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Un nuovo vello d’oro, “Petrolio”

Il 6 e 7 marzo si è tenuta all’università di Yale la con­fe­renza «The Legacy of Pier Paolo Paso­lini», che ho organizzato insieme a Karen Raizen per il qua­ran­ten­nale della morte di Paso­lini. All’evento hanno par­te­ci­pato stu­diosi, soprat­tutto gio­vani, euro­pei e ame­ri­cani, man­te­nendo un approc­cio for­te­mente inter­di­sci­pli­nare e non agio­gra­fico, volto soprat­tutto a recu­pe­rare il Paso­lini meno stu­diato e a pro­ble­ma­tiz­zarlo all’interno dei pro­cessi cul­tu­rali ita­liani di allora e di oggi (qui per mag­giori infor­ma­zioni). Quello che riporto qui sotto è parte del key­note speech di Karen Pin­kus, pro­fes­so­ressa a Cor­nell Uni­ver­sity e autrice di diversi testi sulla cul­tura ita­liana e non solo, e in pas­sato anche col­la­bo­ra­trice del manifesto. L’articolo è appunto uscito su Alias/Il Manifesto il 14 marzo, da me tradotto. In fondo il pdf. 

ppp_NYDa quando, nel 2000, il ter­mine antro­po­cene è stato uffi­cial­mente intro­dotto dal fisico Paul Cru­tzen per descri­vere la nostra nuova epoca geo­lo­gica, come sot­to­ca­te­go­ria dell’olocene e del qua­ter­na­rio, è diven­tato moneta sonante per gli studi uma­ni­stici, forse usato anche per riven­dere vec­chie idee incar­tate in carta nuova, ma anche per pro­vare a pen­sare ad una sto­ria al di là della nostra com­pren­sione, per nego­ziare – in qual­che modo lon­ta­na­mente – con il potere umano di inter­ve­nire nel tempo geo­lo­gico.

Negli ultimi tempi sono apparsi, anche in Ita­lia, diversi lavori di un nuovo genere che potremmo chia­mare «nar­ra­tiva sul cam­bia­mento cli­ma­tico». La mag­gior parte di que­sti testi usano tec­ni­che lin­gui­sti­che e nar­ra­tive con­ven­zio­nale, anche quando sono ambien­tate in un futuro disto­pico. Paso­lini anti­cipa pro­fon­da­mente l’antropocene nel suo lavoro non finito Petro­lio, che deriva il titolo pre­ci­sa­mente da uno dei due prin­ci­pali com­bu­sti­bili fos­sili.

Paso­lini per l’antropocene dun­que: avant la let­tre – dato che l’idea di cam­bia­mento cli­ma­tico non era in cir­co­la­zione quarant’anni fa – assu­mendo, come voglio fare, che vada fatta una chiara distin­zione tra le par­ti­co­la­rità della velo­cità in cui si stanno con­cen­trando i gas serra e le que­stioni più gene­rali sulla degra­da­zione ambien­tale che, per quanto pos­sano essere mal­va­gie, man­cano di quell’insondabile tem­po­ra­lità e glo­ba­lità con cui abbiamo a che fare adesso.

