Un dibattito con Alan O’Leary sui cinepanettoni. parte II

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AOL: Uno degli scopi del libro era di fornire degli spunti utili per studi futuri, sia come effettiva fonte di materiali, come ad esempio i testi delle interviste, o nei termini di possibili temi da sviluppare. Non a caso, molti dei dati che tu utilizzi qui sopra per criticare una mia mancanza di attenzione rispetto alla distribuzione e alla pubblicità sono in realtà tratti dal mio testo! La questione del numero di copie del cinepanettone distribuito annualmente da Filmauro; l’importanza dei fine settimana e delle vacanze per gli incassi; l’investimento in pubblicità; la selezione di attori popolari: tutti questi aspetti sono presenti nel libro e specialmente nelle interviste del capitolo conclusivo.[1] Certo gli stessi aspetti non saranno tutti sviluppati lungamente, a causa di una mia scelta strategica sia di natura estetica che etica, ma gli spunti sono intatti e disponibili per altri studiosi sia del cinepanettone sia dell’industria cinematografica italiana in sé.

Preferivo non parlare troppo, nel libro, del cinepanettone come ‘parte della società’, in quanto volevo trattare delle funzioni che i film hanno per i loro spettatori piuttosto che della misura in cui i film possono o non possano aver in qualche modo aver riflettuto la società italiana. Trovo che l’approccio al cinema come ‘specchio’ della società o della realtà tenda a portare a banali (e non dimostrabili) generalizzazioni politiche; che propenda a congedare una forma cinematografica piuttosto che a genuinamente cercare di comprenderne il fascino. Un esempio di quest’approccio (che menziono pure nel pezzo per ReadingItaly)[2] è quello fornito dal giornalista di Repubblica (e adesso parlamentare europeo) Curzio Maltese, che sostiene che il cinepanettone è Berlusconiano per eccellenza, così come i cosiddetti ‘telefoni bianchi’ degli anni ’30 erano legati al Fascismo. Sciocchezze, certo, ma anziché proporre, in replica a Maltese, che il cinepanettone ‘rifletta’ un aspetto della realtà piu gradevole a noi (di sinistra), oppure che lo faccia in modo critico, ho preferito contestualizzare e osservare criticamente il discorso del giornalista. Ed è questo il punto: ho deciso di stare nel regno dell’analisi discorsiva anziché inciampare nella denuncia speculativa della società italiana.

Vorrei cercare di trattare la questione della misura in cui le scelte e il gusto del pubblico sarebbero influenzati da un industria autoritaria. Due cose mi vengono alla mente. Prima di tutto, credo che dipenda da cosa si intende per ‘influenza’. Se uno scrive della cultura seguendo la tradizione di Matthew Arnold o Theodor Adorno (o Croce?), crede pure che la cultura di massa determini completamente i desideri e piaceri dei suoi consumatori. Trovo elitarie queste posizioni ma anche naïve dietro loro atteggiamento di perspicacia superiore (parafrasando Marx, si dimentica che le persone creano il proprio gusto, sebbene non lo facciano in circostanze scelte da loro stessi). In ogni caso—e questo è il mio secondo punto—non dovremmo dimenticarci che pure il pubblico di un cinema più autoriale o arthouse è ‘influenzato’ dal carattere industriale del prodotto. Antonioni, Fellini, Moretti, Sorrentino—sono tutti in se stessi ‘prodotti’ come gusti per il loro pubblico, in un modo quasi autonomo della qualità dei loro film, attraverso un articolato apparato di pubblicità e distribuzione (pensa al circuito internazionale dei film festival, alle campagne per l’Oscar come miglior film straniero, ecc.). Tuttavia per qualche motivo il cinema definito popolare risulta colpevole del suo carattere industriale mentre il cinema d’autore sembra conservare la sua purezza, e così il suo spettatore, malgrado presenti una similare industrialità. Pertanto siamo perfettamente d’accordo quando dici che ‘non mi sento neanche di negare che si venga influenzati dai comportamenti dei gruppi sociali a cui si appartiene, dalle mode, dalla pubblicità, anche se tutto ciò non cancella la nostra volontà di scelta’. Solo che siamo più predisposti a riconoscere questo in relazione con i cinepanettoni piuttosto che, per dire, con La grande bellezza o The Act of killing.

