Archivi del mese: agosto 2014

Lo Sziget, la Repubblica, l’esterofilia, la desolazione culturale

Ad un certo punto è successo che lo Sziget Festival è diventato in qualche modo mainstream in Italia, nel senso che lo si conosce e segue di più anche da noi, e che ci va una caterva di italiani [parentesi: il o lo Sziget Festival è un grande festival di musica che si svolge su un’isoletta sul Danubio, a Budapest, da più di vent’anni, e da diversi accoglie nomi di una certa importanza e decine/centinaia di migliaia di persone. chiusa parentesi]. Ciò comporta, tra le altre cose, che anche Repubblica lo segua. Quando sono andato, con un accredito stampa, nel 2008 (e poi nel 2010), l’organizzazione italiana fu molto gentile e invitò la stampa a pranzo: eravamo pochi e credo nessun giornalista che scrivesse per grossi giornali generalisti e affini. C’era uno o forse due gruppi italiani che suonavano, e sempre i ragazzi dell’organizzazione italiana lamentavano la capacità dei francesi, anche grazie al loro Istituto Culturale, di far venire band e persone dalla Francia (ora ci sono un sacco di gruppi italiani, ma proprio un sacco, e un palco promosso da organizzazioni italiane). Era – e probabilmente ancora è – molto bello, lo Sziget. Ma il festival di Budapest è diventato per Repubblica un’occasione come un’altra per blaterare tutta la propria stantia e mediocre esterofilia, e di mostrare la consueta mancanza di una qual si voglia idea di cultura (musicale o meno), intitolando un pezzo “Sziget, il festival che potrebbe salvare l’Italia”, infarcendolo di banalità, affermazioni tendente al reazionario (quella sull’industria automobilistica), goffaggini di vario genere. Quelli di Bastonate se sono accorti, ne hanno fatto un debunking ragionato che mi pare possa interessare anche chi non si occupa direttamente di musica. Soprattutto l’ultima parte, che incollo qui di fila (ma vale la pena leggere tutto il pezzo, qui):

Un’altra cosa è il modello culturale a cui ci riferiamo. Siamo usciti da un’estate in cui era possibile recarsi a un buon festival musicale ogni settimana: Ypsigrock, Radar, Siren, Umbria Rock, Lucca, Beaches Brew e dio solo sa quanti altri, senza contare le decine di festival fatti con (buoni) artisti italiani e le cose tradizionali e tutto il resto. Molti weekend toccava scegliere se andare a un festival piuttosto che a un altro. D’inverno i vari Dissonanze/C2C/Angelica/Netmage e simili. La principale differenza tra questi festival e un grosso festival internazionale, o un Heineken Jammin’ Festival, è che a quelli che ho elencato sopra ci si va per stare bene. Un bel posto fuori dalle metropoli, campeggi medio-piccoli, alberghi puliti, possibilità di mangiare spaghetti alle vongole spostandoti di trenta metri e spendendo il giusto. In più di un senso, da quando sono nato questo è di gran lunga il momento più florido ed eccitante per la musica dal vivo in Italia. Sapete qual è il modo di far crescere culturalmente una nazione? Di farla crescere davvero? Andare a questi festival. Fare in modo che l’anno successivo abbiano due gruppi più grossi in cartellone. Farli funzionare al punto che qualcun altro vorrà organizzarne di nuovi, farli rientrare col biglietto e il bar e magari, sì, qualche migliaio di euro allungato dal settore pubblico.

L’articolo, e la nostra cultura in generale, non prendono in considerazione queste realtà per svariati motivi. Il principale è la loro scarsa rilevanza dal punto di vista, diciamo, televisivo: luci sparate a bestia su un pubblico accalcato che urla ubriaco il testo di Albachiara in faccia alle telecamere. Da quel punto di vista, quello che serve per SALVARE L’ITALIA è un festival mastodontico, che porti ottantamila persone all’area parcheggio della Fiera di Rho a sentire gruppi tipo QOTSA e magari, incidentalmente, Mount Kimbie o Deadmau5. Pubblicità di birre cattive ad ogni angolo, gente collassata nel cemento con la maglietta dei PJ innaffiata di birra, cessi chimici e bandiere sarde a strafottere. A un certo punto magari uscirà anche qualche articolo sul fatto che questi eventi, Mount Kimbie o meno, non segnano nessun progresso culturale ma una diversa forma di asservimento, un’idea di musica fondamentalmente sbagliata, una brutta forma di elefantiasi e l’ennesima celebrazione del fanatismo musicale come esperienza totalizzante, militare e (nelle sue punte più estreme) vagamente fascista.


