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Violent X di Evan Calder Williams, ovvero il poliziottesco frantumato e ricomposto

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[è uscito sabato scorso per Alias/Il Manifesto un mio articolo-intervista piuttosto lungo su un film-performance, Violent X, e sul suo autore, Evan Calder Williams. Si parla di città, B movies italiani, sperimentazione, sale di terza visione, riuso e riciclo di vecchi film, etc. Di seguito il testo, in fondo la pagina del giornale]

Il mondo dell’arte visuale del cinema e spe­ri­men­tale ame­ri­cano è vivo e vegeto e ce ne arri­vano spesso nuovi esempi. Que­sto Vio­lent X, di Evan Cal­der Wil­liams e con la colonna sonora di Taku Unami, è uno di quei film-performance che dimo­stra al tempo stesso la vita­lita’ di que­sta cosa che con­ti­nuiamo a chia­mare con qual­che dif­fi­colta’ cinema e la neces­sita’ di rife­rirsi al pas­sato per tro­vare rin­no­vate spe­ri­men­ta­zioni e ispi­ra­zioni. Un film breve, meno di qua­ranta minuti, com­po­sto da cin­que­mila sin­gole imma­gini prese dai poli­ziot­te­schi ita­liani e rimon­tate, messe l’una a fianco a l’altra, seguendo una nuova nar­ra­tiva, a cui è stata poi aggiunta musica e com­mento dello stesso ECW. Il film rime­scola la sto­ria del nostro paese, mette in scena pae­saggi urbani, cospi­ra­zioni, è un’esplosione di det­ta­gli di vario ordine e grado, pieno di ripe­ti­zioni e di disa­stri di diverso tipo. Si sente il senso e il peso del tempo che passa, la voglia di con­trol­larlo (vec­chia osses­sione del cinema), e al tempo stesso ci viene sbat­tuta la vio­lenza, affa­sci­nante o meno, di un periodo denso di ribel­lione, di usi e abusi della vio­lenza stessa. È il primo di una tri­lo­gia, gli altri due (uno ambien­tato tra la fine degli anni venti e l’inizio dei trenta, e l’altro nel pre­sente, pren­dendo il mate­riale dai film con­tem­po­ra­nei imi­ta­zioni diFast and Furious) avranno la stessa pro­ce­dura for­male, con migliaia di imma­gini sin­gole estra­po­late da cicli di film. Vio­lent X ha per ora un forte carat­tere di per­fo­mance, ma avra’ pre­sto forma indi­pen­dente e defi­ni­tiva. Chi scrive lo ha visto in uno dei posti più inte­res­santi per la musica e l’arte spe­ri­men­tale a New York, l’Issue Pro­ject Room di Broo­klyn, men­tre l’anteprima mon­diale è andata in scena a Toronto all’Images Festi­val, che ha anche pro­dotto il film. “Nel mio film – ci rac­conta l’autore – appa­iono imma­gini da qua­ranta poli­ziot­te­schi, tra i circa cento film dal 1973 al 1978 che com­pon­gono il filone”. Evan Cal­der Wil­liams è anche un ricer­ca­tore (ha da poco ter­mi­nato un dot­to­rato in una delle Uni­ver­sity of Cali­for­nia, Santa Cruz), e ha tra le altre cose scritto due libri, ha un blog sulla rivi­sta della sini­stra intel­let­tuale hip­ster ame­ri­cana, The New Inquiry, e pre­sen­tato i suoi lavori al Whit­ney Bien­nial, alla Memory Mara­thon e sta pre­pa­rando un’opera per la Ser­pen­tine Gal­lery di Lon­dra. “Mi sor­prende molto quanti pochi poli­ziot­te­schi siano effet­ti­va­mente dispo­ni­bili in DVD. La mag­gior parte del mio film quindi viene da tor­rent o altri file che ven­gono da copie VHS, regi­strati dalla TV, spesso quindi non di ottima qua­lità. Ho visto e rivi­sto que­sti film nel corso degli anni senza un pen­siero pre­de­ter­mi­nato su come la forma del film sarebbe poi stata. Niente di quanto appare nel film è girato, non c’è un sin­golo video con­ti­nuato, ogni cam­bio che si vede, ogni frame è un frame sepa­rato. Cosi’ ho costruito una col­le­zione di circa 7500 imma­gini”. Vio­lent X è un lucido sogno per imma­gini ricom­bi­nate di un arti­sta che ha visto troppi poli­ziot­te­schi, e vuole farne uno tutto suo. Sa però che la società è cam­biata, le imma­gini sono cam­biate, e allora invece di rico­min­ciare da capo sem­pli­ce­mente usa i vec­chi film e li ricombina.“Quello che mi ha vera­mente attratto verso que­sto pro­getto non sono tanto i film stessi quanto pen­sarli (que­sti ma anche la com­me­dia sexy, il giallo, i mondo film ecce­tera) non solo per quello che si vede nei film stessi, e come pos­sono riflet­tere la societa’ ita­liana in que­gli anni, ma anche come forma di visione che è quasi indif­fe­rente al con­te­nuto dei film e con­si­dera invece la cir­co­la­zione fisica delle copie di que­sti film tra i vari cinema: la nozione di terza visione diventa così molto impor­tante. Vedo que­sti film come una espli­cita rispo­sta al fatto che in que­gli anni era in atto un cam­bio nelle abi­tu­dini nel con­sumo dei media della wor­king class, dal cinema alla tele­vi­sione. I cinema di terza visione veni­vano chiusi rapi­da­mente. Mi pare quindi che que­sti film emer­gano al tempo in cui c’è un ten­ta­tivo di sal­vare quanto è rima­sto dell’andare al cinema, e quindi mi inte­ressa que­sta sorta di oscura map­pa­tura di quello che suc­cede alle copie stesse dei film. Infatti per me il cinema è un com­plesso totale che eccede di gran lunga quello che suc­cede nei film. La domanda fon­da­men­tale che strut­tura così tanta espe­rienza cine­ma­to­gra­fica nel ven­te­simo secolo è l’esperienza di guar­dare qual­cosa che non è così unico per quel luogo spe­ci­fico ma che ha attra­ver­sato e porta i segni di altri posti. E quindi si va in un certo posto, un po’ come la hall di un hotel, e affit­tiamo una certa por­zione di tempo al suo interno. Il cinema quindi ha a che fare con i pro­cessi di cir­co­la­zione e que­sto accade al di là di quello che vediamo sullo schermo”.

