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Consigli per (non) diventare giornalisti

Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, ha risposto ad una domanda sul diventare giornalisti. Leggendolo mi sono venuti in mente i miei tre consigli. Da una prospettiva molto meno autorevole, si capisce:

1) chiediti mille volte, ma pure diecimila, se quello che vuoi scrivere può davvero essere interessante per le altre persone. Escluse mamma, zia, e parenti vari.

2) trovati un lavoro vero che ti lasci un po’ di tempo libero, e scrivi nel tempo libero.

3) apri un blog.

Riguardo a quello che dice De Mauro, non credo l’inglese sia sufficiente – anzi, rispecchia un certo modo anglocentrico di vedere il mondo che sta lentamente diventando desueto, o solo molto parzialmente adatto a leggere il ventunesimo secolo. Consiglierei di aggiungere un’altra lingua che possa aiutare a coprire un eventuale ambito di competenza, magari specifico. Cinese o arabo vi saranno sicuramente utili, francese e spagnolo lo sono sempre.

Tra le cose da leggere, consiglierei anche un buon manuale di grammatica italiana o affini. Capita a tutti di sbagliare, ma ci sono cose su cui sarebbe bene non transigere. Pò, per esempio, è sbagliato, ed è ormai purtroppo diventato la norma in diversi giornali e simili – come gazzetta.it, tra gli altri.

Ha ragione: scrivere, certo, e parlare anche. Fare amicizia con cani e porci, online e offline, perché sapere cosa hanno da dire gli altri è fondamentale.

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Mission Impossible, ma divertente

Girano il mondo, ma soprattutto occupano le strade della Grande Mela con azioni sorprendenti: sono gli «agenti» di Improv Everywhere. Vedere Youtube per credere

Cosa ci fa una persona vestita da re Luigi Filippo IV davanti al quadro raffigurante il sovrano dipinto da Velasquez e adesso conservato al Metropolitan Museum of Art di New York? E chi erano le circa duecento persone che nel febbra- io 2007 si fermarono tutte, nello stesso momento, immobili, nella grande hall di Grand Central Terminal, la più importante stazione ferroviaria degli Stati Uniti? Sono tutti attori, o meglio «agenti» come si chiamano tra di loro, di Improv Everywhere,un’organizzazione di pazzi visionari creata nel 2001 da Charlie Todd, un ex studente di teatro e inguaribile burlone. Quelle che portano avanti vengono chiamate «missioni», e sono una sorta di via di mezzo tra teatro di strada, flash mob e candid camera, solo che qui le vittime devono necessariamente divertirsi come gli attori, altrimenti il gioco non vale.

In questi dieci anni il gruppo ha messo in scena oltre cento missioni, in gran parte nella Grande Mela. Si tratta delle performance più varie: c’è per esempio il No Pants Day – il prossimo si svolgerà l’8 gennaio e sarà il decimo anniversario dell’iniziativa – il giorno dedicato ad andare senza pantaloni in metropolitana che ormai è un appuntamento annuale, si svolge in più città in giro per il mondo (Italia compresa). O anche, fra le altre «azioni», la finta presentazione di un libro di Anton Cechov con tanto di scrittore russo in carne e ossa, un benvenuto per ignari viaggiatori selezionati a caso all’aeroporto JFK, il riallestimento, con tanto di travestimenti, della famosa scena nella biblioteca del film Ghostbusters e via dicendo.

I video delle missioni sono tutti online sul sito del gruppo (http://improveverywhere.com/): qui si trovano interviste, curiosità oltre all’immancabile merchandising. Improv Everywhere non è soltanto uno dei tanti gruppi che in America fa performance in strada, se non altro per gli incredibili numeri che in questi anni ha raggiunto: il canale Youtube a esso dedicato, per fare solo un esempio, ha qualcosa come 916mila iscritti, con oltre 50 milioni di visualizzazioni, mentre le missioni sono state duplicate in più di 40 paesi. E Improv Everywhere è ormai un vero e proprio network, con ospitate anche in Russia, collaborazioni con il Guggenheim e la possibilità di finanziare Todd e i suoi per mettere in scena queste performance (come nel caso della serie dei Spontaneous Musical). Se in genere per la cultura virtuale si parla di nanostorie, dei famosi warholiani quindici minuti di celebrità, qui siamo insomma ben oltre.

