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Pasolini a Yale

Sto organizzando insieme a Karen Raizen una serie di eventi su Pasolini qua a Yale . L’evento principale è una conferenza che si terrà il 6/7 marzo, ma prima ci sono workshops, lezioni e una retrospettiva. Qui più informazioni, mentre questo qui sotto è il poster della serie.

Pasolini series

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La mia decina 2013

[film usciti in sala nel 2013 in Italia. Alcuni sono del 2012 e non erano nella mia classifica dell’anno scorso]

Gravity
The Act of Killing
12 years a slave
La Grande Bellezza
Django
Bling Ring
The Master
No-I giorni dell’arcobaleno
Solo Dio Perdona

E inoltre —

Inside Llewyn Davis
Giovane e Bella
Lincoln
Captain Philipps
Blue Jasmine
La migliore offerta

Ho perso Carax, Manuli, Malick, Ki-duk, Dante, Polanski, Farhadi, Rosi vincitore a Venezia, Kechiche vincitore a Cannes, e una marea di roba orientale di cui si parla bene in giro. Purtroppo non vado ai festival ormai da un po’, ma ho visto molto in sala, negli Usa e in Italia.

Sulle scelte. Gravity e The Act of Killing, in modi radicalmente diversi, ripensano il cinema e ci dimostrano quanto ancora abbia da dire: il primo, un 3D finalmente connaturato al film, e il secondo è probabilmente la miglior messa in scena del “male” (qualunque cosa voglia dire, con tutte le sue sfumature e ambiguità) di sempre. 12 years a slave, che in Italia esce a febbraio, è il film sulla schiavitù, lucidissimamente politico, sconvolgentemente estetico. Con questi tre film siamo dalle parti dei migliori (o comunque più importanti) degli ultimi tempi, non solo dell’anno. La Grande Bellezza punto. Tarantino e Coppola, il meglio del cinema americano “giovane” di oggi (non ho ancora visto il nuovo James Gray…) – Coppolla non al suo massimo, che vale comunque tantissimo, Tarantino se non fosse uscito McQueen a breve distanza sembrerebbe ancora più bello. The Master (uscito secoli fa negli Usa), 70mm di corse selvagge, e America al suo grado massimo. No il potere della pubblicità e di un attore bello e bravo. Solo Dio Perdona è ancora un incredibile film di Refn con Ryan Goslin, che ti rimane attaccato sotto pelle per giorni e giorni, e fa un sacco fico dire che no in realtà mica è bello.

Sulle scelte secondarie. il nuovo dei Coen (esce a metà gennaio) alla fine ti dici “cavolo, bellissimo, commuovente, ma perché esattamente?”. Ozon altro grande film sul passaggio dall’adolescenza a quello che c’è dopo. Lincoln e il nuovo Woody Allen impossibile non menzionarli, se non per altro per le performance monstre dei due protagonisti (poi anche io penso che il film di Spielberg avrebbe potuto far di più). Captain Philpps è un film di pirati veri, senza Johnny Depp. La Migliore Offerta ingiustamente sottovalutato, specie a livello internazionale.

[segue nota di riflessione sul futuro della sala]


Quando un (altro) cinema chiude. Un ricordo di Ezechiele 25, 17 all’Italia

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In vista della prossima chiusura di un altro cinema in città, Ezechiele 25,17, uno dei due cineforum di Lucca, cambia sede, spostandosi dal cinema Italia al più moderno, accogliente, comodo, e con annesso bar cinema Astra, ancora per fortuna nel centro di Lucca, all’interno delle mura cittadine. Chi scrive senza il cineforum Ezechiele sarebbe senz’altro un’altra persona, peggiore di questa.

