto di quest’ultimo è esposta anche un’enorme svastica con scheletro “messo in croce”, una delle poche foto esplicitamente politiche. Ma del resto anche le due figure, un uomo e una donna, che camminano vicino all’appena costruito edificio della Federal Reserve, senza guardarsi, mettendo in scena “l’alienazione dell’uomo contemporaneo” (come argomenta la diligente guida) sicuramente sono anche qualcosa di molto politico, una riflessione sull’incapacità di dialogare e sulla spaventosa concretezza del capitalismo di marmo della zona intorno a Wall Street – che proprio nella prima parte del ventesimo secolo veniva eretto. Del resto è anche innegabile, come sottolineano gli ottimi pannelli, che nell’ultima parte (fine anni Quaranta) della Photo League prevalgono anche interessi prettamente estetici, in parte abbandonando la politica. Sicuramente non abbastanza secondo FBI e il Dipartimento di Giustizia che alla fine del 1947 mise la cooperativa sulla lista nera, considerandola “totalitaria, fascista, comunista o sovversiva”. Poi ci si mise la solita infiltrata, tal Angela Calomiris, una star del genere, che accusò Grossman del terribile crimine di essere comunista, e nel ’49 la frittata fu fatta. Malgrado la resistenza e la volontà di far vedere le “loro buone intenzioni”, tra cui organizzando un’imponente esposizione intitolata “This Is the Photo League” , l’organizzazione capitolò lentamente. Alcuni, come Grossman stesso, non si ripresero mai del tutto da questo marchio che li escludeva in parte dalla società (morirà nel 1955, dopo essersi ritirato in campagna) altri membri invece rimasero molto attivi e presero diverse strade. Tra questi va segnalato come caso a parte il famigerato Weegee, al secolo Arthur Fellig. Uno dei più importanti fotografi di cronaca nera della sua generazione, era famoso per arrivare sui luoghi del crimine prima della polizia, o allo stesso tempo. Lavorerà poi anche come regista e, tra le altre cose, consulente di Kubrick per Doctor Strangelove. Soltanto un paio di foto di nera, tra cui una toccante scena con un’omicidio e una donna afroamericana, sono presentate dagli organizzatori, che danno invece molto risalto ad un’altra opera di Weegee, il bellissimo portatore di bagel nella notte.

Ottima idea quella degli organizzatori di presentare una coda, composta dal cortometraggio di sei minuti NYC Weights and Measures (2006) di Jem Cohen. Piccolo documentario lirico urbano, con la camera che vaga libera per le strade di New York immortalando la vita dei primi anni duemila. Libertà non necessariamente gradita: nel 2005 infatti, girando dal vivo, Cohen ha avuto seri problemi con il Joint Terrorism Task Force (l’agenzia contro il terrorismo) e l’FBI per “national security concerns”. Siamo ben lontani dal maccartismo, ma ci sono cose che nell’America post 9/11 possono disturbare.

uscito su Alias sabato 17 marzo 2012. In pdf (con foto): America Radicale- La cooperativa del bianco e nero