Archivi del mese: gennaio 2016

Giorno della Memoria

Lunedì sono usciti per Gli Stati Generali due lunghi articoli sul Giorno della Memoria . In uno dei due faccio una sintesi di questi quindici anni di commemorazioni, a partire dal progetto di legge che è del 1997.

Esattamente 15 anni fa, il 27 gennaio del 2001, si celebrava per la prima volta il Giorno della Memoria. Era il coronamento di un percorso non breve, frutto della volontà di alcuni parlamentari e di organizzazioni e associazioni della società civile. Oltre cinquanta anni dopo la fine della seconda guerra mondiale – dove l’Italia, ce lo dimentichiamo troppo spesso, fu sia aggressore e carnefice sia vittima – anche l’Italia riconosceva una data all’interno del proprio calendario civile per ricordare la Shoah… continua su Gli Stati Generali

Nell’altro, scritto insieme a Damiano Garofalo, abbiamo chiesto a vari studiosi, rappresentanti delle istituzioni ed educatori (Irene Baratta, Giorgia Calò, Ruggero Gabbai, Robert S.C. Gordon, Francesca Romana Recchia Luciani, Andrea Minuz) dove va il Giorno della Memoria e quali sfide ci aspettano.

Quindici anni dopo, è tempo di bilanci. Il Giorno della Memoria (d’ora in poi, GdM) fu celebrato per la prima volta nel 2001. Qui proviamo a fare i conti con alcune questioni aperte, insieme ad un gruppo eterogeneo di studiosi, rappresentanti delle istituzioni ed educatori, che abbiamo incontrato o raggiunto telefonicamente e via email. Cosa è cambiato nella memorialistica della Shoah in questi anni? Come si lega a eventi contemporanei, ai cambiamenti globali, a nuove e diverse istanze memoriali? E come dialoga, se lo fa, con stermini contemporanei e ad altri genocidi?… continua su Gli Stati Generali

 

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Pena di morte in America

IL BOIA È SEMPRE PIÙ CARO: SARÀ QUESTO A FAR CAMBIARE IDEA AGLI AMERICANI?

Da settanta anni la pena di morte in Georgia, stato meridionale degli Stati Uniti, era solo questione maschile. A fine settembre però Kelly Renee Gissendaner è stata uccisa, mentre aspettano la morte un’altra sessantina di donne in tutto il paese, soprattutto negli stati campioni olimpici di uccisioni di stato, come Texas e Oklahoma.

La notizia ha fatto più rumore del solito non solo per il tempo trascorso dall’ultima esecuzione di una donna, questione che del resto non riguarda altri stati – poco più di un anno fa, in Texas, la condanna a morte di Lisa Coleman era stata regolarmente eseguita – ma soprattutto perché nella sua ultima visita papa Francesco si era di nuovo espresso contro la pena di morte: «Ogni vita umana è sacra – ha detto il Pontefice romano – e la società può beneficiare dalla riabilitazione di coloro i quali sono condannati per crimini. Recentemente i miei fratelli vescovi qui negli Stati Uniti hanno rinnovato il loro appello per l’abolizione della pena di morte. Io non solo li appoggio, ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono convinti che una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione».

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Negli Usa i finanziamenti per il cinema sono a forma di patchwork

[Articolo uscito il 2 gennaio 2016 per Pagina99, parte di due paginate sui finanziamenti dei film. Nell’altro articolo ospitato nelle due pagine, Roberto Silvestri illustrava il nuovo disegno di legge italiano per i finanziamenti al cinema e la “diaspora” dei registi italiani all’estero]

Cinema negli Stati Uniti significa capitalismo: in un certo senso per spiegare perché il capitalismo made in USA si sia affermato in maniera egemonica uno dei esempi cardini è proprio Hollywood, chealla fine delle due guerre mondiali ha inondato le sale di molti paesi, conquistando mercati lasciati liberi o poco occupati, sviluppando aggressive strategie di marketing e attirando maestranze e talenti. E come capitalismo Usa si trasforma, così si trasforma il cinema: dalle concentrazioni verticali dell’era classica di Hollywood, fino alle televisione e alle partnership con Netflix e Amazon video, o il recente emergere della Open Road Fims, casa di produzione fondata da due colossi della distribuzione, che l’anno scorso ha prodotto Lo sciacallo – Nightcrawler e ora è una seria pretendente all’Oscar con Il caso Spotlight.

