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“Anarchici, mafiosi, lunatici”. Quando gli invasori eravamo noi

Lo scorso aprile Gianni Morandi ha pubblicato una foto su Facebook (dove è attivissimo con quasi due milioni di like e post quotidiani) che proponeva un confronto tra gli immigrati di oggi e l’emigrazione italiana del secolo scorso. Era accompagnata da un messaggio semplice, quasi banale e venato di populismo, diceva più o meno “a proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria […] Non è passato poi così tanto tempo…”. È stato subissato dai commenti, soprattutto dalle offese e dagli improperi razzisti. E se alla maggior parte si fa fatica a trovare un filo logico, tanta la stupidità e la più becera xenofobia, c’è un argomento che ricorre in molti di questi commenti e in generale quando viene affrontato questo discorso: noi (nel senso gli italiani) eravamo immigrati regolari, era tutto legale, andavamo a lavorare, non oziare e chiedere alberghi a cinque stelle o peggio a delinquere, e trovavamo in genere gente pronta ad accoglierci perché siamo buoni lavoratori. Vale la pena provare ad affrontare questi stereotipi il più possibile in modo razionale, e fare un salto nel tempo, riandare a vedere qualcuna delle storie, così simili malgrado i contesti diversissimi, dell’emigrazione italiana, soprattutto in America. Che si, le condizioni sono diverse, in tempi relativamente recenti non si è mai vista una situazione così esplosiva e instabile in Medio Oriente e Africa, ma i flussi migratori sono parte della storia dell’uomo . La manodopera (a basso costo, spesso bassissimo, talvolta praticamente nullo) va dove serve, che sia per costruire, per assistere gli anziani, o, come un secolo e passa fa, per lavorare nei campi di cotone. “Diversamente da quanto si pensa – scrive uno degli specialisti dell’emigrazione italiana, Emilio Franzina, nel libro Traversate (2003) – le migrazioni non costituiscono, nella storia del mondo, l’equivalente di una specie di ictus demografico destinato a manifestarsi solo di tanto in tanto”. Non sono, cioè, una manifestazione straordinaria.

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In marcia per Sacco & Vanzetti

1927-2015. Anche quest’anno Boston ha ricordato i due anarchici uccisi sulla sedia elettrica, tracciando un parallelo tra gli italiani di allora e gli immigrati di oggi. Perché la loro vicenda racchiude più lotte

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Il 23 ago­sto del 1927 Sacco e Van­zetti furono uccisi sulla sedia elet­trica nella pri­gione di un sob­borgo di Boston. Da dieci anni, anche in que­sta grande città ame­ri­cana del nord est, si tiene una mani­fe­sta­zione che li ricorda e com­me­mora. «Di solito siamo di più – rac­conta Ser­gio Reyes, uno degli orga­niz­za­tori della gior­nata – pro­ba­bil­mente è il tempo». Il 23 ago­sto del 2015, dome­nica scorsa, si pre­senta infatti con una piog­ge­rel­lina fitta e una neb­bia bassa, deci­sa­mente non un invito a scen­dere in piazza.

Il con­cen­tra­mento della mani­fe­sta­zione è pro­prio nel cen­tro della città, in quel Boston Com­mon che è un grande parco pieno di sto­ria, da accam­pa­mento dei sol­dati inglesi prima della rivo­lu­zione fino alle pro­te­ste con­tro la guerra in Viet­nam degli anni Ses­santa, e dove si radunò anche la folla che in quell’agosto del 1927 tentò di farsi sen­tire una volta di più con­tro la con­danna. Da qui par­tono anche i tour della città con­dotti da per­so­nale vestito come ai tempi della rivo­lu­zione, che per tutta la gior­nata fanno un po’ da con­tral­tare alla mar­cia di anar­chici e mili­tanti di varie sigle che pro­pon­gono una sto­ria non neces­sa­ria­mente “uffi­cia­liz­zata” dalle istituzioni.

La mani­fe­sta­zione infatti, orga­niz­zata oltre che dalla Sacco and Van­zetti Com­me­mo­ra­tion Society anche da altri gruppi come Black Rose, Encuentro5 e gli Indu­strial Wor­kers of the World (i glo­riosi Wob­blies), si snoda per le vie del cen­tro attra­ver­sando le strade della rivo­lu­zione fino a con­clu­dersi nel cuore del North End, la zona italo-americana della città, sotto gli occhi con­fusi dei turi­sti e quelli scon­cer­tati di qual­che ben­pen­sante dal por­ta­fo­glio pieno (que­sta è una delle zone più ric­che del paese).