Similarmente, la relazione con la televisione tende a essere portata in causa quando è sotto esame il cinema popolare, e non quello culturalmente ammirato (a meno che non passi attraverso i termini di un una critica autoriale, come in Ginger e Fred e Reality). Se avessi scritto un libro su Nanni Moretti o Paolo Sorrentino, avresti comunque insistito sulla misura in cui il pubblico italiano dei loro film fosse legato al ‘più grande produttore di immaginario popolare contemporaneo’? e se no, perché no?

Infine, lasciami dire qualcosa in merito alla forma del mio libro. Non era per niente mia intenzione scrivere la parola definitiva sui cinepanettoni, e la struttura del libro riflette ciò. Nel penultimo capitolo esplicito il mio punto di vista parziale e mi situo come soggetto: uomo, bianco, eterosessuale, non-italiano… Vista la necessaria parzialità del mio account dei film, dedico l’ultimo capitolo a spazio per altre voci, quelle dei molti intervistati con cui io e te abbiamo dialogato. E infatti le ultime parole del libro sono riservate a Cristina Borsatti, che critica il cinepanettone, pertanto il libro finisce con un’opinione negativa rispetto ai film, che è abbastanza diversa dalla mia. Le sue ultime parole diventano una domanda rivolta anche al lettore—‘ma a voi piacciono questi film?’—suggerendo che il libro non sia altro che un primo colpo nella battaglia su un certo tipo di cinema popolare. È questo rifiuto di un’autorità paternalistica e pedagogica che si pronuncia definitivamente rispetto ai cinepanettoni, al suo pubblico e alla sua critica, a rendere diverso il mio libro dagli studi di cinema italiano più mainstream, credo. Si può pensare al libro come una sorta di pamphlet esteso…

 

LP: La maggior parte del capitolo 5 del tuo libro è dedicato ad un’indagine qualitativa che hai condotto grazie ad un questionario, compilato da sole 289 persone, campione che tu stesso giudichi non statistico, ma, argomenti ‘avevo comunque la speranza che i questionari avrebbero potuto rivelare qualcosa del modo di consumo, utilizzo e circolazione dei cinepanettoni da parte del loro pubblico. In realtà, la maggioranza dei rispondenti si è manifestata contro questi film, riprendendo molti dei contenuti e del tono dei giudizi negativi sul cinepanettone di cui in questo libro ho già dato conto’ (76). Però poi usi grafici, strumento che appartiene alle analisi statistiche, a supporto dei risultati, e mi sembra che tu tratti questi pochi rispondenti come un campione in qualche modo valido. Volevo chiederti se potevi spiegare meglio questa tua scelta.

