Sette parole chiave per un oggetto tutto ancora da scoprire

Il cinema è vivo e vegeto, anzi forse non è mai stato così bene, solo va cercato altrove, bisogna re-interpretarne le forme, capire come si riproduce, come si è espanso e assemblato/ri-assemblato, dove sono le reliquie e le icone, in quali schermi lo vediamo. E soprattutto, come media e viene mediato dalla proliferazione di sempre più nuovi fratelli (altri media, appunto) con cui si trova ad interagire. Di questo e molto altro parla l’ultimo libro di Francesco Casetti La Galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene (Bompiani, 2015, 20 euro). Casetti insegna all’università di Yale da alcuni anni (una precisazione è d’ordine: chi scrive è uno studente dell’autore del libro qui recensito) dopo aver passato la maggior parte della sua carriera alla Cattolica di Milano, ed è uno dei più importanti teorici italiani dei media. La Galassia Lumière ruota intorno a sette concetti che l’autore propone per pensare al cinema di oggi e a quello “che viene”, che sono anche i sette capitoli che compongono il volume: rilocazione, reliquie e icone, assemblage, espansione, ipertropia, display, performance.

Va detto subito che questo libro trascende il mero ambito universitario, è un testo al tempo stesso di facile comprensione e pieno di continui rimandi interni e esterni, quasi a costituire più piani di lettura, scritto violando o andando oltre rigide convenzioni accademiche, guidato da una forte prima persona singolare – l’esperienza personale, del resto, è una delle chiavi per capire l’ambiente mediale contemporaneo. Il libro si regge su una quantità notevolissima di note (oltre 500) e di testi citati o richiamati, e del resto questo libro esce a dieci anni dall’ultimo di questo autore (L’Occhio del Novecento), tempi lunghissimi impensabili per la bulimica accademia italiana dove si pubblica molto e spesso, spesso tralasciando la qualità. Casetti non usa i film come esempi per un suo ragionamento teorico già pensato (come fanno molti teorici del cinema) ma piuttosto usa il cinema teoricamente: parte dalla visione, facendo risaltare alcuni elementi connettendoli ad un ragionamento teorico. Per esempio, racconta la famosa scena dell’incendio in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore per parlare del “desiderio del cinema di uscire dal suo luogo tradizionale”, “del rischio di morte che il cinema corre nel lasciare la sala”, a cui però segue una possibile rinascita del cinema. Non è l’approccio tipico di uno studioso di cinema, è piuttosto un pensatore che si occupa di media contemporanei tout-court saltando da una disciplina e l’altra senza perdere la bussola. Nel libro infatti si trovano anche diversi rimandi a come si legano esperienze della contemporaneità al cinema, come quando lega migrazioni e processi di circolazione alla rilocazione del cinema in altri ambienti. Torna, però, sempre al cinema, e alla sua natura in continuo movimento. A Casetti non interessa dimostrare che nulla è cambiato, visto che ammette candidamente che molto è cambiato. Né gli interessa attaccarsi all’idea di cinema che fu. Piuttosto studia le tracce, le sopravvivenze, le innovazioni che non snaturano, anzi fanno fare salti in avanti. E lo fa proprio andando indietro nel tempo per dimostrare come il cinema è sempre stato tante cose, si è sempre riaggiornato e anche drasticamente reinventato. Il cinema “è stato a lungo sia qualcosa da vedere sia un modo di vederlo. È stato una serie di film, ed è stato un apparato (proiettore, schermo, sala)”, oppure, “il cinema è qualcosa che si configura di volta in volta, sulla spinta della situazione, di un bisogno, di un ricordo” (112). Per questo, argomenta Casetti, il cinema non è più un apparato (concetto chiave delle teorie del cinema dagli anni settanta in poi) ma è un assemblage, che vede una completa evoluzione del ruolo dello spettatore che ora assembla quello che vuole vedere, “non abbiamo più a che fare con una macchina precostituita in modo univoco, ma con qualcosa che si forma di volta in volta sotto le pressioni delle circostanze, e i cui elementi sono liberi di entrare anche in altre combinazioni”. Oltre a Walter Benjamin, punto di riferimento espressamente citato lungo tutto il libro, si respira anche molto Siegfried Kracauer, meno chiamato in causa direttamente ma egualmente presente.

Casetti propone una quantità incredibili di idee e concetti (forse troppi per un solo libro), che non possono essere passati in rassegna qui: basti accennare all’idea del cinema come uno e trino (cinema della dispersione, dell’adesione, e della consapevolezza), alle varie distinzioni che propone tra filmico, cinematografico, cinetico, schermico, all’insistenza sull’importanza dello spazio dove i media si realizzano, contro l’idea diffusa che ormai prescindano dallo spazio. Particolarmente interessante è l’idea della rilocazione, che fa dire a Casetti che “lo spettatore non va più al cinema; semmai lo trova sul suo cammino”: il cinema si vede non solo in luoghi non deputati, come arene, schermi sui palazzi, ma anche telefonini, tablet, schermi nelle stazioni dei treni, sugli aerei, in luoghi dunque che servono anche – se non soprattutto – ad altro. E naturalmente queste trasformazioni investono tutto il panorama dei media, che sono “ormai dispositivi volti a ‘intercettare’ l’informazione” più che “strumenti per l’esplorazione del mondo e per il dialogo tra le persone” (243). Non c’è pessimismo per il futuro del cinema, anzi, a tratti forse si sente un ottimismo eccessivo, specie per quanto riguarda il ritorno alla sala.

Come accennato, il libro ha un difetto che è anche un pregio, l’incredibile mole di concetti e idee rischia di disorientare. Ma d’altronde è proprio questo che può dare il là a ricerche e lavori ancora da fare. Non è infatti un libro dalle opinioni forti e definitive, quanto una fotografia attenta della situazione contemporanea. Che le immagini in movimento siano ovunque è ormai un dato di fatto. Ancora poco, specie nel panorama italiano, si è fatto per capire cosa questo dato significhi non solo per le immagini, ma per chi le guarda: lo spettatore, nel libro di Casetti, è un soggetto attivo, un bricoleur (mobilitando Levi-Strauss), è un performer, è molto altro, trascendendo la sua natura (che, pure, non è mai stata ferma). Ciò che resta, dopo la lettura di questo libro è la consapevolezza che l’oggetto cinema non solo, come detto, non è morto, ma che ancora molto da fare per capire cosa sia: “Il cinema è un oggetto tutto ancora da scoprire”, così si conclude il volume.

Uscito per Alias/Il Manifesto del 10 ottobre 2015.

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