Paso­lini per l’antropocene, mal­gré lui, date le sue cri­ti­che al con­for­mi­smo delle mode – acca­de­mi­che e non; e con l’idea che un certo tipo di eco­lo­gi­smo possa essere sog­getto a falsa tol­le­ranza o reso sino­nimo di «vita» (si pensi alla sua abiura pub­bli­cata alcuni mesi prima della morte), Paso­lini per l’antropocene nella misura in cui include e disfa le pro­prie limi­ta­zioni nar­ra­tive. Rife­ri­menti mito­lo­gici e nar­ra­zioni rea­li­ste si mesco­lano flui­da­mente nelle note sugli argo­nauti del Petro­lio di Paso­lini. La nota 54 si inti­tola infatti «Il viag­gio reale nel Medio Oriente» e rac­conta i det­ta­gli degli inve­sti­menti fal­liti in Marocco di una delle sus­si­dia­rie dell’Eni. La prosa è un mix di poe­ti­che orfi­che, sogni, descri­zioni erotiche-esotiche del deserto, e lin­guag­gio buro­cra­tico. Sarebbe impos­si­bile pro­vare a sepa­rare que­sti diversi tipi di regi­stri: vanno visti tutti insieme per­ché la ricerca del petro­lio, nell’opera di Paso­lini, è tanto poe­tica quanto è geo­fi­sica o geo­po­li­tica. Nelle note sugli argo­nauti di Petro­lio alcuni pas­saggi, corti e fram­men­tati, del testo ita­liano sono seguiti da paren­tesi che con­ten­gono le parole: «testo greco». Paso­lini avrebbe cer­ta­mente potuto scri­vere egli stesso del testo in greco, se non da solo con l’aiuto di qual­che amico clas­si­ci­sta. Ma è pre­ci­sa­mente per­ché il testo non è (ancora) leg­gi­bile, che è real­mente sim­bo­lico del suo intero lavoro. Come quando scrive, «La mia deci­sione: che è quella non di scri­vere una sto­ria, ma di costruire una forma (…) forma con­si­stente sem­pli­ce­mente in ‘qual­cosa di scritto’. Non nego che cer­ta­mente la cosa migliore sarebbe stata inven­tare addi­rit­tura un alfa­beto, magari di carat­tere ideo­gra­fico e gero­gli­fico, e stam­pare l’intero libro così» (appunto 37). La lin­gua, illeg­gi­bile a tutti a parte che al suo autore, avrebbe appros­si­mato il più rigo­ro­sa­mente ad una forma senza con­te­nuto, ma, come egli stesso spiega, il suo carat­tere (o potremmo dire il suo uma­ni­smo) l’ha costretto ad evi­tare tali misure estreme.

Tut­ta­via Petro­lio, con le note in greco che appa­iono come una pre­senza, deve per ora rima­nere una forma di discorso. Come l’autore lamenta, non è nep­pure un oggetto di tran­si­zione. Il deserto siriano e le col­line libi­che sem­brano l’Italia cen­trale (nean­che Napoli o la Sici­lia). E poi appena Paso­lini descrive la pri­ma­vera medio­rien­tale, Carlo (il pro­ta­go­ni­sta, o meglio uno dei pro­ta­go­ni­sti di Petro­lio) arriva in una gelida Mal­pensa. Il let­tore è costretto a fare una tran­si­zione, dalle ripe­tute sodo­mie e dai demoni, dal deserto ricco di demoni, alle lotte poli­ti­che di Milano. Mi pare sia diven­tato neces­sa­rio leg­gere que­sti dislo­ca­menti geo­gra­fici e tonali non come schizzi che in futuro diver­ranno logici attra­verso una prosa tran­si­zio­nale, ma piut­to­sto come ver­ti­gi­nosi movi­menti che ci for­zano ad abban­do­nare i con­fini sta­bili degli stati-nazione pro­dut­tori d’energia in favore di una vita sot­ter­ra­nea sen­suale e scia­mante. I com­bu­sti­bili che cir­co­lano sot­to­terra in Petro­lio sono vivi, nel pas­sato e nel pre­sente, come divi­nità pri­mor­diali.