 

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«Gli ita­liani di ieri – dice Reyes dal micro­fono davanti alla pic­cola folla che si è radu­nata – sono i lati­nos di oggi. Ecco per­ché anche se molti di noi non sono ita­liani o anar­chici, è impor­tante essere qui». Ed ecco per­ché il legame tra immi­gra­zione di oggi e di allora deve essere così forte, anche gra­zie alla pre­senza, per la prima volta quest’anno, della Boston Banda de Paz El Sal­va­dor, una vivace ensem­ble di immi­grati che accom­pa­gna il cor­teo. «Quest’anno è il decimo anno – rac­conta sem­pre Reyes –. È comin­ciata come ini­zia­tiva dei Young Anar­chist, che sin dall’inizio hanno lavo­rato con i movi­menti che si bat­tono per i diritti dei lavo­ra­tori e dei migranti, in par­ti­co­lare della May day coa­li­tion. Il primo anno il cor­teo, com­po­sto da circa 2000 per­sone, è andato fino al cimi­tero di Forest Hill, dove Sacco e Van­zetti furono cre­mati. Poi l’anno dopo, nel 2007 per l’ottantesimo anni­ver­sa­rio, siamo diven­tati una society, e da allora il cor­teo si tiene ogni anno intorno a que­sta data».

Quello di Sacco e Van­zetti è un caso emble­ma­tico, anche se all’epoca non man­ca­rono molti altri casi di ucci­sioni di comu­ni­sti e anar­chici ita­liani (come lo stesso Andrea Sal­sedo, amico dei due, “sui­ci­dato” dall’Fbi nel 1920), che qui anar­chici hanno comin­ciato a volare dalle fine­stre ben prima di Pinelli.

Gli ita­liani, spe­cie i meri­dio­nali, furono anche lin­ciati al pari dei neri fino a pochi anni prima, come ha rac­con­tato Enrico Dea­glio nel suo recente libro Sto­ria vera e ter­ri­bile tra Sici­lia e Ame­rica, e una delle chiavi di let­tura della vicenda dei due anar­chici uccisi a Boston è pro­prio quella di vederla come una sorta di lin­ciag­gio isti­tu­zio­na­liz­zato, in un’epoca in cui gli Stati Uniti sta­vano final­mente comin­ciando a pren­dere coscienza di que­sta pra­tica bru­tale e fino ad allora ampia­mente tol­le­IMG_3189rata dalle autorità.

Ma quello di Sacco e Van­zetti è diven­tato un caso emble­ma­tico non solo per il cla­more media­tico che suscitò allora e nei decenni a seguire, ma anche per­ché con­ti­nua a inter­cet­tare una serie di tema­ti­che asso­lu­ta­mente pre­senti nella società ame­ri­cana e no. «È una vicenda che rac­chiude una serie di lotte – con­ti­nua Reyes – dalle lotte per i diritti degli immi­grati, quanto mai attuali oggi negli Stati Uniti, a quelle con­tro la pena di morte (viene infatti ricor­dato dal palco che il Con­nec­ti­cut ha recen­te­mente dichia­rato inco­sti­tu­zio­nale que­sta pra­tica), fino a quella con­tro gli abusi degli appa­rati gover­na­tivi. Da sem­pre la mar­cia ha que­ste caratteristiche».

Reyes rac­conta come dieci anni fa la mani­fe­sta­zione partì dal North End, pro­prio dalla strada dove si tro­vava l’impresa di pompe fune­bri che si occupò delle salme dei due e dove aveva sede il Sacco-Vanzetti Defense Com­mit­tee «e pro­prio lì, dove si tro­vava il comi­tato, di recente abbiamo fatto met­tere una targa».
Come molte Lit­tle Italy degli Stati Uniti anche que­sta è soprat­tutto una zona turi­stica dove si met­tono in mostra (e soprat­tutto in ven­dita) scam­poli di iden­tità ita­liana. Una volta era molto diverso: «Sacco e Van­zetti veni­vano qui, ave­vano amici e com­pa­gni». Oggi invece le comu­nità italo-americane sono lar­ga­mente con­ser­va­trici e poco inte­res­sate all’eredità dei mili­tanti anar­chici e comu­ni­sti dell’epoca: «Alcuni anni fa siamo riu­sciti a orga­niz­zare una lezione di Howard Zinn su Sacco e Van­zetti insiePer Sacco e Vanzetti 27 agosto 2015me alla Dante Ali­ghieri Society, ma per il resto non c’è molto inte­resse da parte della comu­nità italo-americana».

