Archivi del mese: luglio 2013

è la freelanciaggine, bellezza

Qualche anno fa mi era preso di fare il giornalista. Andavo alle anteprime stampa dei film, a qualche conferenza stampa, ho fatto anche qualche piccola inchiesta o simili, un reportage dalla Romania, uno stage, e poi ho lavorato in un service dove ogni giorno mi leggevo un sacco di giornali e stavo un po’ in mezzo alle cose che succedevano. Mi piaceva, e un po’ mi manca.  Mi andava bene tutto sommato anche scrivere gratis per amicizia o militanza, mentre mi piaceva molto meno insistere per essere pagato quando non arrivavano i soldi (cioè quasi sempre). Ho pensato, dopo queste mie esperienze, che il giornalismo oggi, per chi comincia adesso, per i giovani, è fatto per poche categorie di persone:

edicolante_stufo

se la vita del freelance è dura, quella dell’edicolante deve essere anche peggio [dal sito bastardidentro.it]

quelli bravi, ma bravi davvero, che in un modo o nell’altro ce la dovrebbero fare comunque;

quelli che hanno, per varie ragioni, un giro di contatti e appoggi di ferro (rientrano in questa categoria figli/e di papà, gente legata a poteri e affini, associazioni, strutture, partiti, sindacati etc. Ogni tanto questi sono anche bravi, si capisce, non è che se sei figlio di allora sei automaticamente un incapace);

gli eroi, cioè quelli che piuttosto non mangiano ma continuano perché voglio rendere il mondo un posto migliore (anche di questi ce ne sono anche di bravi, ma il volontariato è un’altra, nobile, cosa);

quelli ricchi che possono permettersi di spendere e spandere in scuole, corsi, stage, esercizi, finché non raggiungono un minimo di competenza per occupare una poltrona dove non serve essere dei fenomeni per scribacchiare o editare qualcosa (anche in questa categoria c’è qualche bravo, naturalmente, non è che se sei ricco sei automaticamente un cattivo giornalista);

quelli svegli che hanno trovato un approccio, un luogo della terra, un modo, che gli altri non avevano (sono un po’ una sotto-categoria di quelli bravi, ma non tutti questi sono effettivamente bravi, alcuni sono solo svegli);

quelli che hanno una faccia tosta così grande che riescono a farsi ascoltare, pubblicare e magari assumere a priori, ma che potrebbero fare davvero qualunque mestiere ed avere un minimo di successo;

poi ci sono quelli che lo fanno nel tempo libero, per arrotondare, per svago, per passione ma non necessariamente per mangiarci, che talvolta hanno competenze specifiche guadagnate in altro modo (università, altri tipi di ricerca, lavori in ambiti culturale/scientifico/etc).

Ho amici e conoscenti in tutte le categorie, mi duole tantissimo quando vedo quelli bravi in difficoltà, e in fondo un po’ li invidio tutti, io che ho quasi smesso (di cercare di fare il giornalista). Scrivo questa roba perché magari qualcuno di voi là fuori in questi giorni è stato bombardato da questo pseudo-dibattito sulla freelanciaggine lanciato da un mediocre enfatico articolo pubblicato nientepopodimeno che sulla Columbia Journalism Review e vi siete detti wow, ma che vita di merda fanno i freelance (en passant, mi dico a chi sia interessato davvero questo dibattito, probabilmente si stanno, o ci stiamo, solo parlando addosso). Ecco, tra i tanti articoli in risposta (il più convincente mi pare questo) uno dei punti che ritorna è che ci sono semplicemente troppi giornalisti o scribacchini in giro, che la qualità sta scendendo, che non si premiano i più bravi, che il lavoro sta diventando meccanicistico, ripetitivo. Tutto vero. In fondo, delle categorie di cui sopra dovrebbero rimanere solo la prima e l’ultima, credo. Ma non sta soltanto ai singoli fare un passo indietro, quanto all’intero sistema ripensarsi. Perché non possiamo permetterci di non raccontare più le cose, o di farlo solo traducendo gli articoli usciti su giornali stranieri, né di indignarci alla prima presunta o reale denuncia dello status quo e poi continuare a riprodurlo, questo status quo.


Roma Termini, 7 luglio 2013

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La stazione di Roma Termini è stata ristrutturata in occasione del Giubileo del 2000. Quella della metro inaugurata ad aprile. Fa acqua da tutte le parti (sì, quella roba che esce dalle luci è proprio acqua piovana). Scendo le scale, vado a prendere la metro B, chiedo “la metro funziona o si è già allagata?” Il simpatico impiegato all’ufficio informazioni mi guarda come se fossi pazzo, e indicando il collega risponde “non so, magari la allaga lui che è incontinente”. Grasse risate. Dunque deve averne fatta tanta.