Il petro­lio è il moderno vello d’oro, non sol­tanto nel più ovvio senso meta­fo­rico, ma molto più pro­fon­da­mente, dato che Paso­lini non può (ancora) farne il solo sog­getto del libro, come sem­bre­rebbe impe­gna­tosi nel titolo e nell’eliminare tutta la prosa e la poe­sia, tutto il testo che verrà e che potrebbe dare una spe­ci­fica tra­iet­to­ria nar­ra­tiva. Non può finire il suo lavoro, per­ché Petro­lio non è sem­pli­ce­mente un altro dei suoi lavori. È la (sua) vita. Se lo avesse finito, sarebbe stato con­su­mato, come i com­bu­sti­bili. Ciò che rende Petro­lio così tem­pe­stivo, oggi, nell’antropocene, è pre­ci­sa­mente il suo essere così pro­fon­da­mente legato all’idea di scrit­tura come poten­zia­lità. Le scelte – ancora da fare – i testi che ver­ranno – non sapremo mai se Paso­lini li avrebbe lasciati nel testo o eli­mi­nati o avrebbe aspor­tato qual­cuna delle ambi­guità – que­sto è ciò che rende il testo vivo e aperto a diversi futuri a cui un romanzo con­ven­zio­nale, messo al mondo dal suo autore, non potrebbe mai avvi­ci­narsi. Petro­lio incarna un’idea di futuro – non un futuro ripro­dut­tivo e etero-normativo, ma un’altra tem­po­ra­lità, un mes­sia­ni­smo queer, forse, pre­ci­sa­mente nella sua resi­stenza – o dovremmo dire fal­li­mento – di fis­sare sulla pagina quel tipo di scelte nar­ra­tive omni­com­pren­sive che non per­met­tono ripen­sa­menti. E anche se scri­veva prima di una gene­rale con­sa­pe­vo­lezza del cam­bia­mento cli­ma­tico in tutta la sua spe­ci­fi­cità, cioè, non solo una crisi di inqui­na­mento, di spaz­za­tura, di cica­trici sulla super­fi­cie della terra o rifiuti nucleari, insomma prima di un tempo come il nostro in cui l’emissione di gas per­fet­ta­mente natu­rali e invi­si­bili da sotto la super­fi­cie fin nell’atmosfera si veri­fica ad un ritmo molto più veloce di quella per­fet­ta­mente natu­rale – in un certo senso, quindi, una crisi di tem­po­ra­lità più che di sostanza – in que­sto strano lavoro, letto in tutti i suoi disor­dini, met­tendo insieme alchi­mia, petro­lio, lascivi spi­riti fem­mi­nili che erut­tano dai sot­ter­ra­nei popo­lati da demoni– solo così comin­ciamo ad approc­ciare, senza mai rag­giun­gerla, una lin­gua ade­guata ai nostri tempi. (Tra­du­zione di Luca Peretti)

Karen Pinkus alias-del-14-marzo-2015

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Pasolini a Yale

Sto organizzando insieme a Karen Raizen una serie di eventi su Pasolini qua a Yale . L’evento principale è una conferenza che si terrà il 6/7 marzo, ma prima ci sono workshops, lezioni e una retrospettiva. Qui più informazioni, mentre questo qui sotto è il poster della serie.

Pasolini series


La retorica dell”82 ha stancato – Intervista a Giuseppe De Bellis, direttore di Rivista Undici

Il faccione di De Rossi campeggia sulla copertina, l’indice alzato sulla bocca che fa segno di tacere. È lui “L’Uomo in più”, titolo-citazione sparato sul primo numero di Undici, la nuova rivista di sport da qualche giorno in edicola. Trimestrale tutto sul calcio – esclusa una sezione finale dedicata ad un altro sport (il tennis in questo caso) – frutto del proficuo incontro tra Giuseppe De Bellis a.k.a. Beppe di Corrado, vicedirettore de Il Giornale  e Rivista Studio. Undici è una novità importante nel mondo editoriale sportivo italiano, e per questo abbiamo deciso di fare due chiacchiere con il suo direttore, lo stesso De Bellis.

Raccontaci com’è nata la rivista.

L’idea è nata tanto tempo fa. Come Beppe Di Corrado dal 2005 a oggi ho cercato di interpretare questo – non lo definirei nuovo perché in realtà è vecchissimo – approccio al giornalismo sportivo. Cioè un racconto molto approfondito… continua su Crampi Sportivi o su Pagina99


Memorie del confino

Pertini, Bresci, Mariani, Pollastri…Da 3 anni nell’isola della villeggiatura obbligata «L’ultima spiaggia», libreria e casa editrice, stampa e ristampa la memoria storica delle isole pontine