Violent X di Evan Calder Williams, ovvero il poliziottesco frantumato e ricomposto

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[è uscito sabato scorso per Alias/Il Manifesto un mio articolo-intervista piuttosto lungo su un film-performance, Violent X, e sul suo autore, Evan Calder Williams. Si parla di città, B movies italiani, sperimentazione, sale di terza visione, riuso e riciclo di vecchi film, etc. Di seguito il testo, in fondo la pagina del giornale]

Il mondo dell’arte visuale del cinema e spe­ri­men­tale ame­ri­cano è vivo e vegeto e ce ne arri­vano spesso nuovi esempi. Que­sto Vio­lent X, di Evan Cal­der Wil­liams e con la colonna sonora di Taku Unami, è uno di quei film-performance che dimo­stra al tempo stesso la vita­lita’ di que­sta cosa che con­ti­nuiamo a chia­mare con qual­che dif­fi­colta’ cinema e la neces­sita’ di rife­rirsi al pas­sato per tro­vare rin­no­vate spe­ri­men­ta­zioni e ispi­ra­zioni. Un film breve, meno di qua­ranta minuti, com­po­sto da cin­que­mila sin­gole imma­gini prese dai poli­ziot­te­schi ita­liani e rimon­tate, messe l’una a fianco a l’altra, seguendo una nuova nar­ra­tiva, a cui è stata poi aggiunta musica e com­mento dello stesso ECW. Il film rime­scola la sto­ria del nostro paese, mette in scena pae­saggi urbani, cospi­ra­zioni, è un’esplosione di det­ta­gli di vario ordine e grado, pieno di ripe­ti­zioni e di disa­stri di diverso tipo. Si sente il senso e il peso del tempo che passa, la voglia di con­trol­larlo (vec­chia osses­sione del cinema), e al tempo stesso ci viene sbat­tuta la vio­lenza, affa­sci­nante o meno, di un periodo denso di ribel­lione, di usi e abusi della vio­lenza stessa. È il primo di una tri­lo­gia, gli altri due (uno ambien­tato tra la fine degli anni venti e l’inizio dei trenta, e l’altro nel pre­sente, pren­dendo il mate­riale dai film con­tem­po­ra­nei imi­ta­zioni diFast and Furious) avranno la stessa pro­ce­dura for­male, con migliaia di imma­gini sin­gole estra­po­late da cicli di film. Vio­lent X ha per ora un forte carat­tere di per­fo­mance, ma avra’ pre­sto forma indi­pen­dente e defi­ni­tiva. Chi scrive lo ha visto in uno dei posti più inte­res­santi per la musica e l’arte spe­ri­men­tale a New York, l’Issue Pro­ject Room di Broo­klyn, men­tre l’anteprima mon­diale è andata in scena a Toronto all’Images Festi­val, che ha anche pro­dotto il film. “Nel mio film – ci rac­conta l’autore – appa­iono imma­gini da qua­ranta poli­ziot­te­schi, tra i circa cento film dal 1973 al 1978 che com­pon­gono il filone”. Evan Cal­der Wil­liams è anche un ricer­ca­tore (ha da poco ter­mi­nato un dot­to­rato in una delle Uni­ver­sity of Cali­for­nia, Santa Cruz), e ha tra le altre cose scritto due libri, ha un blog sulla rivi­sta della sini­stra intel­let­tuale hip­ster ame­ri­cana, The New Inquiry, e pre­sen­tato i suoi lavori al Whit­ney Bien­nial, alla Memory Mara­thon e sta pre­pa­rando un’opera per la Ser­pen­tine Gal­lery di Lon­dra. “Mi sor­prende molto quanti pochi poli­ziot­te­schi siano effet­ti­va­mente dispo­ni­bili in DVD. La mag­gior parte del mio film quindi viene da tor­rent o altri file che ven­gono da copie VHS, regi­strati dalla TV, spesso quindi non di ottima qua­lità. Ho visto e rivi­sto que­sti film nel corso degli anni senza un pen­siero pre­de­ter­mi­nato su come la forma del film sarebbe poi stata. Niente di quanto appare nel film è girato, non c’è un sin­golo video con­ti­nuato, ogni cam­bio che si vede, ogni frame è un frame sepa­rato. Cosi’ ho costruito una col­le­zione di circa 7500 imma­gini”. Vio­lent X è un lucido sogno per imma­gini ricom­bi­nate di un arti­sta che ha visto troppi poli­ziot­te­schi, e vuole farne uno tutto suo. Sa però che la società è cam­biata, le imma­gini sono cam­biate, e allora invece di rico­min­ciare da capo sem­pli­ce­mente usa i vec­chi film e li ricombina.“Quello che mi ha vera­mente attratto verso que­sto pro­getto non sono tanto i film stessi quanto pen­sarli (que­sti ma anche la com­me­dia sexy, il giallo, i mondo film ecce­tera) non solo per quello che si vede nei film stessi, e come pos­sono riflet­tere la societa’ ita­liana in que­gli anni, ma anche come forma di visione che è quasi indif­fe­rente al con­te­nuto dei film e con­si­dera invece la cir­co­la­zione fisica delle copie di que­sti film tra i vari cinema: la nozione di terza visione diventa così molto impor­tante. Vedo que­sti film come una espli­cita rispo­sta al fatto che in que­gli anni era in atto un cam­bio nelle abi­tu­dini nel con­sumo dei media della wor­king class, dal cinema alla tele­vi­sione. I cinema di terza visione veni­vano chiusi rapi­da­mente. Mi pare quindi che que­sti film emer­gano al tempo in cui c’è un ten­ta­tivo di sal­vare quanto è rima­sto dell’andare al cinema, e quindi mi inte­ressa que­sta sorta di oscura map­pa­tura di quello che suc­cede alle copie stesse dei film. Infatti per me il cinema è un com­plesso totale che eccede di gran lunga quello che suc­cede nei film. La domanda fon­da­men­tale che strut­tura così tanta espe­rienza cine­ma­to­gra­fica nel ven­te­simo secolo è l’esperienza di guar­dare qual­cosa che non è così unico per quel luogo spe­ci­fico ma che ha attra­ver­sato e porta i segni di altri posti. E quindi si va in un certo posto, un po’ come la hall di un hotel, e affit­tiamo una certa por­zione di tempo al suo interno. Il cinema quindi ha a che fare con i pro­cessi di cir­co­la­zione e que­sto accade al di là di quello che vediamo sullo schermo”.