Il quar­tiere, pro­prio in que­sti giorni, pre­para le varie feste dei santi che si ten­gono in que­sto periodo, dove abbon­dano cibo fritto e ita­lia­nità ven­duta un tot al chilo. Sui muri, tar­ghe ricor­dano poli­ziotti italo-americani e mem­bri di que­sta o quell’istituzione gover­na­tiva, oltre ai caduti per le guerre della nuova patria. Una grande sta­tua della glo­ria locale, il pugile Tony Demarco (ancora vivo e vegeto), cam­peg­gia all’ingresso del North End. «Il nostro obiet­tivo – con­clude Reyes – sarebbe pro­prio quello di fare un monu­mento a Sacco e Van­zetti, qui nel quartiere».
Uscito su Il Manifesto del 26 agosto 2015.


“A more perfect union?” – Usa, aiuti federali, e quell’unione europea potenziale, un articolo per Gli Stati Generali

Subito dopo i risultati del referendum greco dello scorso 5 luglio è uscito un articolo sul Washington Post scritto da Jared Bernstein (ex capo economista del vice-presidente Joe Biden e senior fellow di un think tank progressista come il Center on Budget and Policy Priorities):  “[In Grecia] ci sono in ballo fattori politici strutturali, che sono endemici al fatto che un’unione monetaria non è un’unione politica, né un’unione fiscale, né una bancaria. Come mi ha detto un economista tedesco: ‘Pensi che alla gente di Manhattan piacerebbe bailing out (salvare) il Texas?’”. Gli fa eco, in un dibattito piuttosto liberal, Paul Krugman, l’economista Premio Nobel e commentatore sul New York Times, attivissimo nei giorni della crisi greca: “Ahem. Difatti la gente di Manhattan did bail out (ha salvato) il Texas”. È successo, continua Krugman, negli anni Ottanta e Novanta, ai tempi della cosiddetta savings and loan crisis. Ma la situazione non è molto diversa oggi, e soprattutto il sistema è simile: nessuno, va avanti lo studioso, ha mai chiesto ai cittadini di Manhattan se volessero salvare il Texas o meno, c’è un sistema che funziona in proposito, e quindi succede automaticamente. Per Krugman, questo è un paragone che funziona più di quello Grecia-Porto Rico che è stato sbandierato a destra e a manca, anche sui giornali italiani. Tra i motivi, proprio il fatto che Porto Rico – malgrado tecnicamente non sia (ancora) uno stato americano ma un territorio – appartenga ad un’unione monetaria ed in particolare il fatto che “le banche di Porto Rico siano al sicuro in un safety net (rete di sicurezza/protettiva) nazionale”. Ci sono infatti negli Stati Uniti una serie di meccanismi di aiuto da parte del governo federale agli stati più bisognosi. Oggi New Mexico, Mississippi, Kentucky, Alabama, sono alcuni degli stati che ricevono i più ingenti aiuti federali in forme dirette o indirette. Continua su Gli Stati Generali

 


“It’s intense man”, qualche nota su American Sniper

Domenica notte si assegnano gli Oscar. Quelle che seguono sono alcune note (pensate per chi ha visto il film), di certo non una recensione, su American Sniper, uno dei film più controversi e belli che concorrono per il miglior film.

Spunti su American Sniper [Attenzione SPOILER]:

1.     È un film che ipotizza che un barbecue in Texas possa essere peggio della guerra in Iraq

2.     È un film su un mito, un eroe, un po’ come un film su Che Guevara, Gramsci, o Fred Hampton. Solo che è un eroe della destra, e dal punto di vista della costruzione di un tale immaginario eroico che va considerato.

3.     Si può continuare a scrivere di film senza pensare che uno spettatore alla fine del film possa andare a casa e digitare Chris Kyle (il protagonista di American Sniper) su Google?