Inter­ve­nendo su que­sti file tor­rent, file rica­vati da ex VHS, e altro mate­riale quasi di scarto, ECW in un certo senso ri-attualizza la nozione di terza visione, dato che pos­siamo senz’altro inten­dere la visione in strea­ming e que­ste altre forme di nuova di con­sumo dei film come una moderna terza visione. Al tempo stesso, si tratta anche in que­sto caso del recu­pero di film che per anni sono stati negletti e dimen­ti­cati in Ita­lia, e solo recen­te­mente, anche gra­zie ad inter­venti come quello di Quen­tin Taran­tino, li si sta riva­lu­tando, gli si sta dando una certa dignità, tal­volta un po’ arti­fi­ciale, ed in que­sto ECW lavora in modo dav­vero diverso rispetto a Taran­tino o altri approcci diciamo auto­riali, che ten­dono a esal­tare gli aspetti cool di que­sti film accan­to­nando spesso la vio­lenza, il maschi­li­smo, lo pseudo-fascismo e via dicendo: “Non mi inte­ressa inco­rag­giare una sorta di cine­fi­lia nei con­fronti di que­sti film, li vedo come mate­riali di lavoro, come archivi di tesi e gesti da cui attin­gere. Il mio inte­resse insomma non è dire tra que­sti film quali sono buoni e quali vadano pre­ser­vati – anche se natu­ral­mente sono con­tento che venga fatto que­sto tipo di lavoro, da Raro­vi­deo e altri – solo che la mia rela­zione con que­sti film è fon­da­men­tal­mente diversa. Se dovessi orga­niz­zarli in una retro­spet­tiva mi pia­ce­rebbe di più met­terli in dia­logo con gli altri film di terza visione del tempo, anche se ho anche io miei pre­fe­riti, come Uomini si nasce poli­ziotti si muore di Rug­gero Deo­dato (dove l’inseguimento in moto a ini­zio film è stato fil­mato senza per­messo e dal vivo nel traf­fico mar­cia­piedi di Roma e quindi il ter­rore che si vede nelle vec­chiette sui è vero!) o Il cinico, l’infame, il vio­lento o anche Napoli sere­nata cali­bro 9, un film piut­to­sto strano, un ibrido tra un poli­ziot­te­sco e una sce­neg­giata, dove dav­vero si sente quel ten­ta­tivo di riem­pire lo schermo con qual­cosa per far pas­sare il tempo…”