Nell’autunno del 2000, il mio primo autunno a Lucca, già lo sapevo che il cinema mi piaceva, mio padre mi portava a vedere i film al cinema a Barga (esiste ancora?) che il giovedì faceva i film d’essai e tu chiamavi da Castelnuovo se eri in ritardo per dirgli di aspettare qualche minuto, tanto c’eravamo sempre quattro gatti (più spesso due). Oppure mi portava in macchina a Pieve Fosciana, all’Olimpia, che a Castelnuovo il cinema Eden all’epoca era chiuso – ma ora ha riaperto, per fortuna. Le VHS che abbondavano in casa mi appassionavano molto meno di quelle sale buie e, ogni tanto, piuttosto freddine, dove andavano in scena gli ultimi momenti di uno spettacolo veramente popolare: ricordo di aver visto un paio di film addirittura in piedi, roba impensabile adesso, e la fine primo tempo con relativa corsa al baretto del cinema (lì ho imparato che il tè freddo è meglio non berlo la sera, che poi non dormi). Ma dall’autunno del 2000 al cinema potevo andarci in bicicletta, passavo a chiamare Luca che scendeva con la sua bici in mano e attraversavamo il bello quando solitario Fillungo lamentandoci che a Lucca la sera in giro non c’è mai nessuno. Poi, a fine film, frequente sosta allo Sbragia per un pezzetto di pizza, e via quasi senza pedalare dato che è in leggerissima discesa, svoltavo in via San Giorgio e tornavo a casa. Tra quell’autunno e la primavera successiva (vado a memoria, quindi potrei sbagliare qualche data) all’Ezechiele fecero vedere tutto o quasi Nanni Moretti e diversi capolavori della Nouvelle Vague, qualcuno anche semidimenticato. Mi si aprì un mondo. I film giusti al momento giusto. Nel posto giusto: quel fascino un po’ demodé dell’Italia, quell’aria da vecchio cinema parrocchiale, da luogo devoto all’amore per il cinema, con la galleria disadorna e con sedie scomodissime (ma ne occupavamo almeno due a testa, quindi si stava un po’ meglio), e quel vecchio proiettore in disuso che ti accoglieva vicino allo specchio. Le ultime possibilità di vivere il cinema in un certo modo, in una relativamente piccola città di provincia (per qualche ragione, al tempo andavo meno al Circolo del cinema, lo storico e glorioso cineforum di Lucca, forse ero impegnato il giovedì, ma il Circolo è un’altra gloria dei cinefili della città). Il mercoledì all’Ezechiele, giorno delle retrospettive, non c’era mai questo grande affollamento, e sembrava davvero di avere un rapporto intimo con lo schermo, con quei pochi affezionati spettatori che non mancavano anche se fuori pioveva o faceva un freddo cane. Ma per i film nuovi, il martedì, ogni tanto si riempiva o quasi, come a quella gloriosa proiezione del Il partigiano Johnny. Ho visto Gostanza da Libbiano con Paolo Benvenuti in sala all’Italia grazie a Ezechiele, e quando qualche anno dopo ho detto allo stesso Benvenuti che quel film, visto a sedici anni, mi ha cambiato la vita, mi ha fatto capire quanto davvero amavo il cinema, lui ha chiamato la moglie per raccontarglielo e mi ha mezzo preso in giro dicendomi che dovevo essere strano assai.

Mi sono spesso chiesto, in questi anni, cosa avrei fatto senza l’Ezechiele, quanto fondamentale sia stato per la mia educazione di cinefilo, per il mio amore per il cinema, e mi chiedo quanti potenziali amanti del cinema si perdano la possibilità di avere un cineclub nella loro città. Ho fatto altre cose relative al cinema nel corso degli anni, da contribuire all’organizzazione di festival (in primis il Lucca Film Festival, naturalmente), a scriverne, fino a studiarlo qua a Yale adesso, e niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’Ezechiele, e quei film visti negli anni che ho vissuto a Lucca rimangano stampati nella mente. Ma soprattutto, è stata fondamentale l’esperienza del cinema, e nello specifico del cinema Italia, la visione dei film in una sala buia, le luci che si spengono, l’inizio del film, la pellicola che si sente in sottofondo e che scorre sullo schermo, e prima ancora comprare il biglietto, varcare la soglia, aprire le tende, immergersi nella sala. Siamo l’ultima generazione di cinefili cresciuti a cineforum e 35mm, il fatto che Ezechiele vada avanti mi rincuora che, magari sempre più senza pellicola, i nuovi cinefili possano comunque venir su a cineforum e buoni film. Buon proseguimento Ezechiele nelle vostre nuove sedi, e arrivederci cinema Italia, speriamo non ti trasformino in orribili freddi appartamenti. 