Una delle parti che più mi piace del tuo libro è dove smonti, semplicemente guardando con attenzione questi film, alcuni dei luoghi comuni più applicati ai cinepanettoni, e cioè che siano sempre pieni di seni e sederi (o meglio, tette e culi), argomentando come ‘il corpo che più spesso viene mostrato nudo è quello di Boldi’ (21). Mi pare però, che anche per essere un pamphlet, in alcuni frangenti la difesa a spada tratta del cinepanettone e il debunking dei luoghi comuni ad esso generalmente associati diventi uno dei limiti del tuo lavoro; la difesa diventa estrema almeno quanto gli attacchi, come quando cerchi di dimostrare che la satira che la trasmissione Mai dire Martedì e Boris: il film dedicano ai cinepanettone sia di fatto sbagliata, dato che ‘rischia di rimanere senza mordente perché riduce i film a una “volgarità” che ne è soltanto una delle caratteristiche’ (31): come se questo non sia un tratto distintivo della satira, e come se soprattutto spetti ai critici stabilire quale satira è giusta e quale no. O quando commenti le risposte del questionario. Tra gli altri punti, noti come molti rispondenti elaborino un’idea di spettatore tipico come ignorante, semplice, superficiale, che va al cinema una volta l’anno. Idea sbagliata poiché ‘è assai improbabile—dato il successo che il cinepanettone riscuote presso un pubblico molto vario all’interno del quale si situano famiglie e persone di ogni sesso ed età—che il suo spettatore possa essere descritto con tanta sicurezza’ (91). Tre cose su questa risposta: in primis, sembri avere nei confronti dei rispondenti al suo questionario lo stesso atteggiamento paternalistico che condanni in Brunetta e altri commentatori, sembri andare alla ricerca della risposta giusta, dello spettatore giusto, da opporre a quello sbagliato. C’è poi un problema con il concetto di spettatore tipico, che non può equivalere a tutti gli spettatori possibili, quanto ad uno che ‘presenta le caratteristiche distintive o peculiari di una determinata categoria di persone, cose, fenomeni: i caratteri tipici di una razza; caso, esempio tipico, esemplare’ (definizione di ‘tipico’ del Devoto-Oli, corsivo non mio). In un certo senso, potrebbe essere interessante pensare allo spettatore tipico come al modello che hanno in mente, quando scrivono le loro sceneggiature, gli autori dei cinepanettoni. Infatti, e siamo al terzo punto, sembri avere un’opinione del pubblico molto diversa di quella degli stessi addetti ai lavori, si veda ad esempio Martani quando dice che ‘se tu fai un film di Natale con persone che vanno al cinema una volta l’anno, non è che stai ragionando con dei cinefili’ (122) o Enrico Vanzina che esprime un concetto simile (135),[3] mentre i rispondenti si avvicinano forse all’opinione che ha del pubblico chi questi film li fa.

 

AOL: Riuscire a trovare un numero adeguato di persone che rispondono a un questionario è sempre un problema. Sono riuscito ad ottenere 289 risposte valide: è una cifra che sarebbe considerata pressoché sufficiente per certi settori, specialmente perché molte delle domande poste richiedevano una risposta discorsiva. Se ricordo bene, Claire Monk non ha trovato molti più respondents nel suo importante libro sugli spettatori dei heritage film britannici.[4] In ogni caso (come tu dici) sono stato attento a non rivendicare alcun tipo di risultato statistico nell’esposizione dei dati, tuttavia ritenevo che sarebbe stato possibile usare quelle informazioni per sviluppare uno strumento per valutare i punti di vista dello spettatore (e del non-spettatore) in modo più preciso e rappresentativo, punti di vita che sarebbero potuti divenire in seguito oggetto di studio statistico. In altre parole il mio lavoro può fungere da progetto ‘pilot’. Dato questo punto, non posso dire di simpatizzare con la tua obiezione rispetto all’uso dei diagrammi, mi pare più una obiezione estetica piuttosto che metodologica. Rimane la questione rispetto al ‘peso’ che ho dato al materiale nei questionari—in particolar modo per quanto riguarda il materiale negativo rispetto ai film. Questo materiale mi è stato utile specialmente per registrare il tipo di discorsi che capita di sentire ogni volta in cui si porta avanti una conversazione sui cinepanettoni e sul loro pubblico. Il materiale riportato rappresenta la presunzione e il pregiudizio che pare essere dilagante tra i gruppi di cui ho discusso nell’introduzione al capitolo dei questionari: quelli con pretese culturali, di sinistra, eccetera.

Questo tema si potrebbe esprimere attraverso il concetto di capitale culturale.