Le citta’, l’ambiente urbano, hanno natu­ral­mente un ruolo impor­tan­tis­simo. Si dice che i regi­sti euro­pei che fanno film negli USA fini­scono in un modo o nell’altro sem­pre a fare road movie, ma forse è vero anche per quelli ame­ri­cani che vanno in Ita­lia: Vio­lent X in fondo è un viag­gio nelle città ita­liane, Milano e din­torni, Roma, Torino, e nella vio­lenza che le popola(va). La vio­lenza è infatti il tema domi­nante del film, sin dal titolo. Anche una scena di cop­pia, tra il poli­ziotto e la sua bella, è vio­lenta. C’è un ritono com­pul­sivo a pistole e altri armi. ECW sem­bra dia­lo­gare con la vio­lenza nei poliz­ziot­te­schi e attra­verso que­sta cerca una chiave di let­tura per capire l’Italia di allora. “Una cosa che mi col­pi­sce molto, avendo letto, stu­diato que­gli anni e tra­dotto testi pub­bli­cati in ita­liano all’epoca, è come, par­ti­co­lar­mente in Ita­lia, la nar­ra­zione su que­gli anni sia spesso estre­ma­mente con­cen­trata sulla vio­lenza ter­ro­ri­stica, mi pare ci sia una sorta di osses­sione per la cro­naca nera. E quello per me è forse l’aspetto meno inte­res­sante, mi inte­ressa di più la cosid­detta pro­pa­ganda col fatto. In un certo senso l’intento del film è quello di con­ser­vare una certa inar­re­sta­bile pro­li­fe­ra­zione di corpi ma cer­care di capire anche quanto tutto cio’ possa essere una sorto di blocco per la vista, che oscura, ed è per que­sto che nel film la figura del fumo diventa molto più impor­tante del fuoco, e più si va avanti nel film più le figure di neb­bia, fumo e pol­vere diven­tano impor­tanti. In que­sti film set di modelli e gesti si ripe­tono, per me quindi si tratta di rico­no­scere non solo il fatto della vio­lenza ma il suo signi­fi­cato gesturale”.

Molto inte­res­sante, infine, la musica, a tratti mime­tica nei con­fronti delle colonne sonore del tempo, eppure con così tanti ele­menti che si distac­cano com­ple­ta­mente: “c’è una sorta di dis­so­nanza sonora. C’è un po’ di Franco Mica­lizzi, dei Goblin, di Stel­vio Cipriani, ma in un certo senso, il suono è inten­zio­nal­mente fuori dal tempo, e i più imme­diati rife­ri­menti sonori nella colonna sonora sono a John Car­pen­ter.” La spe­ranza è di poter vedere pre­sto anche in Ita­lia que­sto film.

 

Violent X, 2

Violent X, 1


Quando un (altro) cinema chiude. Un ricordo di Ezechiele 25, 17 all’Italia

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In vista della prossima chiusura di un altro cinema in città, Ezechiele 25,17, uno dei due cineforum di Lucca, cambia sede, spostandosi dal cinema Italia al più moderno, accogliente, comodo, e con annesso bar cinema Astra, ancora per fortuna nel centro di Lucca, all’interno delle mura cittadine. Chi scrive senza il cineforum Ezechiele sarebbe senz’altro un’altra persona, peggiore di questa.