Benvenuto a Roma, Italia

Via Nazionale.
Sull’autobus, un 40.
Un impiegato Atac, senza divisa, staziona vicino all’autista, conversando con lo stesso, tenendo aperto il portello che divide lo spazio del guidatore dal resto del bus.
Una signora, mezza età, piacente, con un trolley, attraversa, non sulle strisce, senza guardare, non curante dell’arrivo del grande bus.
Se ne accorge, fa per tornare indietro con aria stralunata.
L’autista ferma il mezzo, e le fa cenno di passare.
Allora l’impiegato Atac, quello senza divisa che staziona vicino all’autista conversando con le stesso tenendo aperto il portello che divide lo spazio del guidatore dal resto del bus, dice a voce alta guardando la signora di mezza età piacente: “Te piace sta’ sotto eh”.


Il cielo dell’America (ovvero dove sono adesso, come mai ci sono)

parte seconda, continua da qui.

Finché una sera verso le sette, con a fianco gli occhietti azzurri più belli del mondo nella mia stanzetta di Lucca, prima di andare a presentare in pubblico un bellissimo film a cui sono tanto legato, leggo una di quelle mail da una persona il cui nome avevo letto solo sui libri o avevo sentita nominare da conoscenti comuni, ci sentiamo via Skype, e poi il telefono che chiama gli amici e affini raccontando di questa novità. E via il primo viaggio negli Stati Uniti, che poi sarebbe solo la seconda volta che uscivo dall’Europa, il confronto con quello che si sente dire su New York e quello che è, il ritorno a casa con un nuovo bellissimo lavoro da cominciare, ultimi tentennamenti e riflessioni e la firma, elettronica, su un contratto. Un piano quinquennale, scherzavo con l’ex complice che si è sentita paragonata a Stalin – non per la mise, di sicuro. Vivere protratti al futuro, ho scoperto, non è così male se lo si fa per alcuni mesi: permette di alleggerire la pressione sulla vita quotidiana, lasciandosi andare a rapporti che si sa che dureranno, senza il terrore di cosa farò, in questo mondo precario. E sorprendentemente mi sembra di aver gestito la situazione senza troppo affanno, e condendo il tutto di “beh Natale è così vicino” o “ma dai ormai è tutto collegato, gli aerei (non dico mai i voli, chi sa perché) costano poco, c’è Skype, etc” o “eh ma torno! Due-tre mesi l’anno starò sempre in Europa”. Non so se sarà così, non ci penso, se non sarà così spero ci saranno delle buone ragioni. Ci vuole un po’ di incoscienza, in fondo, ha ragione Mattia.

Poi piano piano la casa si riempie di scatoloni. Quella stessa casa che era stata di mia nonna, dove io per quel che ho potuto ho cambiato poco vivendo un poco come ospite, un poco come protagonista, adesso si appresta a vivere un’altra vita mentre con lo scotch chiudo una scatola di LIBRI SCIENZE SOCIALI e una FRAGILE con i miei bicchieri. Più delle scatole fanno forse effetto gli scaffali vuoti e i muri spogli, con quella carta da parati che con grande scorno di tutti i parenti non ho mai voluto cambiare – non era così brutta, in fondo – sempre sotto lo sguardo vigile del busto di mio nonno che non ho mai conosciuto. Il mio grande letto, la non scrivania, le librerie Ikea (paese che vai usanze sempre le stesse), il comodino dalla dubbia provenienza, tutto da impacchettare e portare verso la Toscana, mentre l’enorme mobile – sembra non più a norma – da sempre ospite di quella stanza, anche perché difficile spostarlo, concordiamo con zio e mamma ha decisamente fatto il suo tempo.