È infatti nei termini dei processi di ‘distinzione’, che conosciamo attraverso Bourdieu, che ho discusso le rappresentazioni satiriche dei cinepanettoni nel film Boris o in altri esempi. La satira deve essere essa stessa oggetto di critica se assume una funzione reazionaria o ipocrita. La cosa importante in questa discussione è lo status culturale di Boris (serie e film) e quello dei cinepanettoni. Il gusto minoritario per Boris ha a che fare con l’esposizione di un maggiore discernimento politico e estetico, tuttavia molto dell’umorismo in Boris è volgare, basso e misogino come qualunque elemento in Christmas in Love o in Natale a Beverly Hills. Mi riservo pertanto il diritto di stabilire che la satira ai cinepanettoni in Boris è debole: è debole perché lascia intatti una serie di pregiudizi culturali e perché funziona in modo di permettere al pubblico di Boris di distinguersi dal pubblico arretrato dalle mini-serie sentimentali della tv (a loro volta parodiate nel film), dalle commedie natalizie e così via. Sembra che la satira in Boris sia auto-consolatoria e una ricetta per la compiacenza (critica, a sua volta, spesso indirizzata ai cinepanettoni).

A proposito delle tue preoccupazioni in merito allo ‘spettatore tipico’, certo si potrebbe obbiettare l’uso che ho fatto nel questionario di una ‘leading question’ che può incoraggiare e portare a ottenere la risposta che cercavo. (Io chiedo: ‘C’è uno spettatore tipico per i cinepanettoni? Se la risposta è “Sì”, si prega di scrivere una descrizione dello spettatore tipico.’) Questa era una ‘trappola’ in cui sono inciampati solo metà degli intervistati (l’altra metà ha detto che non c’era nessuno spettatore tipico), ma molti di quelli che lo hanno fatto hanno rivelato un estremo bigottismo culturale. E la regolarità con cui lo ‘spettatore tipico’ era di sesso maschile e presumibilmente di destra, è certamente significante. Molte delle persone che hanno risposto, mi pare, stavano rivelando i loro stessi pregiudizi, e mostrando i meccanismi della distinzione del capitale culturale. Se mostrare questo mi rende colpevole di paternalismo brunettiano, che così sia.

Non so quanto sia accurata l’assunzione che la maggior parte del pubblico dei cinepanettoni sua illetterata cinematograficamente (dire che lo spettatore non è un ‘cinefilo’ non corrisponde a dire che a lui/lei manchino le basi di conoscenza delle convenzioni filmiche), e non posso dire quanto sia accurata l’idea degli stessi filmmakers rispetto al loro stesso target demografico, ma è un errore prendere la mia caratterizzazione dello spettatore al di fuori del contesto del libro, che è strutturato come una giustapposizione di prospettive (nuovamente, il fatto che le citazioni che tu utilizzi per criticarmi sono prese dal mio libro evidenzia ciò). Tuttavia, come ho spiegato sopra, anche se sono l’autore del libro non ho nessuna pretesa di aspirare a un’oggettività disinteressata, o di mostrare una autorità suprema. Come ho detto all’inizio della nostra conversazione, sono schierato: scrivo a nome di coloro a cui piacciono i cinepanettoni; sto cercando di rompere un pregiudizio comune (attorno ai film e al loro pubblico) occupando una posizione estrema, e dimostrando che tale posizione può essere occupata. Sono un ‘aca-fan’[5] dei cinepanettoni—e me ne vanto!

 

LP: Due cose veloci sulla tua risposta poi passiamo ad altro. Naturalmente non ti ho accusato di paternalismo brunettiano, che è una tua definizione che non condivido. (Ti ho fatto notare solo come mi pare che tu condanni un certo atteggiamento, imputandolo a Brunetta e altri, ma poi tu non ne sia necessariamente del tutto esente). E soprattutto, ma è una lunga discussione per un altro contesto, ho qualche difficoltà con l’idea che si possano fare interviste andando alla ricerca di determinate risposte, o come dici tu ponendo delle trappole.