Nell’autunno del 2000, il mio primo autunno a Lucca, già lo sapevo che il cinema mi piaceva, mio padre mi portava a vedere i film al cinema a Barga (esiste ancora?) che il giovedì faceva i film d’essai e tu chiamavi da Castelnuovo se eri in ritardo per dirgli di aspettare qualche minuto, tanto c’eravamo sempre quattro gatti (più spesso due). Oppure mi portava in macchina a Pieve Fosciana, all’Olimpia, che a Castelnuovo il cinema Eden all’epoca era chiuso – ma ora ha riaperto, per fortuna. Le VHS che abbondavano in casa mi appassionavano molto meno di quelle sale buie e, ogni tanto, piuttosto freddine, dove andavano in scena gli ultimi momenti di uno spettacolo veramente popolare: ricordo di aver visto un paio di film addirittura in piedi, roba impensabile adesso, e la fine primo tempo con relativa corsa al baretto del cinema (lì ho imparato che il tè freddo è meglio non berlo la sera, che poi non dormi). Ma dall’autunno del 2000 al cinema potevo andarci in bicicletta, passavo a chiamare Luca che scendeva con la sua bici in mano e attraversavamo il bello quando solitario Fillungo lamentandoci che a Lucca la sera in giro non c’è mai nessuno. Poi, a fine film, frequente sosta allo Sbragia per un pezzetto di pizza, e via quasi senza pedalare dato che è in leggerissima discesa, svoltavo in via San Giorgio e tornavo a casa. Tra quell’autunno e la primavera successiva (vado a memoria, quindi potrei sbagliare qualche data) all’Ezechiele fecero vedere tutto o quasi Nanni Moretti e diversi capolavori della Nouvelle Vague, qualcuno anche semidimenticato. Mi si aprì un mondo. I film giusti al momento giusto. Nel posto giusto: quel fascino un po’ demodé dell’Italia, quell’aria da vecchio cinema parrocchiale, da luogo devoto all’amore per il cinema, con la galleria disadorna e con sedie scomodissime (ma ne occupavamo almeno due a testa, quindi si stava un po’ meglio), e quel vecchio proiettore in disuso che ti accoglieva vicino allo specchio. Le ultime possibilità di vivere il cinema in un certo modo, in una relativamente piccola città di provincia (per qualche ragione, al tempo andavo meno al Circolo del cinema, lo storico e glorioso cineforum di Lucca, forse ero impegnato il giovedì, ma il Circolo è un’altra gloria dei cinefili della città). Il mercoledì all’Ezechiele, giorno delle retrospettive, non c’era mai questo grande affollamento, e sembrava davvero di avere un rapporto intimo con lo schermo, con quei pochi affezionati spettatori che non mancavano anche se fuori pioveva o faceva un freddo cane. Ma per i film nuovi, il martedì, ogni tanto si riempiva o quasi, come a quella gloriosa proiezione del Il partigiano Johnny. Ho visto Gostanza da Libbiano con Paolo Benvenuti in sala all’Italia grazie a Ezechiele, e quando qualche anno dopo ho detto allo stesso Benvenuti che quel film, visto a sedici anni, mi ha cambiato la vita, mi ha fatto capire quanto davvero amavo il cinema, lui ha chiamato la moglie per raccontarglielo e mi ha mezzo preso in giro dicendomi che dovevo essere strano assai.

Mi sono spesso chiesto, in questi anni, cosa avrei fatto senza l’Ezechiele, quanto fondamentale sia stato per la mia educazione di cinefilo, per il mio amore per il cinema, e mi chiedo quanti potenziali amanti del cinema si perdano la possibilità di avere un cineclub nella loro città. Ho fatto altre cose relative al cinema nel corso degli anni, da contribuire all’organizzazione di festival (in primis il Lucca Film Festival, naturalmente), a scriverne, fino a studiarlo qua a Yale adesso, e niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’Ezechiele, e quei film visti negli anni che ho vissuto a Lucca rimangano stampati nella mente. Ma soprattutto, è stata fondamentale l’esperienza del cinema, e nello specifico del cinema Italia, la visione dei film in una sala buia, le luci che si spengono, l’inizio del film, la pellicola che si sente in sottofondo e che scorre sullo schermo, e prima ancora comprare il biglietto, varcare la soglia, aprire le tende, immergersi nella sala. Siamo l’ultima generazione di cinefili cresciuti a cineforum e 35mm, il fatto che Ezechiele vada avanti mi rincuora che, magari sempre più senza pellicola, i nuovi cinefili possano comunque venir su a cineforum e buoni film. Buon proseguimento Ezechiele nelle vostre nuove sedi, e arrivederci cinema Italia, speriamo non ti trasformino in orribili freddi appartamenti. 


Roma Termini, 7 luglio 2013

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La stazione di Roma Termini è stata ristrutturata in occasione del Giubileo del 2000. Quella della metro inaugurata ad aprile. Fa acqua da tutte le parti (sì, quella roba che esce dalle luci è proprio acqua piovana). Scendo le scale, vado a prendere la metro B, chiedo “la metro funziona o si è già allagata?” Il simpatico impiegato all’ufficio informazioni mi guarda come se fossi pazzo, e indicando il collega risponde “non so, magari la allaga lui che è incontinente”. Grasse risate. Dunque deve averne fatta tanta.