A Ventotene i turisti hanno sostituito i confinati. Quella che fino al 1943 fu una delle maggiori sedi del confino politico fascista è adesso un’isola dedita soprattutto – crisi permettendo – alla villeggiatura, vacanze vere, non come quelle paventate pochi anni fa da un ex presidente del consiglio. A differenza di altre luoghi dove il regime confinò gli oppositori, dove magari si tende a non ricordare quegli anni, qui la memoria è mantenuta viva: in giro per l’isola ci sono piccole targhe su vecchi edifici ora distrutti o riadattati (come la mensa socialista, guidata da un tale Sandro Pertini…), vengono organizzate mostre, appuntamenti di vario genere e visite guidate. Anche alla vicina Santo Stefano, isoletta minuscola sede di un carcere di massima sicurezza fino agli anni Sessanta: un luogo simbolo, prigione costruita dai Borboni secondo criteri panottici (da un solo punto si controlla tutto), e che ha attraversato varie fasi e diversi regimi – borbonico, Italia liberale, fascista, repubblicana –, rimanendo quasi sempre una prigione per ergastolani.

La lista di chi vi è stato prigioniero è uno spaccato di storia d’Italia: oltre allo stesso Pertini, una cella speciale e isolata fu dedicata a Gaetano Bresci (che qui fu anche “suicidato”, la presunta tomba si trova nel cimitero dell’isola), mentre vi fecero capolinea anche Sante Pollastri, il “bandito” di cui canta De Gregori in Il bandito e il campione, il re delle fughe dai penitenziari Benito Lucidi, anarchici come Gino Lucetti e Giuseppe Mariani.

E proprio a Mariani è dedicato uno dei libri editi da Ultima Spiaggia, piccola libreria editrice che si trova proprio nella piazza principale di Ventotene (con un’altra sede a Camogli, vicino Genova). Perché se la storia la raccontano i muri e le preparate guide che portano i turisti in giro per le isole, di certo senza i libri manca l’humus su cui si reggono le narrazione storiche e la memoria che parla attraverso targhe e memoriali. E allora ecco che da tre anni questa libreria, oltre a fornire un luogo fisico fondamentale dove poter comprare i libri, ha preso anche a stamparli, o ristamparli. È il caso dell’autobiografia di Mariani, uscita nel 1953 e ormai introvabile, ri-pubblicata con il titolo Memorie di un ex-terrorista. Vicenda interessantissima, quella del Mariani, che nel 1921 organizzò un attentato contro il questore di Milano. Non andò come previsto: morirono 21 persone nel vicino teatro Diana, e Mariani fu arrestato. Rimase a Santo Stefano fino al 1946 quando fu graziato, anche per aver evitato che una rivolta nel 1943 sulla piccola isola potesse diventare una carneficina. Dulcis in fundo, Mariani va a vivere a Sestri Levante e lì apre una libreria – lui che era entrato in carcere con la terza elementare. Altro libro fondamentale è il primo volume dedicato specificatamente al confino di Ventotene: in Ventotene isola di confino l’autrice Filomena Gargiulo racconta attraverso la voce dei protagonisti (sia confinati che isolani) il confino politico nella piccola isola. Una lunga lista di nomi, probabilmente ancora provvisoria, dei confinati chiude il volume, uno strumento importante per future ricerche.

Insomma L’Ultima Spiaggia è una di quelle belle follie editoriali che ogni tanto si trovano in Italia, necessarie quanto mai. I due animatori sono Fabio Masi e Riccardo Navone. Il primo lo si trova in libreria a Ventotene (almeno da aprile a settembre, “ma se abitassi più vicino terrei un po’ aperto anche in inverno”), dove oltre a tutte e 150 sfumature di vari colori e libri che riguardano il mare e le isole pontine, si trovano in bella vista testi di Foucault, Gramsci, una ampia sezione sugli anni di piombo e una intitolata “Ribelli, rivoluzionari, sognatori” (con alcune chicche e libri davvero introvabili). Da nove anni ad aprile trasferisce sull’isola quintalate di libri, offrendo un servizio alla cittadinanza – oltre che ai turisti. Navone, anch’egli librario e saggista, da qualche anno va raccogliendo materiale sui confinati a Ponza e Ventotene: un lavoro enorme, un archivio da costruire e che lentamente, a fianco a libri come quello della Gargiulo, sta prendendo forma (en passant, se qualcuno ha documenti, nominativi e quant’altro riguardi il confino nelle isole pontine, lo si può contattare a rinavone@gmail.com. Invece la libreria editrice non ha purtroppo ancora un sito internet, per acquistare i libri si può scrivere direttamente Fabio Masi all’indirizzo libreriaventotene@hotmail.it).