Anche il settore pubblico statunitense ha però un ruolo nel finanziamento di film. E qui il panorama è variegato, come lo è in generale per il finanziamento delle arti: “Il finanziamento per le arti in America”, spiega infatti un opuscolo del National Endowment for the Arts, “è un sistema complesso e in continua evoluzione, composto da iniziative imprenditoriali, fondazioni filantropiche, fino a agenzie governative”. Per il cinema, si va infatti da pochi e selezionati finanziamenti federali, passando per grossi sgravi fiscali, soprattutto a livello statale, fino ad altre forme di finanziamenti come quelli che arrivano dalle università – talvolta pubbliche, come la scuola di cinema di UCLA a Los Angeles, una delle più note e gloriose. E in genere, per quanto riguarda i finanziamenti, diretti il documentario se la passa meglio del cinema di finzione, dove però si applicano meglio sgravi fiscali.

Le agenzie federali attraverso cui si possono ottenere fondi sono due, il National Endowment for the Humanities e soprattutto il già citato National Endowment for the Arts (NEA). Il primo è piuttosto limitato, visto che occorre fare film che riguardano in qualche modo le scienze umane (le humanities). Anche per il secondo, che quest’anno festeggia i 50 anni (è stato istituito infatti nel 1965) siamo più nel campo delle arti in generale che del cinema: si tratta comunque di uno sostanziale investimento, visto che nel 2015 il budget ammontava a circa 146 milioni, mentre il primo ciclo di application da 27 milioni è stato approvato per il 2016. Tra i 1,126 progetti che verranno finanziati c’è davvero di tutto, festival di musica, orchestre, recital di poesia, fino a festival del cinema e residence per filmmaker che direttamente o indirettamente aiutano nella produzione di film. In un Paese senza ministero della cultura sono questo tipo di agenzie federali che svolgono il ruolo più importante.

Circa i documentari, il finanziamento può essere diretto, e sostanzioso, soprattutto attraverso la rete pubblica PBS, che attraverso il programma POV (point of view) produce tra 14 e 16 documentari l’anno. Dal 1988, più di 400,che una volta mandati in onda raggiungono tra i 2 e i 4 milioni di persone: quantitativamente il più ampio pubblico possibile per un documentario indipendente. Da qui sono passati registi famosi, come Michael Moore, Errol Morris, Michael Apted, Frederick Wiseman. Sul sito PBS-POV c’è anche una lista aggiornata e dettagliata di possibili grant per documentari: uno strumento prezioso per i cineasti.

A livello statale la situazione è più complessa. Gli Usa sono davvero uno stato federale, con molte leggi regolate dai singoli Stati, che hanno ampi poteri. E questo vale anche per la tassazione cinematografica. Un caso notevole è quello della Louisiana, così notevole da guadagnarsi il soprannome di “Hollywood South”. Qui recentemente è stato ricreato il mondo immaginario di Jurassic Park, ma sono stati girati anche film come Fantastic 4 – I Fantastici Quattro e Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie. Nel 2013, secondo un report della Motion Picture Assotiation of America, è stato speso un miliardo di dollari per sostenere più di 10,000 posti di lavoro. Lo stato aiutava per rimborso di somme pari al 30% del costo del film. Troppo, secondo il governatore Bobby Jindal che la scorsa estate ha fatto passare una legge che diminuisce i rimborsi, aggiungendosi a stati come Michigan, North Carolina e Alaska dove di recente simili programmi sono stati modificati per ragioni di budget.

Molte università con programmi per film-maker offrono infine possibilità di finanziamento, chi più chi meno. E pure il Sundance, tra i festival del cinema indipendente forse il più noto e importante (anche se la nozione di indipendente è qui molto ampia)  offre finanziamenti per la realizzazione di film – come fanno del resto altri festival non americani, come Rotterdam tra gli altri.