Mission Impossible, ma divertente

Girano il mondo, ma soprattutto occupano le strade della Grande Mela con azioni sorprendenti: sono gli «agenti» di Improv Everywhere. Vedere Youtube per credere

Cosa ci fa una persona vestita da re Luigi Filippo IV davanti al quadro raffigurante il sovrano dipinto da Velasquez e adesso conservato al Metropolitan Museum of Art di New York? E chi erano le circa duecento persone che nel febbra- io 2007 si fermarono tutte, nello stesso momento, immobili, nella grande hall di Grand Central Terminal, la più importante stazione ferroviaria degli Stati Uniti? Sono tutti attori, o meglio «agenti» come si chiamano tra di loro, di Improv Everywhere,un’organizzazione di pazzi visionari creata nel 2001 da Charlie Todd, un ex studente di teatro e inguaribile burlone. Quelle che portano avanti vengono chiamate «missioni», e sono una sorta di via di mezzo tra teatro di strada, flash mob e candid camera, solo che qui le vittime devono necessariamente divertirsi come gli attori, altrimenti il gioco non vale.

In questi dieci anni il gruppo ha messo in scena oltre cento missioni, in gran parte nella Grande Mela. Si tratta delle performance più varie: c’è per esempio il No Pants Day – il prossimo si svolgerà l’8 gennaio e sarà il decimo anniversario dell’iniziativa – il giorno dedicato ad andare senza pantaloni in metropolitana che ormai è un appuntamento annuale, si svolge in più città in giro per il mondo (Italia compresa). O anche, fra le altre «azioni», la finta presentazione di un libro di Anton Cechov con tanto di scrittore russo in carne e ossa, un benvenuto per ignari viaggiatori selezionati a caso all’aeroporto JFK, il riallestimento, con tanto di travestimenti, della famosa scena nella biblioteca del film Ghostbusters e via dicendo.

I video delle missioni sono tutti online sul sito del gruppo (http://improveverywhere.com/): qui si trovano interviste, curiosità oltre all’immancabile merchandising. Improv Everywhere non è soltanto uno dei tanti gruppi che in America fa performance in strada, se non altro per gli incredibili numeri che in questi anni ha raggiunto: il canale Youtube a esso dedicato, per fare solo un esempio, ha qualcosa come 916mila iscritti, con oltre 50 milioni di visualizzazioni, mentre le missioni sono state duplicate in più di 40 paesi. E Improv Everywhere è ormai un vero e proprio network, con ospitate anche in Russia, collaborazioni con il Guggenheim e la possibilità di finanziare Todd e i suoi per mettere in scena queste performance (come nel caso della serie dei Spontaneous Musical). Se in genere per la cultura virtuale si parla di nanostorie, dei famosi warholiani quindici minuti di celebrità, qui siamo insomma ben oltre.

Todd, in molte interviste e in un libro uscito nel 2009, ha sempre negato che ci sia una componente politica in quello che Improv Everywhere realizza, rimarcando invece il carattere ludico: si tenta in qualche modo di spezzare la noia e la monotonia. Ma qualcosa si può leggere fra le righe. Si tratta, infatti, di eventi tesi a riprendersi la città, le strade ormai in mano al capitale e all’ossessione per la sicurezza – e questo è naturalmente vero soprattutto nella New York post 9/11. Vi è un quid politico, inoltre, anche soltanto nel mostrare che è ancora possibile «giocare» in strada, usare il panorama urbano non per vendere o comprare, ma per fare show che sono gratis e per il puro divertimento di casuali spettatori e «agenti» delle missioni. Non solo: molte performance hanno luogo all’interno di centri commerciali o grandi negozi, dove i sottopagati e sfruttati commessi possono divertirsi grazie a queste brevi interruzioni dell’attività lavorativa, mentre i manager impazziscono. Basti vedere il video della mission Best Buy, popolare negozio di elettronica, quando 80 agenti entrarono vestiti esattamente come i commessi (ma senza logo, naturalmente) e il responsabile del negozio chiamò la polizia. Ma questa, una volta giunta sul posto, non poté far altro che constatare che non era illegale vestire pantaloni cachi e maglietta blu.

La studiosa americana Rebecca A. Walker della Louisiana State University ha applicato al gruppo di «agenti» il concetto di deterritorializzazione di Deleuze e Guattari, che «si verifica quando vecchie abitudini sono rotte e nuove abitudini sono formate (…). Nei flash mob – ma funziona anche per le performance di Improv Everywhere -, le norme di comportamen- to del consumismo eccessivo sono deterritorializzate in una nuova forma di espressione», basata appunto sul gioco e la creatività.È qualcosa che il capitalismo non può tollerare: ecco allora che i tutori dell’ordine vengono chiamati per ristabilire le «normali» dinamiche economiche in atto in un negozio, e purtroppo quelli di Improv Everywhere hanno avuto a che fare con i cops anche in casi di semplici questioni legate al suolo pubblico o disturbo della quiete pubblica.