Nello scarno catalogo (in tutto otto titoli e almeno un paio in arrivo a breve) si trovano anche opere più antiche, come una Monografia per le isole del Gruppo Ponziano di Giuseppe Tricoli, una sorta di storia di Ponza e Ventotene uscita nel 1855, e L’ergastolo di Santo Stefano di Luigi Settembrini, l’importante storico-patriotta italiano, che fu incarcerato nell’isola a più riprese a metà ottocento, o ristampe di libri usciti più di recente come il saggio storico-antropologico I Ventotenesi, sempre di Filomena Gargiulo. E poi tutto ciò che ruota intorno al confino naturalmente, come il profilo critico di Ernesto Rossi (uno, con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni, degli estensori del noto Manifesto di Ventotene per un’Europa unita) scritto da Simonetta Michelotti, Ernesto Rossi. Pianificare la libertà. “Di libri da pubblicare – racconta Masi – ce ne sarebbero tantissimi, non basterebbe una vita intera, anche di quelli noti: gli scritti di Pertini, per dirne una. Adesso ci interessa soprattutto valorizzare personaggi considerati minori che sono state confinati qui e che sono in larga parte dimenticati. E di storie ce ne sono davvero molte”. Come quella di Juan Matas Salas, che complice la finale di Champions League a Roma arriva direttamente a Ventotene: “Qualche anno fa uno spagnolo entra in libreria e mi dice che era stato a vedere la partita a Roma (è un gran tifoso del Barcellona) e che era il suo compleanno. Va bene, rispondo, anche vagamente stupito, ma poi chiacchierando esce fuori che suo padre era in un gruppo di anti-franchisti scappati nel 1939 da Maiorca e approdati rocambolescamente dopo un naufragio in Italia. Mandati al confino qui a Ventotene, verranno poi ancora tenuti in carcere anche dopo il 1943 (come toccò ad anarchici e slavi, ndr) e poi infine alcuni di loro tornarono a casa. Non il padre, purtroppo, che stufo di scappare si fermò ad Arezzo, e solo pochi anni fa è stato ricostruito che purtroppo fu deportato in Germania e lì morì. Questo signore sulla settantina mi manda un libro in spagnolo su questa storia, scritto da uno di questi anti-franchisti, Salas, che abbiamo tradotto e pubblicato con il titolo Mi odisea (1936-1943). Insomma, i libri nascono anche un po’ per caso”. Di sicuro la libreria editrice non è nata per caso, è anzi una piccola oasi di resistenza culturale che come altre in Italia vanno sostenute e promosse il più possibile.

Per Alias 22 ottobre 2012


Il più bel romanzo degli ultimi quindici anni diventato film

Sì, forse la scelta di Roma non è proprio efficace, ma devo ammettere che quando ho visto Boogie, Clara e Barney camminare per Piazza Santa Maria in Trastevere mi sono commosso.


Che cosa fare quando tutto brucia? Su Antonio Pascale

Antonio Pascale, scrittore casertano che vive a Roma, smette (temporaneamente?) i panni di romanziere e si produce ora in opere di saggistica autobiografica di impegno civile. Infatti dopo Qui dobbiamo fare qualcosa. Si ma cosa? (Laterza, 2009) il suo nuovo Questo è il paese che non amo, edito da Minimum Fax, è una conferma che Pascale si stia interrogando su cosa sia questo malandato paese e quale sia il ruolo dell’intellettuale nella discussione pubblica. Nel titolo del nuovo libro non ci sono punti interrogativi, ma possiamo immaginarceli: certezze nel libro ce ne sono poche, o meglio sui problemi abbondano, ma sulle soluzioni prevalegono i dubbi, tantè che il libro si chiude proprio con un punto interrogativo.

