Harry Belafonte a Yale

«Criticare Obama non vuol dire arrendersi al nemico!» Harry Belafonte, la super star di Trinidad, incontra e discute con il pubblico di Yale. «Sing your song», il doc sulla vita di un divo molto impegnato.

Da New Haven, Connecticut

Quando si accendono le luci dopo la proiezione di Sing Your Song e appare “The King of Calypso” sembra il naturale proseguimento del film, quasi non ci si accorge della differenza. Un momento prima infatti sullo schermo Harry Belafonte raccontava la sua radicale opposizione all’amministrazione Bush e alle guerre imperialiste americani, in questo solido documentario che ripercorre le varie fasi della sua densa vita, ed ecco che lo si vede entrare in sala camminando, da un lato il bastone e dall’altro la bellissima (terza) moglie Pamela Frank. Il pubblico, composto prevalentemente da studenti e professori della Yale University (uno dei posti dove si educano le elite americane e non, un paio d’ore a nord-est di New York), lo accoglie con un lunghissimo e commosso applauso, di quelli che si dedicano alle leggende viventi.

Belafonte è un arzillo vecchietto di 85 anni per niente intenzionato ad andare in pensione. Famoso soprattutto per essere una delle superstar della musica mondiale, con milioni di dischi venduti e canzoni come Jump in the line (quella di “Shake, shake, shake, Senora”), Banana Boat Song o Matilda, non era mercoledì sera in un auditorium dell’università americana per cantare, quanto per parlare del suo impegno di attivista e militante per diritti civili. Quando l’intervistatore, Maxim Thorne (superstar della filantropia, un corso a Yale – Philanthropy in Action – e un blog su Huffington Post) forse un po’ politically correct apre la conversazione chiedendogli come ha deciso di diventare filantropo, lui prima sembra parecchio stupito, poi con la memoria va indietro agli anni cinquanta: “Non ho deciso, è stato naturale. Quando ho cominciato ad avere successo, mi sono fermato e ho pensato che quello che stavo accumulando era un gran potere. Il pubblico mi seguiva, cambiava umore in base alle canzoni, ho visto davvero come il potere dell’arte potesse cambiare il cuore delle persone. E allora mi sono chiesto, a cosa serve questo potere? Mi è sembrato naturale cercare di guardarsi intorno e attivarsi, non pensare solo a cantare e fare soldi. Tutto nasce dalla mia vita poi, dalle esperienze sociali. Sono nato povero, e questo ha ordinato la mia esistenza. Mia madre era anche una vittima della povertà, e la sua dignità, il modo in chi ha affrontato le sfide ha influenzato profondamente quello che dovevo fare nella mia vita”. Sullo schermo si sono viste le decine di cause in cui Belafonte si è impegnato, fin dai primi anni della sua carriera quando la società americana razzista dell’epoca non poteva accettare compagnie teatrali e di musical con bianchi e neri insieme. Il solo essere in tour, specie negli stati del sud (come Alabama, Mississipi eccetera), con compagnie interrazziali era una sfida e un problema costante. La lotta contro il razzismo è stato quindi uno dei leit motiv della sua vita, spesso al fianco di compari e colleghi come Sidney Poitier e Marlon Brando. Ma anche di Martin Luther King, di cui racconta un delizioso aneddoto: “Un giorno squilla il telefono, è Dottor King che mi dice ‘Lei non mi conosce, ma io vorrei incontrarla’. Allora gli rispondo, ‘wait a minute! certo che so chi è lei! E non vedo l’ora di conoscerla’. Doveva essere un breve incontro, mi aveva detto una ventina di minuti, abbiamo parlato per quattro ore… ”. Nel film si vede anche una foto di questo primo incontro, con i due seduti in una stanza deserta, con un piccolo tavolino, a confabulare sorridenti e concentrati. Naturalmente, con queste amicizie, il suo nome non tardò a finire più volte sui solerti registri dell’FBI per attività “anti-americane” e affini. Anche qui c’entra la solita spia, l’infiltrato Jay Richard Kennedy (aka Samuel Richard Solomonick), che fu molto vicino al circolo di King e che divenne per un periodo anche il manager di Belafonte, finché questi non si insospettì e lo licenziò. “Se pensavano che ero comunista e anti-americano questo è un loro problema, non un mio problema” ricorda in proposito a film finito.