Todd, in molte interviste e in un libro uscito nel 2009, ha sempre negato che ci sia una componente politica in quello che Improv Everywhere realizza, rimarcando invece il carattere ludico: si tenta in qualche modo di spezzare la noia e la monotonia. Ma qualcosa si può leggere fra le righe. Si tratta, infatti, di eventi tesi a riprendersi la città, le strade ormai in mano al capitale e all’ossessione per la sicurezza – e questo è naturalmente vero soprattutto nella New York post 9/11. Vi è un quid politico, inoltre, anche soltanto nel mostrare che è ancora possibile «giocare» in strada, usare il panorama urbano non per vendere o comprare, ma per fare show che sono gratis e per il puro divertimento di casuali spettatori e «agenti» delle missioni. Non solo: molte performance hanno luogo all’interno di centri commerciali o grandi negozi, dove i sottopagati e sfruttati commessi possono divertirsi grazie a queste brevi interruzioni dell’attività lavorativa, mentre i manager impazziscono. Basti vedere il video della mission Best Buy, popolare negozio di elettronica, quando 80 agenti entrarono vestiti esattamente come i commessi (ma senza logo, naturalmente) e il responsabile del negozio chiamò la polizia. Ma questa, una volta giunta sul posto, non poté far altro che constatare che non era illegale vestire pantaloni cachi e maglietta blu.

La studiosa americana Rebecca A. Walker della Louisiana State University ha applicato al gruppo di «agenti» il concetto di deterritorializzazione di Deleuze e Guattari, che «si verifica quando vecchie abitudini sono rotte e nuove abitudini sono formate (…). Nei flash mob – ma funziona anche per le performance di Improv Everywhere -, le norme di comportamen- to del consumismo eccessivo sono deterritorializzate in una nuova forma di espressione», basata appunto sul gioco e la creatività.È qualcosa che il capitalismo non può tollerare: ecco allora che i tutori dell’ordine vengono chiamati per ristabilire le «normali» dinamiche economiche in atto in un negozio, e purtroppo quelli di Improv Everywhere hanno avuto a che fare con i cops anche in casi di semplici questioni legate al suolo pubblico o disturbo della quiete pubblica.

Nonostante gli intoppi «burocratici», il divertimento offerto dalle missioni è notevole: basta prendersi qualche minuto per vedere il video con un gruppo di improbabili atleti di nuoto sincronizzato nella fontana di Washington Square (siamo sempre a New York), o vedere come la semplice giostrina con i cavalli di Briant Park diventi un ippodromo con tanto di finti fantini, speaker emozionati e scommettitori incalliti.Riappropriarsi delle strade, come fanno quelli di Occupy, dire «ci siamo», o cercare di vivere i centri com- merciali in modo diverso, sono in questo occidente capitalistico già ge- sti politici da non sottovalutare, per quanto effimeri. E, in questo caso, so- no anche parecchio esilaranti.

Per Il Manifesto 4 gennaio 2012_Luca Peretti. Foto da qui


Wyget

Vi segnalo Wyget, un portale creato dal mio amico Luca. Qui l’evento Facebook, e qui il video che lo sponsorizza. Ecco di che si tratta

WyGet.com é una nuova idea di community nata dalla fantasia di due studenti dell’Universitá di Cambridge e lanciata in questi giorni tramite Facebook.
In pratica:
Che cosa é WyGet: WyGet é una piattaforma per dare risonanza ai desideri degli utenti.
Che cosa non é WyGet: WyGet non é un’operazione commerciale, bensí un tentativo di far sí che sia la domanda ad informare l’offerta.
Come funziona: Ci si registra, si propone un desiderio e si vota uno dei desideri proposti dagli utenti. Ogni settimana il desiderio votato viene archiviato e reso accessibile a tutti, affinché le aziende interessate possano “esaudirlo”. Il ciclo ricomincia, con un nuovo desiderio da votare, scelto fra quelli inviati dagli utenti.
Qual’é la sua forza: E’ un tentativo dal basso di unire le forze per far conciliare l’esigenza di profitto delle aziende con il desiderio di prodotti o cambiamenti veramente utili alla collettivitá. Serve solo un piccolissimo impegno da parte di ciascuno per poter rompere la perversione del bisogno indotto.


Quora: il nuovo social network che risponde a tutte le domande

È la novità del momento, anche se è nato qualche mese fa. È Quora, il nuovo social network di Adam D’Angelo e Charlie Cheever, due ex pezzi grossi di Facebook. Ha debuttato online a giugno 2009, ma solo un anno dopo è diventato disponibile al pubblico, anche se per ora solo su invito… continua su Lettera43


Wireless in biblioteca

L’altro giorno in un’importante biblioteca romana stavo facendo la tessera, nuovo strumento appena introdotto che per ora rende solo tutto più complicato ma che a lungo andare dovrebbe semplificare e non poco le procedure. Allora, mentre il bibliotecario mi fa la foto da inserire sul tesserino, penso che magari visto il timido tentativo di modernizzare forse presto metteranno anche internet. Allora provo a chiederglielo. Superate le consuete difficoltà con la parola wireless, una volta capito di cosa si parla mi risponde sicuro «no no certo che no», e da dietro la collega rincara «una volta c’era internet qui in biblioteca, ma ti ricordi cosa ci facevano!?! Abbiamo dovuto toglierlo». L’avanzare della modernità impedito dai bacchettoni.