Nel libro citi Brunetta che dice che il cinema di Vanzina, Parenti e Oldini (cioè, i cinepanettoni e dintorni) possano ‘diventare l’emblema più significativo di un decennio [gli anni Ottanta] caratterizzato, almeno nelle immagini vincenti, da un bisogno di ridere, da una rinuncia a pensare, da una celebrazione dell’apparire, dal cinismo e dal rampantismo, dall’abbassamento sensibile del quoziente di intelligenza comica, dalla convinzione della perfetta permeabilità tra cinema e televisione’ (citato a p. 47). Metti in evidenza come Brunetta abbia una bassa opinione sia dei film che del pubblico che li guarda, ed in generale sembri interessato a segnalare che nella cultura italiana ci sia una visione degli anni Ottanta come disprezzati e una preponderanza dell’assioma anni Ottanta=nascita berlusconismo. Non c’è però il tentativo di proporre una visione alternativa di questo decennio, di spiegare cioè quale immagini ‘alte’ abbiano invece caratterizzato gli anni Ottanta, o discutere le immagini ‘perdenti’. La tua strategia mi pare volta a evidenziare i (presunti) limiti di alcuni punti di vista, come quello di Brunetta, ma non di spiegare perché negli anni Ottanta abbiamo avuto successo determinate ‘forme culturali che si dimostrano compatibili e accomodanti’ (p. 50) e non altre. Insomma, e qui torno all’oggetto iniziale del contendere, mi pare che una volta che hai smontato, convincentemente, l’idea del cinema come ‘mirror image’ della società italiana, e hai quindi condotto con onore e gloria una certa battaglia all’interno degli Italian Cinema Studies, non cerchi però poi di discutere criticamente il ruolo dei cinepanettoni all’interno della società. Il rischio di una lettura del genere è dunque che questi film diventino dei piccoli mondi a sé che fluttuano nelle sale italiane senza dialogare con il resto.

AOL: Nel 1953 l’artista americano Robert Rauschenberg comprò un dipinto dell’abstract expressionist William de Kooning—e lo cancellò (Rauschenberg poi ne esibì il risultato). Il gesto rappresentò una necessaria ‘compensazione del terreno’ che permise di sostituire un approccio più cool (che poi sarebbe divenuta la Pop Art) per l’atteggiarsi macho dei pittori espressionisti. La mia attitudine aggressiva rispetto ai discorsi standard attorno agli anni ottanta e al cinema popolare italiano ambisce a un risultato similare. Non fornisco una visione alternativa degli anni ottanta, comunque spero che quantomeno il terreno possa ora essere stato ripulito per nuovi approcci; spero di aver aiutato a rendere i vecchi discorsi non più sostenibili. Il mio libro voleva essere distruttivo, e ho scelto deliberatamente di mantenerlo corto. Questo vuol dire che molti punti interessanti sono rimasti fuori—l’analisi della pubblicità, il ruolo dei film all’interno della società, e molte altre cose—ma, come pamphlet esteso, esso assolve al suo lavoro polemico, e si prefigge di indicare la strada per altri studi futuri.

[1] Alcune sono sviluppate più approfonditamente nel mio blog. Vedi ad esempio il post “DOMENICA IN: Christian and the cast, Sunday 12 December”, disponibile a <http://tinyurl.com/mvpo66q&gt;.

[2] Vedi < https://readingitaly.wordpress.com/2013/12/11/cinepanettone-memory/&gt;.

[3] Ma anche Fausto Brizzi: ‘è un pubblico spesso poco cittadino, molto provinciale. Semplicemente come dato statistico, non è un giudizio di merito’ (corsivo mio, p. 141); Luigi De Laurentis: ‘L’80 per cento del Paese è semplice, ha bisogno di un linguaggio molto facile’ (p. 141); o infine Enrico Oldoini: ‘Il cinema di Natale è proprio destinato a un pubblico che vuole soltanto evadere e basta’ (p. 140).

[4] Claire Monk, Heritage Film Audiences: Period Films and Contemporary Audiences in the UK (Edinburgh: Edinburgh University Press, 2011).

[5] Crasi che unisce ‘academic’ e ‘fan’, usata soprattutto nell’ambito academico americano.

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