I rituali stanchi della sinistra italiana  

Il Teatro Vittoria è un bel teatro nel bel quartiere ex popolare Testaccio. In una Roma afosa e poco affollata si incontrano le varie, molteplici, non sempre concilianti e conciliate, anime de L’Altra Europa con Tsipras. Il teatro è pieno, sotto e sopra. La platea, età media piuttosto sopra i 50, qualche sparuto giovane. Sul palco lo stesso. Ogni 3 minuti scatta un applauso, tipo quelle serie tv con le risate automatiche. Basta alzare un attimo la voce, o dire una parola chiave, Gramsci, Berlinguer, Spinelli (Altiero), Borsellino, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte e che è ormai stabilmente entrato nel pantheon della sinistra (Che poi sarebbe anche l’anniversario del bombardamento su San Lorenzo, ma almeno quando sono lì nessuno ne parla). Quando entro, con qualche minuto di ritardo, c’è uno che legge, interrotto appunto da continui applausi, e con tono estremamente monocorde, un messaggio dello stesso Tsipras. È poi il turno di Spinelli (Barbara). Parla malissimo, è noiosa, monotona, pedante, ha l’aria di quella che sa tutto lei. Spara numeroso bordate contro Renzi, piuttosto piatte. Parla per slogan. Dice poi che bisogna stare uniti (lei, che ha quasi mandato a mare tutto), che bisogna impegnarsi a dare un lavoro stabile e duraturo ai giovani (lei, che il lavoro lo ha tolto ad un giovane), racconta qualche storiella poco rilevante, o di una banalità sconvolgente – tipo “credo sia chiaro ormai che quando parlo di sinistra parlo di noi”, e giù applausi. Poi accenna all’immigrazione, chiede se c’è un gruppo sull’immigrazione nel corso della giornata (il pomeriggio infatti i partecipanti si sono divisi in gruppi di lavoro. La lista dei gruppi di lavoro è girata via email. Email che Spinelli ha letto?). Dice che i partecipanti di questo gruppo dovrebbero discutere un appello che lei ha scritto, e qualcuno le urla “beh potevi mandarcelo”. È difficile togliersi dalla testa che questa persona se ne stia isolata da chi l’ha eletta. Non un accenno, neppure velato, alla porcata che ha fatto. Autocritica, non ne parliamo. Nessuno l’ha fischiata, anzi. Almeno si è presentata in persona, a differenza di altre assemblee.

Poi ha parlato Marco Revelli, che è di un’altra statura intellettuale, e probabilmente pure morale. Inizia parlando di Borsellino, di come Rita, la sorella, voleva essere qui con noi ma se i mezzi tecnologici lo permetteranno si collegherà. Qui anche un collegamento skype non è scontato. Revelli poi continua dicendo che si era preparato una relazione lunga, che è circolata via mail (non pubblicamente sul sito, ci mancherebbe [EDIT Eccola online!]) ma che sarà breve. 55 minuti dopo, il pubblico comincia a rumoreggiare. Fa un caldo cane, sono previsti altri interventi ed un’intera giornata di lavoro, e Revelli pensa che vada bene così, avendo pochissimo rispetto per chi deve parlare dopo di lui, per il pubblico, pensando soprattutto di aver così tante cose da dire. La prolissità è davvero una malattia infantile della sinistra. Giustamente sottolinea, numeri alla mano, come il risultato della Lista sia stato la combinazione di una serie di esperienze, come Sel, Prc, Azione Civile (che sì, esiste ancora, e no, come ha detto un amico, non è il nome di un gruppuscolo neofascista) molti fuori dai partiti, e via dicendo. Ma poi parla solo lui, le altre esperienze possono aspettare.

E poi niente, me ne sono andato, che Revelli ancora parlava.

Ora non ho dubbi che invece adesso stiano succedendo cose bellissime, e che Revelli abbia chiuso il suo intervento alla grande. Sarò stato solo sfortunato io, era l’inizio dei lavori, ci vuole un po’ a carburare. Speravo però che, grazie ai potenti mezzi, twitter, sito, Facebook e via dicendo avrei potuto comunque seguire un po’, che ne so, che ci sarebbe stato un live tweeting, un hashtag, il sito aggiornato, se non altro con le dichiarazioni dei leader. O addirittura live streaming. Niente. Se uno digita “L’altra europa con Tsipras” su Google notizie non appare niente sull’assemblea di oggi. Poi ci si piange addosso che i media non parlano della lista, non so quanti editoriali, status, articoletti, cinguettii ho letto su questo. Dove sono le strategie comunicative? Dov’è la volontà di far sapere al mondo che cosa si sta facendo?

Una persona che, in un sabato mattina di luglio nell’afosa Roma, si fosse affacciato per un’oretta e mezzo nel bel Teatro Vittoria nel bel quartiere ex popolare Testaccio si sarebbe trovato davanti uno spettacolo triste, un rituale appassito di militanti (in gran parte) vecchi, stanchi, autoreferenziali, incapaci a comunicare. La questione non è lo sbarramento al 4 o all’8 per cento, è che deve cambiare proprio tutto.

[aggiornamento: sul sito ci sono ora le relazioni]

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