Nonostante gli intoppi «burocratici», il divertimento offerto dalle missioni è notevole: basta prendersi qualche minuto per vedere il video con un gruppo di improbabili atleti di nuoto sincronizzato nella fontana di Washington Square (siamo sempre a New York), o vedere come la semplice giostrina con i cavalli di Briant Park diventi un ippodromo con tanto di finti fantini, speaker emozionati e scommettitori incalliti.Riappropriarsi delle strade, come fanno quelli di Occupy, dire «ci siamo», o cercare di vivere i centri com- merciali in modo diverso, sono in questo occidente capitalistico già ge- sti politici da non sottovalutare, per quanto effimeri. E, in questo caso, so- no anche parecchio esilaranti.

Per Il Manifesto 4 gennaio 2012_Luca Peretti. Foto da qui


Benvenuto a Roma, Italia

Via Nazionale.
Sull’autobus, un 40.
Un impiegato Atac, senza divisa, staziona vicino all’autista, conversando con lo stesso, tenendo aperto il portello che divide lo spazio del guidatore dal resto del bus.
Una signora, mezza età, piacente, con un trolley, attraversa, non sulle strisce, senza guardare, non curante dell’arrivo del grande bus.
Se ne accorge, fa per tornare indietro con aria stralunata.
L’autista ferma il mezzo, e le fa cenno di passare.
Allora l’impiegato Atac, quello senza divisa che staziona vicino all’autista conversando con le stesso tenendo aperto il portello che divide lo spazio del guidatore dal resto del bus, dice a voce alta guardando la signora di mezza età piacente: “Te piace sta’ sotto eh”.


Camminavo per la città e mi sembrava di non esserci mai stato prima, invece ci vivo da anni

In questi giorni ho provato a leggere qua e là qualcosa su The tree of life. Faticosamente, perché probabilmente la cosa migliore sarebbe non parlarne per niente, anche se poi negli anni piano piano molto si dirà su questo film, che piaccia o non piaccia è uno dei più importanti di questo periodo storico. Mi rendo conto che possa appunto anche non piacere, e soprattutto provocare reazioni – di pancia, soprattutto – anche diverse. Io mi sono sentito anche anche un po’ così:

È un film che coglie un po’ di quella polverina di cui è fatta la vita. In genere questo non succede quasi mai, e quando succede, di solito, gli strumenti e i modi che usano gli artisti sono molto diversi. In questo film al contrario si va dritti dove nessuno di noi avrebbe il coraggio di andare, se anche ne avesse la voglia. Si può dirsi imperturbabili, dire di trovare naïf l’approccio, ma sono tutte reazioni sensate solo in senso umano e individuale: cerchi di parare il colpo come puoi. Malick arriva a un risultato noto, e lo fa per una strada fatta di immagini che lì non dovrebbero portare, ché i documentari li abbiamo visti tutti tante volte nella vita. Invece si esce pieni di roba ingombrante, turbati, come se qualcuno ci avesse trascinati a forza in un posto dove c’è troppo e troppo poco insieme. Si gira per la città, tornando verso casa, ripensando alle estati di quando si diventava persone, ai migliori amici inseparabili, all’essere figli grandi o piccoli. E si è pieni di gioia, paura, malinconia, come quando da bambini si piangeva di pianto, senza sapere perché.


L’hanno ammazzato

il primo aprile del 2009 fu ucciso Ian Tomlinson, un edicolante inglese che ebbe la sfortuna di passare vicino alle manifestazioni contro il G20 di Londra e la polizia che tentava di reprimerle. Ero pochi metri più in là, e mi ricordo il clima di quel giorno, l’assurdo sistema adottato dalle forse dell’ordine per controllare la manifestazione, il nervosismo, lo shock che venne dopo, specie in un paese non certo abituato a manifestazioni violente di piazza. Dopo due anni, racconta Il Post, è stato stabilito anche da un punto di vista legale che quello di Tomlison fu omicidio. Pagherà probabilmente un poliziotto di nome Simon Harwood, l’agente che ha fisicamente spinto l’uomo, ma la colpa è solo parzialmente sua, quanto di chi stava ai piani alti e organizzò e gestì la piazza in quel modo, portando gli stessi poliziotti a esasperarsi e innervosirsi più del dovuto. Almeno è stato accertato che non fu infarto, come goffamente venne fatto credere in un primo momento.