Lo Sziget, la Repubblica, l’esterofilia, la desolazione culturale

Ad un certo punto è successo che lo Sziget Festival è diventato in qualche modo mainstream in Italia, nel senso che lo si conosce e segue di più anche da noi, e che ci va una caterva di italiani [parentesi: il o lo Sziget Festival è un grande festival di musica che si svolge su un’isoletta sul Danubio, a Budapest, da più di vent’anni, e da diversi accoglie nomi di una certa importanza e decine/centinaia di migliaia di persone. chiusa parentesi]. Ciò comporta, tra le altre cose, che anche Repubblica lo segua. Quando sono andato, con un accredito stampa, nel 2008 (e poi nel 2010), l’organizzazione italiana fu molto gentile e invitò la stampa a pranzo: eravamo pochi e credo nessun giornalista che scrivesse per grossi giornali generalisti e affini. C’era uno o forse due gruppi italiani che suonavano, e sempre i ragazzi dell’organizzazione italiana lamentavano la capacità dei francesi, anche grazie al loro Istituto Culturale, di far venire band e persone dalla Francia (ora ci sono un sacco di gruppi italiani, ma proprio un sacco, e un palco promosso da organizzazioni italiane). Era – e probabilmente ancora è – molto bello, lo Sziget. Ma il festival di Budapest è diventato per Repubblica un’occasione come un’altra per blaterare tutta la propria stantia e mediocre esterofilia, e di mostrare la consueta mancanza di una qual si voglia idea di cultura (musicale o meno), intitolando un pezzo “Sziget, il festival che potrebbe salvare l’Italia”, infarcendolo di banalità, affermazioni tendente al reazionario (quella sull’industria automobilistica), goffaggini di vario genere. Quelli di Bastonate se sono accorti, ne hanno fatto un debunking ragionato che mi pare possa interessare anche chi non si occupa direttamente di musica. Soprattutto l’ultima parte, che incollo qui di fila (ma vale la pena leggere tutto il pezzo, qui):

Un’altra cosa è il modello culturale a cui ci riferiamo. Siamo usciti da un’estate in cui era possibile recarsi a un buon festival musicale ogni settimana: Ypsigrock, Radar, Siren, Umbria Rock, Lucca, Beaches Brew e dio solo sa quanti altri, senza contare le decine di festival fatti con (buoni) artisti italiani e le cose tradizionali e tutto il resto. Molti weekend toccava scegliere se andare a un festival piuttosto che a un altro. D’inverno i vari Dissonanze/C2C/Angelica/Netmage e simili. La principale differenza tra questi festival e un grosso festival internazionale, o un Heineken Jammin’ Festival, è che a quelli che ho elencato sopra ci si va per stare bene. Un bel posto fuori dalle metropoli, campeggi medio-piccoli, alberghi puliti, possibilità di mangiare spaghetti alle vongole spostandoti di trenta metri e spendendo il giusto. In più di un senso, da quando sono nato questo è di gran lunga il momento più florido ed eccitante per la musica dal vivo in Italia. Sapete qual è il modo di far crescere culturalmente una nazione? Di farla crescere davvero? Andare a questi festival. Fare in modo che l’anno successivo abbiano due gruppi più grossi in cartellone. Farli funzionare al punto che qualcun altro vorrà organizzarne di nuovi, farli rientrare col biglietto e il bar e magari, sì, qualche migliaio di euro allungato dal settore pubblico.

L’articolo, e la nostra cultura in generale, non prendono in considerazione queste realtà per svariati motivi. Il principale è la loro scarsa rilevanza dal punto di vista, diciamo, televisivo: luci sparate a bestia su un pubblico accalcato che urla ubriaco il testo di Albachiara in faccia alle telecamere. Da quel punto di vista, quello che serve per SALVARE L’ITALIA è un festival mastodontico, che porti ottantamila persone all’area parcheggio della Fiera di Rho a sentire gruppi tipo QOTSA e magari, incidentalmente, Mount Kimbie o Deadmau5. Pubblicità di birre cattive ad ogni angolo, gente collassata nel cemento con la maglietta dei PJ innaffiata di birra, cessi chimici e bandiere sarde a strafottere. A un certo punto magari uscirà anche qualche articolo sul fatto che questi eventi, Mount Kimbie o meno, non segnano nessun progresso culturale ma una diversa forma di asservimento, un’idea di musica fondamentalmente sbagliata, una brutta forma di elefantiasi e l’ennesima celebrazione del fanatismo musicale come esperienza totalizzante, militare e (nelle sue punte più estreme) vagamente fascista.

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