Ora Facebook ti dice dove sei e dove vai…

Foursquare e Gowalla già esistono, poteva Facebook essere da meno? Certo che no. E allora ecco Places, il servizio del principe dei Social Network basato sulla geolocalizzazione. Di cosa si tratta? Praticamente è un’applicazione che permette di fare un «check-in» annotando la propria presenza in un dato luogo, e si può così scoprire se qualche amico è nelle vicinanze o ci è stato in passato, oltre a conoscere nuove persone che sono in zona. Con questo nuovo servizio Facebook si impone sempre più come un un social network «onnicomprensivo». Ma aumenta il rapporto tra reale e virtuale, alla faccia di chi sostiene che la rete sia un mondo a parte che non interagisce con la realtà. Facebook entra a gamba tesa in un settore dove è leader Foursquare, il social gaming creato da Dennis Crowley. Sembra che l’azienda di Mark Zuckerberg abbia provato a comprarlo per 120 milioni di dollari, ma questi abbia rifiutato l’offerta, guadagnando così un concorrente sicuramente più attrezzato sotto ogni punto di vista, a partire dai 500 milioni di utenti che lo popolano. Il lancio del nuovo servizio ha scatenato le solite polemiche sulla questione privacy, che accompagnano praticamente ogni novità di Facebook. E non sono bastate le cautele che emergono leggendo il testo del post pubblicato da Michael Sharon, il manager dell’azienda per Places, dove analizza e indica le opzioni di controllo e sicurezza che si possono adottare. Non manca naturalmente il risvolto commerciale: Facebook attira con questo servizio nuovi inserzionisti pubblicitari, come negozi e piccole attività. Si dirà che questa applicazione non farà che aumentare l’invasività e la pervasività dei social network nella nostra vita quotidiana. Vero, ma, non si è obbligati ad utilizzarla. E poi è ancora un’applicazione di nicchia, diffusa per il momento solo negli Stati uniti e a uso e consumo dei possessori di smartphone – relativamente pochi in Italia. Ma le possibilità di diffusione sono molto alte, ed è sicuramente un servizio che se attecchirà potrà cambiare le abitudini sociali di chi lo usa.

per il manifesto, 20/08/2010


Linux, sistema libero e gratuito «salva» bilancio

Stefano Giuntini ci accoglie negli uffici in allestimento nel centro storico. La redazione è ancora spoglia, ma campeggia ben in vista sul muro la scritta loschermo.it con il logo del giornale. Recentemente il nome di questa piccola testata online della provincia di Lucca è balzato agli onori della cronaca per aver preso una decisione tanto semplice quanto importante. Loshermo.it ha infatti deciso di installare sui computer della redazione il sistema operativo Linux, che è libero e soprattutto assolutamente gratuito, al contrario del più utilizzato Windows. Si tratta di un piccolo record, perché nella redazione di un quotidiano debitamente registrato, non era mai successo. «Adesso siamo una cooperativa, proprio come il manifesto! – racconta orgoglioso Giuntini – Siamo nati tre anni fa, tutti volontari naturalmente, adesso piano piano con la pubblicità riusciamo a rientrare con le spese e ad assicurarci. Complessivamente siamo circa 25 persone, tra fotografi, collaboratori, videoperatori, ma le richieste non mancano, mi arrivano spesso curriculum».
Impresa in equilibrio, con molta attenzione agli investimenti, perché mantenere aperta un’azienda editoriale, sia cartacea che virtuale su web, è operazione della massima delicatezza. Su internet sono ormai decine i giornali locali che spesso, come loschermo.it, sono stati creati direttamente su internet. Ma se nascere è facile ed economico (basta registrare un dominio o iscriversi ad una piattaforma blog e avere un po’ di tempo libero) crescere è più difficile. Passare da una dimensione di volontariato a vere e proprie imprese editoriali in Italia è riuscito a pochi: quotidiani affermati e con redazioni pagate come Varesenews, Tusciaweb o GoMarche sono ancora rarità.
Per provare ad abbattere i costi loschermo ha quindi scelto Linux. Ma non è solo una scelta economica, ma anche di campo, ideologica, una scelta che potrebbero e dovrebbero fare anche le pubbliche amministrazioni, come è accaduto nella Provincia di Bolzano dove la decisione di utilizzare Linux ha abbattuto i costi di software e manutenzione di circa un milione di euro all’anno. «Ci è sembrata una scelta scontata, facile: ci siamo chiesti, perché pagare? E no, non ci sono ragioni» sostiene Giuntini. Serve anche questo per provare a fare il salto, nel giornalismo online, per passare, come ha appena fatto loschermo, da una redazione virtuale, moderata da un forum, ad un fisica, in una palazzo molto bello non lontano dalla stazione, dentro le mura di Lucca. Poi serve la qualità certo, arrivare primi sulle notizie, e nella piazza lucchese recentemente non sono mancate le notizie di «rilevanza nazionale»: l’alluvione di Natale, l’esplosione di Viareggio, la questione del Kebab.

per Il Manifesto