Fare

Cosa può fare l’intellettuale e lo scrittore per analizzare e approfondire al meglio la realtà (specie quella italiana) ed eventualmente cercare di migliorarla? è questo uno dei temi, e Pascale se lo chiede non in astratto, ma portando e parlando di esempi assolutamente concreti, casi di vita vissuta, la sua e quella della nazione, dato che il libro e’ tutto un intrecciarsi di reazioni personali e collettive a dati eventi: la messa in onda del Live Aid, del video di We are the world, la vicenda Di Bella, Berlusconi al parlamento europeo che da del Kapò a un parlamentare tedesco e molte altre. Ecco un esempio, nella scrittura dell’autore, per capire meglio cosa si intende con il personale che sfocia nel collettivo: «il 19 gennaio 2000 morì B Craxi, il 25 aprile 2000 cadde il governo D’Alema, il 20 giugno 2000 nacque la mia seconda figlia, Marianna, e il 23 giugno 2000 morì Enrico Cuccia, il più importante e misterioso banchiere italiano, presidente onorario di Mediobanca. E tutti a dire: è veramente finita un’epoca, comincia il nuovo secolo. Un secolo migliore».

Narrare

La questione cardine è quella della narrazione, del come raccontiamole cose. Pascale si dilunga nello spiegare il famoso – almeno per la critica cinematografica – saggio in cui l’allora critico dei Cahiers du cinéma Jacques Rivette se la prende con Gillo Pontecorvo per la carrellata sulla morte della protagonista nel film Kapò. Un carrellata – secondo l’autore – moralmente ingiusta perché non è cosi che si puo’ mettere in scena la morte. Non sappiamo nulla della morte, che è per definizione l’esperienza di cui non possiamo avere esperienza, allora come possiamo metterla in scena? Con molti dubbi e ponendosi una serie di domande preliminari. Come la si può filmare la morte senza sentirsi un impostore, si chiedeva insomma Rivette accusando invece il regista italiano proprio di non aver chiara proprio questa domanda, che è preliminare. La carrellata infatti è un punto esclamativo, nel linguaggio cinematografico, non esprime dubbi. E Pascale ne cita altre, di narrazioni scandalose, di modi di raccontare le cose in maniera moralmente sbagliata, come il racconto dello scrittore Antonio Moresco I maiali dove egli si appropria dei pensieri del bambino caduto nel pozzo a Vermicino. E questa operazione di rendere tollerabile l’orrore non è forse la stessa di Benigni con La vita è bella?

Problemi anche con le narrazioni occidentali che si occupano d’Africa, che in genere puntano a mettere in risalto l’impegno dei bianchi e la povertà dei neri. Pascale si occupa ampiamente di due esempi: il LiveAid e il video di We are the world. In entrambi si crea un prodotto tipico, un modello di africano da esportare, sofferente mentre noi occidentali bianchi andiamo a porgergli la mano cercando di farlo risorgere. Ma spesso, fa notare Pascale, nei posti malandati i bianchi restano giusto il tempo di scattare foto o raccogliere interviste, e poi rimangono i volontari africani. Lo scrittore fa riferimento al critico cinematografico Serge Daney, che nei confronti del video We are the world, disse che questo annullava con un’operazione semplicistica – le sfumature e gli effetti di montaggio – e falsa la carta geografica del mondo. «Le star erano sconvolte dalla povertà del Terzo Mondo ma solo per pochi minuti, e perlopiù, teoricamente». Un’esperienza della povertà ridotta ad un elemento esotico, forse mostruoso ma comunque lontano.