Inter­ve­nendo su que­sti file tor­rent, file rica­vati da ex VHS, e altro mate­riale quasi di scarto, ECW in un certo senso ri-attualizza la nozione di terza visione, dato che pos­siamo senz’altro inten­dere la visione in strea­ming e que­ste altre forme di nuova di con­sumo dei film come una moderna terza visione. Al tempo stesso, si tratta anche in que­sto caso del recu­pero di film che per anni sono stati negletti e dimen­ti­cati in Ita­lia, e solo recen­te­mente, anche gra­zie ad inter­venti come quello di Quen­tin Taran­tino, li si sta riva­lu­tando, gli si sta dando una certa dignità, tal­volta un po’ arti­fi­ciale, ed in que­sto ECW lavora in modo dav­vero diverso rispetto a Taran­tino o altri approcci diciamo auto­riali, che ten­dono a esal­tare gli aspetti cool di que­sti film accan­to­nando spesso la vio­lenza, il maschi­li­smo, lo pseudo-fascismo e via dicendo: “Non mi inte­ressa inco­rag­giare una sorta di cine­fi­lia nei con­fronti di que­sti film, li vedo come mate­riali di lavoro, come archivi di tesi e gesti da cui attin­gere. Il mio inte­resse insomma non è dire tra que­sti film quali sono buoni e quali vadano pre­ser­vati – anche se natu­ral­mente sono con­tento che venga fatto que­sto tipo di lavoro, da Raro­vi­deo e altri – solo che la mia rela­zione con que­sti film è fon­da­men­tal­mente diversa. Se dovessi orga­niz­zarli in una retro­spet­tiva mi pia­ce­rebbe di più met­terli in dia­logo con gli altri film di terza visione del tempo, anche se ho anche io miei pre­fe­riti, come Uomini si nasce poli­ziotti si muore di Rug­gero Deo­dato (dove l’inseguimento in moto a ini­zio film è stato fil­mato senza per­messo e dal vivo nel traf­fico mar­cia­piedi di Roma e quindi il ter­rore che si vede nelle vec­chiette sui è vero!) o Il cinico, l’infame, il vio­lento o anche Napoli sere­nata cali­bro 9, un film piut­to­sto strano, un ibrido tra un poli­ziot­te­sco e una sce­neg­giata, dove dav­vero si sente quel ten­ta­tivo di riem­pire lo schermo con qual­cosa per far pas­sare il tempo…”