Ho cercato di passare gli ultimi giorni a Roma come fossi in compagnia di una vecchia amica o amante, anche se in parte ero in compagnia di una rappresentante del futuro. Le visite in centro, quello deqqua dal Tevere, il camminare perdendosi a Trastevere, il Ghetto con la sua comunità che solo di recente ho davvero sfiorato, le cene in trattorie, pizzerie e ristorantini, le soste a baretti e affini, il nuovo supermercato che finalmente ma troppo tardi ha aperto nel mio quartiere, dove per fortuna c’è sempre il mercato, quello dove da qualche anno c’è il pescivendolo di Anzio (dove il pesce lo puliscono ben bene, specie l’aiutante nordafricano che quando ha visto la neve a febbraio del 2010 è impazzito dalla gioia). Non sai mai che farci, di tutte le storie che hai vissuto in una città, belle e brutte che siano, te le porti a spasso in un pacchetto e ogni tanto le condividi con i protagonisti quando li incontri, o ti vengono in mente grazie a frammenti vari, in video, scritti, sotto forma di piccoli ricordi, come quando ti chiedono e insomma com’è Birmingham o ah Lucca è bellissima o Londra, ci vorrei vivere anche io, e tu racconti la tua personalissima visione, che ogni tanto coincide con le aspettative dello spettatore, ogni tanto no. Poi c’è Roma, mi dico, che io non sto lasciando, mi sto solo spostando qualche migliaia di chilometro più in là, continuando a guardarla da un’altra prospettiva e tornando a goderne quando possibile. Anche in questo caso mica lo so, se sarà così, ma per ora non importa troppo.

Adesso sono dentro una delle biblioteche più belle del mondo. Fa caldo umido, ma finirà presto, e comunque c’è l’aria condizionata al massimo, in Italia sono le 19.11 e qui le 13.11, c’è un’atmosfera ancora sonnolenta non siamo davvero entrati nel vivo.


Il cielo dell’America (ovvero dove sono adesso, come mai ci sono)

Le decisioni non sempre si prendono con chissà quale consapevolezza. Fallo con un po’ di incoscienza, come abbiamo fatto tutti, mi aveva detto Mattia, quando ero ancora in tempo per tornare indietro, seduti su suadenti divanetti dell’Italian Department di Yale. Negli ultimi due anni ho provato ad ottenere una borsa di studio per fare un Phd, prima a Londra poi a Leeds, la prima volta con nessuna convinzione, la seconda volta con molta, e c’eravamo quasi riusciti. Non che l’Inghilterra sia il posto dove vorrei passare la mia esistenza, ma mi pareva un buon compromesso passare un tre anni in un posto relativamente vicino casa, lavorando su materiale italiano quindi dovendo necessariamente tornare verso il Mediterraneo con una certa frequenza. Poi com’è come non è, prima la delusione inglese, poi uno dei migliori amici che finisce dritto alla New York University (dove hanno una biblioteca tanto alta quanto spaventosa e inospitale), e l’idea che si fa spazio. Poi, salto temporale. Ci siamo io e questo professore che chiacchieriamo non troppo lontano dal Vaticano, mi consiglia, mi spiega che sì, potrei decisamente provare, che tutto sommato dai, le partite della Roma in qualche modo si vedono anche con il fuso, e magari ti appassioni anche al baseball (ecco no, non credo). Mi rendo conto, ogni tanto, di fare cose perché vanno fatte, rinchiudendo da qualche parte dentro di me eventuali altre analisi. Non senza darmi risposte, semplicemente dandole per scontate. E allora una lista di università, richieste, statement, le cose fatte rigorosamente non all’ultimo momento (che mi prende l’ansia), ma al penultimo, senza sapere neanche con attenzione dove si trovino o cosa siano i posti dove sto facendo domanda, apprendendo dell’esistenza di Ivy League solo in corso d’opera, includendo università per motivi a me ignoti. Non per disinteresse, forse solo per non voler davvero considerare un’ipotesi lontana finché non si avvicina davvero. Eppure se ci ripenso quel tran tran mi era costato soldi e un po’ di fatica, a compilare domande, limare, tradurre, ordinare, capire le differenze di un sistema altro, anche se con l’esperienza britannica a fare da testa di ponte. E poi piano piano altre consapevolezze, la necessità di andarmene dall’amata Roma, dall’Italia, dall’Europa, cercando di ri-localizzarmi nel mondo, il pensare che è quello che ho sempre voluto, magari non nella grande e lontana America, ma ad andare sì, senza rincorrere sognante e con poco raziocinio la gonnella di turno.

continua qui


Perché scrivi?

Tra le tante risposte alla domanda di cui sopra quella che ho trovato nel profilo di questo blogger mi pare particolarmente divertente: «Scrive un po’ per scherzo, un po’ per passione, un po’ per non fare sport».