Insomma, e’ tutta una questione di uso di dettagli e di linguaggi che vanno approfonditi per cercare di interpretare. Una questione di stile, dice Pascale: «è sempre una questione di stile e di punti di vista. Non è il dolore del mondo che fa paura, è la sua complessità e la fatica che bisogna fare per misurarlo giorno per giorno, perché il mondo si evolve e noi abbiamo paura, e per trovare conforto elaboriamo facili simboli che rallentano la nostra intelligenza».

Semplificare

Simboli, semplificazioni, impressioni e non approfondimento, trasporto emotivo. Come nel caso Di Bella, il medico che nel ‘98 sosteneva di poter sconfiggere il cancro con una cura sperimentale. La cosa scatenò un discreto dibattito pubblico, anche se gli scienziati e gli specialisti – cioè coloro i quali dovrebbero avere voce in capitolo su queste questioni – si dichiarassero quantomeno scettici. Ma la vicenda fu invece amplificata da direttori di giornale, giornalisti e presentatori (Bruno Vespa cofirmò addirittura un libro con il professore). Il paese restò affascinato da questo anziano dottore, sostiene Pascale perché sembrava un vecchio nonno, «parte di un’Italia arcaica, ma pulita e giusta, non corrotta dalla modernità», era rassicurante. La cura, chiaramente, non funzionò, ma Di Bella funzionava benissimo come personaggio mediatico, quindi molti gli credettero. Similmente, Vandava Shiva vestendo con il sari e il bindi diventa ai nostri occhi la tipica indiana, un «prodotto da esportazione»: molti sono portati a crederle quando parla dei contadini indiani che si suicidano per colpa delle multinazionali che li obbligano a comprare le sementi di cotone Bt (da lei chiamati Ogm, anche se tecnicamente non lo sono). Non importa che questa affermazione sia vera o falsa (dati alla mano Pascale smonta questo teorema) ma importa che Vandana Shiva riesca a veicolare il messaggio attraverso un preciso codice, molto gradito ai media, specie per la sinistra, che – sempre secondo l’autore – «da tempo ha sostituito l’idea di progresso con il sapere nostalgico o nel peggiore dei casi con il revival». Sulla questione scienza e opinioni Pascale è piuttosto diretto: «La scienza è contro le opinioni, ossia si chiede con insistenza la verifica di quanto affermato. Si capisce che in un regime di opinioni diffuse e per di più sostenute con escamotage retorici, il metodo scientifico potrebbe fungere da bussola». Ma, appunto, in Italia non lo è, siamo pieni di editorialisti e opinionisti e di pochi (o probabilmente sono molti, ma non vengono interpellati) esperti su temi specifici.

Indagare

Quello italiano è un regime emotivo, dove vicende come la Madonna di Civitavecchia sanguinante occupano per mesi le cronache nazionali. Pascale indaga anche il sistema della commozione. Chiama, cooptando la definizione da Kundera, prima lacrima qualle sincera e spontanea, seconda, già artefatta, non più commozione per l’evento, ma commozione pensando a quanto sia giusto piangere in quel momento. Viviamo nell’industria delle seconde lacrime (se non terze o quarte), ma secondo Pascale ci sarebbe un’altra possibilità: cercare con metodo e misura la loro fonte primaria, cioè da dove arrivino queste lacrime, analizzando le variabili complesse, con un approccio analitico e non emotivo. Ed è così che chiude il libro, cercando di raggiungere questa razionalità che ci potrebbe far vedere le cose in modo diverso. Secondo Pascale dobbiamo mettere al bando l’idea di felicità e garantirci il diritto all’inquietudine, praticata con coscienza e metodo. «Se non possiamo essere felici, dobbiamo accontentarci di essere intelligenti, e dunque indagare, indagare, indagare».

per Tysm


Howard Zinn JD Salinger

Mi e’ sempre dispiaciuto per quei personaggi pubblici che muoiono lo stesso giorno di qualcuno piu’ famoso di loro, come Peppino Impastato con Aldo Moro insomma. Mercoledi’ notte, lo sapete tutti, e’ morto J.D. Salinger, e non e’ che ci sia bisogno di aggiungere nulla. Qualche ora dopo e’ morto Howard Zinn, e non se e’ accorto quasi nessuno.