Sullo schermo si sono viste molte immagini dei frequenti viaggi all’estero e concerti in varie parti del mondo. Belafonte tiene molto al ruolo della musica come lingua universale e veicolo per messaggi che possono essere compresi in zone diverse. “Pochi anni dopo al seconda guerra mondiale feci un concerto in Germania. Ero un po’ spaventato, suonare per persone che pochi anni prima avevano avuto il fascismo, e che erano state lì in quegli anni e magari commesso crimini, soprattutto contro gli ebrei. Eppure, quando cantai Hava Nagila (uno dei suoi più grandi successi, l’interpretazione di una canzone folk ebraica, ndr) fu il momento più importante di tutto il concerto, con i tedeschi che davvero mi seguivano e canticchiavano con me”. L’Africa, naturalmente, è stata fondamentale nella vita del nostro eroe (“un American Hero, un patriotta”, lo ha enfaticamente definito il solito intervistatore). Nel film si racconta anche come una delle fondazioni che contribuì a promuovere e lanciare (insieme al solito Poitier, tra i tanti), la African American Students Foundation, aiutò finanziariamente il padre di Barack Obama a trasferirsi e poi mantenersi negli Stati Uniti. Su Obama, e in generale la situazione dei neri in America, Belafonte non è affatto tenero e non risparmia critiche: “Sono molto contento che un black kid ce l’abbia fatta, ma ora è al potere e si sta rilassando. Per esempio, abbiamo la popolazione carceraria più grande al mondo, cosa sta facendo Obama per questo? Eppure per lui basterebbe così poco per cambiare questa situazione, e invece ora non è più così generoso. Pensavo sarebbe stato più sensibile su alcune questioni, non si occupato abbastanza di giustizia sociale. Anche per noi neri non ha fatto abbastanza, è ancora impegnato ad essere il presidente di tutti”. Qualcuno dal pubblico urla che “è la nostra unica scelta”, e l’intervistatore incalza, “provo a riformulare la domanda della signora: preferirebbe Romney?”. Belafonte, calmo e serafico, risponde “non è che perché critico Obama allora mi sono arreso al nemico”. Prendano nota riformisti e demonizzatori dell’estrema sinistra nostrani.

Quando parla del potere, finanziario o artistico, mantiene sempre un certo distacco e una voce critica: “Qualche tempo fa, ero a Beverly Hills, parlando con alcuni artisti neri che ce l’hanno fatta. Uno continuava a ringraziarmi per quello che avevo fatto, perché gli avevo dato tanto. Allora mi sono guardato intorno, e gli ho detto ‘Quello in cui metti passione è svegliati la mattina e discutere al telefono con il tuo agente. Io invece la mattina mi sveglio e chiamo Nelson Mandela’”. È molto critico anche verso il capitalismo finanziario (“la libera impresa sta falling down”, dice), e del sogno americano “che sembra ormai solo far soldi. Ma come le altre civilizzazioni, egizi, romani, greci eccetera, anche quella americana finirà”. Quando qualcuno chiede se, specie con le news in televisione 24 ore su 24 ci stanno rincoglionendo di informazioni irrilevanti, lui risponde con un lungo discorso che in sintesi si può riassumere con “signora, ma noi abbiamo il potere, possiamo ad esempio spegnere la televisione, e dobbiamo esercitare questo potere per cambiare le cose”.

In tutto ciò c’è anche una vena di inguaribile ottimismo, come dice anche in una delle ultime scene del film, “vivo in uno stato di perpetuo ottimismo”. È questa probabilmente una spinta per continuare a lottare: “Non credo che abbiamo mai perso una battaglia sul fronte dei diritti civili. Non abbiamo vinto la guerra, perché la stiamo ancora combattendo”. Belafonte per esempio la combatte continuando, alla sua età, a lavorare per una union, un sindacato, un altro dei costanti impegni della sua vita. Con la citazione a occupy movement, che ha avuto il ruolo di far risorgere e tenere viva questa battaglia, si guadagna il vigoroso applauso di una parte della platea: infatti a New Haven è presente uno degli ultimi avamposti del movimento, con alcune tende piantate nel centro della città da quasi sei mesi e proprio in questi giorni a rischio di sgombero (en passant, il diritto di restare o meno è discusso più in aula di tribunale che in piazza, con batti e ribatti tra avvocati del movimento e della città). (nel frattempo sgombrato)

In Sing your song emergono anche immagini mitiche per quanto riguarda il lato artistico della vita di Belafonte, come i primi concerti e apparizioni al grande pubblico americano della compianta Miriam Makeba, che lo stesso Belafonte ebbe il merito di promuovere da questa parte dell’Oceano, o una quantità di deliziosi sketch-canzoni con bambini o adolescenti. Rivedere le e apparizioni televisive nei più disparati programmi della televisione americana anni cinquanta e sessanta a distanza di così tanto tempo può far dimenticare quanto fosse scandaloso – e “rivoluzionario” – che un performer nero fosse così presente e cantasse, in alcuni casi addirittura toccasse, artisti bianchi. Un film questo, prodotto da HBO e dalla Belafonte Enterprise per la regia di Susanne Rostock e presentato a Sundance lo scorso anno, che varrebbe la pena far circolare anche in Italia.

Più o meno mentre Belafonte si confrontava con il pubblico alla Yale University, poco lontano, ad Harford, la capitale del Connecticut, il parlamento del piccolo stato americano faceva un passo decisivo verso l’abolizione della pena di morte, aggiungendosi al manipoli di sedici stati in cui questa decisione è già stata presa – e in questa zona, nel nord-est democratico e tendenzialmente progressista, rimarrebbe solo il New Hampshire ad avere ancora la pena capitale. Ma soprattutto, in Florida veniva arrestato George Zimmerman, l’omicida di Trayvon Martin, il giovane nero che ormai tre settimane fa osò avvicinarsi ad una gated community vestendo una hoodie (una felpa col cappuccio). Due buone notizie, ma anche sintomo che negli Stati Uniti c’è ancora molto da fare. “Con perpetuo ottimismo”, naturalmente.

Per Alias, sabato 21 aprile 2012. in pdf: Alias_Belafonte a Yale

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