4.     Il cinema non ha più nulla da dire, dicono alcuni. I film dicono altro, e quest’anno passato, magari un anno gramo, ce lo hanno dimostrato almeno in quattro: Godard col suo 3D che sia finalmente un 3D, quindi con una radicale presa di coscienza che lo spazio cinematografico può essere completamente ripensato, Birdman e Boyhood con il loro sovvertimento del tempo cinematografico. E poi c’è Eastwood, che reinventa il cinema politico.

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Pasolini a Yale

Sto organizzando insieme a Karen Raizen una serie di eventi su Pasolini qua a Yale . L’evento principale è una conferenza che si terrà il 6/7 marzo, ma prima ci sono workshops, lezioni e una retrospettiva. Qui più informazioni, mentre questo qui sotto è il poster della serie.

Pasolini series


La cultura dello stupro nei campus americani

La scena è di qualche settimana fa. L’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Jimmy Carter, è seduto vicino a Peter Salovey, presidente dell’università di Yale, e poco più in là siede un altro ex presidente, il messicano Ernesto Zedillo, adesso capo del “Center for the Study of Globalization” della stessa università. Carter ha finito da poco la sua prolusione sui diritti delle donne, di fronte a una platea di più di 2500 persone, soprattutto studenti. C’è tempo per alcune domande, anche su altri temi, ma è chiaro che quello è l’argomento di cui vuole parlare l’ex presidente, quello che gli sta a cuore e su cui ha da poco scritto un libro. Parla dei problemi costanti nei campus americani, anche (e forse soprattutto) quelli delle università più prestigiose, con le violenze sessuali e in generale con la cultura maschilista. Si capisce che non vuole sferrare un attacco diretto all’università che lo ospita, ci gira un po’ intorno finché Salovey non prova una difesa preventiva e un po’ goffa delle politiche di Yale sull’argomento. “Ma in realtà – incalza Carter – ho letto un articolo sull’Huffington Post mentre venivo che diceva che Yale ha avuto, negli anni passati, sei studenti, maschi, che sono stati riconosciuti o hanno ammesso di aver compiuto violenze sessuali che non sono stati espulsi”.

L’imbarazzo è inferiore solo allo scrosciante applauso che segue. Solo un mese prima di questa scena un articolo sul New York Times aveva reso noto caso di molestie e discriminazioni sul lavoro perpetrate dall’ex capo di cardiologia della School of Medicine di Yale – uno dei centri di ricerca medica più importanti del paese. È la storia delle pesanti avance di un uomo potente verso una giovane ricercatrice italiana (per questo la storia ha avuto qualche risonanza anche in Italia) e di come i suoi rifiuti abbiano portato a discriminazioni lavorative nei confronti dell’allora fidanzato, ora marito, anch’egli alla School of Medicine. Non si tratta di problemi solo di Yale: una buona maggioranza delle università americane, specie quelle più prestigiose (cui in Italia guardiamo come modelli senza spesso aver idea di cosa parliamo), sono ancora controllate da uomini bianchi, spesso in là con l’età. E sono anche luoghi in cui stupri e molestie – o presunti tali, ci arriviamo – sono quanto meno possibili, se non diffusi.

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Il mio amico D. e il calcio australiano

Il mio amico D. è una persona seria. È australiano, ma piuttosto europeo nei modi e nelle lingue che parla, soprattutto francese e tedesco. Ama tre cose, soprattutto: il cinema, che gli dà da vivere, che lo fa andare dall’altra parte del mondo a seguire qualche festival, o leggere oscure riviste di cinema pubblicate in Francia negli anni sessanta; la politica, che voi non lo sapete, perché non avete visto un capolavoro come Figli della rivoluzione, ma in Australia è pieno di comunisti; e il football. Il football, per lui sarebbe quello che qua, nel posto dove sia io sia il mio amico D. viviamo, chiamano soccer, ma noi no, ci ostiniamo. D. per anni si è svegliato ad orari improbabili, che l’Australia è un posto lontano e strano, per vedersi le partite di calcio. «Le partite più importanti, o almeno gli highlight, venivano trasmessi da SBS, un canale creato negli anni ’80 per le minoranze etniche… continua su Crampi Sportivi 

Scritto con l’amichevole partecipazione di Daniel Fairfax