Le citta’, l’ambiente urbano, hanno natu­ral­mente un ruolo impor­tan­tis­simo. Si dice che i regi­sti euro­pei che fanno film negli USA fini­scono in un modo o nell’altro sem­pre a fare road movie, ma forse è vero anche per quelli ame­ri­cani che vanno in Ita­lia: Vio­lent X in fondo è un viag­gio nelle città ita­liane, Milano e din­torni, Roma, Torino, e nella vio­lenza che le popola(va). La vio­lenza è infatti il tema domi­nante del film, sin dal titolo. Anche una scena di cop­pia, tra il poli­ziotto e la sua bella, è vio­lenta. C’è un ritono com­pul­sivo a pistole e altri armi. ECW sem­bra dia­lo­gare con la vio­lenza nei poliz­ziot­te­schi e attra­verso que­sta cerca una chiave di let­tura per capire l’Italia di allora. “Una cosa che mi col­pi­sce molto, avendo letto, stu­diato que­gli anni e tra­dotto testi pub­bli­cati in ita­liano all’epoca, è come, par­ti­co­lar­mente in Ita­lia, la nar­ra­zione su que­gli anni sia spesso estre­ma­mente con­cen­trata sulla vio­lenza ter­ro­ri­stica, mi pare ci sia una sorta di osses­sione per la cro­naca nera. E quello per me è forse l’aspetto meno inte­res­sante, mi inte­ressa di più la cosid­detta pro­pa­ganda col fatto. In un certo senso l’intento del film è quello di con­ser­vare una certa inar­re­sta­bile pro­li­fe­ra­zione di corpi ma cer­care di capire anche quanto tutto cio’ possa essere una sorto di blocco per la vista, che oscura, ed è per que­sto che nel film la figura del fumo diventa molto più impor­tante del fuoco, e più si va avanti nel film più le figure di neb­bia, fumo e pol­vere diven­tano impor­tanti. In que­sti film set di modelli e gesti si ripe­tono, per me quindi si tratta di rico­no­scere non solo il fatto della vio­lenza ma il suo signi­fi­cato gesturale”.

Molto inte­res­sante, infine, la musica, a tratti mime­tica nei con­fronti delle colonne sonore del tempo, eppure con così tanti ele­menti che si distac­cano com­ple­ta­mente: “c’è una sorta di dis­so­nanza sonora. C’è un po’ di Franco Mica­lizzi, dei Goblin, di Stel­vio Cipriani, ma in un certo senso, il suono è inten­zio­nal­mente fuori dal tempo, e i più imme­diati rife­ri­menti sonori nella colonna sonora sono a John Car­pen­ter.” La spe­ranza è di poter vedere pre­sto anche in Ita­lia que­sto film.

 

Violent X, 2

Violent X, 1