“Barack Obama è il dolce frutto dell’orgoglio nero”

Foto Colombo, dalla Gazzetta dello sport: http://www.gazzetta.it/Nazionale/10-09-2013/tommie-smith-balotelli-ai-buu-rispondi-amore-201134050026.shtml

Foto Colombo, dalla Gazzetta dello sport.

[Nel 2008, quando questo blog ancora non esisteva e quando l’entusiasmo per il non ancora premio Nobel per la Pace Barack Obama era ancora alto, scrissi – con Flaviano De Luca – un pezzo sulla visita di Tommie Smith a Roma. L’altro giorno l’olimpionico del ’68 è tornato in Italia, e gli hanno fatto la foto iconica qui di fianco. A giugno del 2008 le Olimpiadi di Pechino, come si ricorderà, destavano preoccupazione, Obama era appunto solo un candidato, Andrew Howe il giovane prodigio dell’atletica italiana, Minà compiva 70 anni.  Ripropongo quel pezzo, cinque anni dopo, mi pare ancora attuale. Smith parla di sport e politica, di uomini che erano pensatori oltre che atleti. Grazie a Stefano Crippa per aver rintracciato l’articolo negli archivi del manifesto].

Alla Casa del Cinema di Roma una lezione di vita, di sport, di storia e di politica. Dietro il tavolo due superstar dell’atletica, ex primatisti mondiali, Tommie Smith, medaglia d’oro dei 200 metri e Lee Evans, oro sui 400 e nella staffetta 4×400, entrambi a Mexico ’68, venuti a intonare Happy Birthday a Gianni Minà per i suoi 70 anni e per partecipare come ospiti alla sua rassegna.

Due signori di mezzetà, due protagonisti dell’orgoglio nero che hanno pagato duramente il loro gesto di rivolta. Tommie Smith, insieme a John Carlos, salì sul podio della premiazione con la testa abbassata e il guanto nero a pugno chiuso in alto per sottolineare la loro vicinanza alle lotte delle organizzazioni afroamericane, perseguitate nella società Usa. Politicamente quello che fece Smith fu importantissimo e denso di conseguenze, ma anche il gesto atletico è stato impressionante: fissò il record mondiale sui 19.83, e riuscì addirittura ad alzare le braccia prima di arrivare al traguardo, tanto era il suo vantaggio sull’australiano Peter Norman. Alcuni metri dopo la linea dell’arrivo invece, Smith alzò il pugno chiuso, lo stesso che sollevò poi sul podio.

Anche Evans, il giorno dopo, fu protagonista di un gesto eclatante: si presentò alla premiazione sempre a piedi scalzi, con il pugno chiuso e il guanto nero, ma con in più il basco scuro delle Pantere Nere. Lo stesso basco che nelle immagini d’archivio indossano i quattro della 4X400, tutti afroamericani. «È un gesto di cui non mi sono mai pentito – ha detto Tommie Jet, così era soprannominato il velocista dei 200 piani, che venne spodestato del record 11 anni dopo da Pietro Mennea – Mi ha causato tanti problemi e per 10 anni non ho potuto insegnare nel mio paese nonostante avessi i titoli accademici per poterlo fare. Però, nel mio animo io conosco la verità, a guidarmi è stato il cuore. Noi abbiamo dato il nostro contributo, allora, senza troppi calcoli ma perchè volevamo mostrare al mondo l’esistenza di un grande problema, la discriminazione razziale. In quel periodo James Brown cantava Say it loud I’m black and proud (Dillo a voce alta, sono nero e orgoglioso). Le nostre azioni a Messico ’68 – hanno voluto sottolineare entrambi gli ex atleti – sono servite per spianare la strada a molti ragazzi di colore. Ad esempio, anche un personaggio come Obama ha potuto usufruire del nostro gesto che, in parte, fu un sacrificio per far cambiare le cose, per mutare gli atteggiamenti nei confronti dei diritti civili degli americani d’America. Obama è il miglior candidato che c’è alla presidenza degli Usa, in più è nero: voglio dire che we are blacks and yes, we can!».

«Motorcycle» Evans, come Smith, pagò a caro prezzo quel suo gesto visto che fu costretto a lavorare lontano dagli Usa, in Africa. «Avevo visto che gli atleti africani avevano notevoli capacità fisiche ma scarsa tecnica e allenamento. Così sono stato per molti anni in Nigeria, Camerun, Madagascar ad allevare giovani talenti. Ricordo che nel 1972 il presidente del Cio, Avery Brundage, voleva permettere alla Rhodesia, un regime illegale governato da Ian Smith che sosteneva l’apartheid, di schierare una squadra di soli atleti bianchi a Monaco ’72. Alcuni atleti neri chiesero al Consiglio Supremo Africano per lo Sport di proporre il boicottaggio della manifestazione, rifiutandosi di gareggiare. Furono presi accordi coi fratelli neri americani e insieme fu inviato un telegramma al Cio chiedendogli il ritiro della squadra della Rhodesia e così avvenne. Oggi la Rhodesia è lo Zimbabwe dove ancora oggi esistono pesanti contrasti tra i colonialisti bianchi e la popolazione nera».

Sulle prossime Olimpiadi, e la delicata situazione politica che le contornerà, Tommie Smith ha idee chiare. «Ogni atleta che andrà a Pechino deve sapere che qualsiasi cosa deciderà di fare sarà messa sotto il microscopio. Ogni piccolo gesto, fatto da qualsiasi atleta, sarà analizzato perché sarà un evento dalle dimensioni immense. Personalmente – ha dichiarato Smith – non tollero tutte quelle azioni che negano agli esseri umani i loro diritti. Negli Stati Uniti conosco bene quale sia la situazione in merito a diritti umani e civili, in Cina non credo che si possa dire altrettanto. Tutti – ha sottolineato – devono però capire che l’atmosfera politica che ci sarà attorno a Pechino sarà molto più forte di quella che c’era a Città del Messico nel ’68 e questo perché ogni cosa è amplificata a livello mondiale immediatamente. Io sono contro ogni forma di genocidio in qualunque parte del mondo avvenga. Tutti – ha concluso – conoscono la situazione che c’è in Tibet o le stragi del Darfur e, quindi, quelli che parteciperanno a Pechino non potranno fare finta di niente, dovranno essere consapevoli dei problemi che esistono. Se poi mi chiedete cosa succederà, beh, ne parliamo fra tre mesi».

Ma Tommie Smith è anche un grande allenatore, «molto duro», come lui stesso ammette. Tra le sue al- lieve al Santa Monica College, anche Renée Felton Besozzi, la madre di Andrew Howe, il giovane prodigio dell’atletica italiana. «Io credo nell’arte della velocità. Per essere artisti bisogna pensare, per questo bisogna allenarsi dalla testa in su. Se lo si fa, il resto viene da solo. E Renée questa lezione, che è soprattutto psicologica, l’ha capita, e l’ha trasmessa ad Andrew». Ma non tutti gli atleti della nuova generazione sono stati così fortunati. «Noi correvamo per l’orgoglio. Anche se a tutti piacciono i soldi, l’amore per il denaro invece scalza l’orgoglio. E Carl Lewis e Michael Johson, anche se sono dei grandi uomini e atleti, hanno guadagnato soldi correndo. Rispetto a noi, hanno intrapreso strade diverse per il successo. Sono grandissimi atleti, però moneyrunners. Fino agli anni 90 invece, il 100% degli atleti afroamericani erano studenti all’università, io stesso ho due lauree, in educazione fisica e in sociologia. Eravamo, anzi siamo, dei pensatori oltre che atleti».

Per Il Manifesto, domenica 8 giugno 2008.

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