Archivi categoria: musica

Lo Sziget, la Repubblica, l’esterofilia, la desolazione culturale

Ad un certo punto è successo che lo Sziget Festival è diventato in qualche modo mainstream in Italia, nel senso che lo si conosce e segue di più anche da noi, e che ci va una caterva di italiani [parentesi: il o lo Sziget Festival è un grande festival di musica che si svolge su un’isoletta sul Danubio, a Budapest, da più di vent’anni, e da diversi accoglie nomi di una certa importanza e decine/centinaia di migliaia di persone. chiusa parentesi]. Ciò comporta, tra le altre cose, che anche Repubblica lo segua. Quando sono andato, con un accredito stampa, nel 2008 (e poi nel 2010), l’organizzazione italiana fu molto gentile e invitò la stampa a pranzo: eravamo pochi e credo nessun giornalista che scrivesse per grossi giornali generalisti e affini. C’era uno o forse due gruppi italiani che suonavano, e sempre i ragazzi dell’organizzazione italiana lamentavano la capacità dei francesi, anche grazie al loro Istituto Culturale, di far venire band e persone dalla Francia (ora ci sono un sacco di gruppi italiani, ma proprio un sacco, e un palco promosso da organizzazioni italiane). Era – e probabilmente ancora è – molto bello, lo Sziget. Ma il festival di Budapest è diventato per Repubblica un’occasione come un’altra per blaterare tutta la propria stantia e mediocre esterofilia, e di mostrare la consueta mancanza di una qual si voglia idea di cultura (musicale o meno), intitolando un pezzo “Sziget, il festival che potrebbe salvare l’Italia”, infarcendolo di banalità, affermazioni tendente al reazionario (quella sull’industria automobilistica), goffaggini di vario genere. Quelli di Bastonate se sono accorti, ne hanno fatto un debunking ragionato che mi pare possa interessare anche chi non si occupa direttamente di musica. Soprattutto l’ultima parte, che incollo qui di fila (ma vale la pena leggere tutto il pezzo, qui):

Un’altra cosa è il modello culturale a cui ci riferiamo. Siamo usciti da un’estate in cui era possibile recarsi a un buon festival musicale ogni settimana: Ypsigrock, Radar, Siren, Umbria Rock, Lucca, Beaches Brew e dio solo sa quanti altri, senza contare le decine di festival fatti con (buoni) artisti italiani e le cose tradizionali e tutto il resto. Molti weekend toccava scegliere se andare a un festival piuttosto che a un altro. D’inverno i vari Dissonanze/C2C/Angelica/Netmage e simili. La principale differenza tra questi festival e un grosso festival internazionale, o un Heineken Jammin’ Festival, è che a quelli che ho elencato sopra ci si va per stare bene. Un bel posto fuori dalle metropoli, campeggi medio-piccoli, alberghi puliti, possibilità di mangiare spaghetti alle vongole spostandoti di trenta metri e spendendo il giusto. In più di un senso, da quando sono nato questo è di gran lunga il momento più florido ed eccitante per la musica dal vivo in Italia. Sapete qual è il modo di far crescere culturalmente una nazione? Di farla crescere davvero? Andare a questi festival. Fare in modo che l’anno successivo abbiano due gruppi più grossi in cartellone. Farli funzionare al punto che qualcun altro vorrà organizzarne di nuovi, farli rientrare col biglietto e il bar e magari, sì, qualche migliaio di euro allungato dal settore pubblico.

L’articolo, e la nostra cultura in generale, non prendono in considerazione queste realtà per svariati motivi. Il principale è la loro scarsa rilevanza dal punto di vista, diciamo, televisivo: luci sparate a bestia su un pubblico accalcato che urla ubriaco il testo di Albachiara in faccia alle telecamere. Da quel punto di vista, quello che serve per SALVARE L’ITALIA è un festival mastodontico, che porti ottantamila persone all’area parcheggio della Fiera di Rho a sentire gruppi tipo QOTSA e magari, incidentalmente, Mount Kimbie o Deadmau5. Pubblicità di birre cattive ad ogni angolo, gente collassata nel cemento con la maglietta dei PJ innaffiata di birra, cessi chimici e bandiere sarde a strafottere. A un certo punto magari uscirà anche qualche articolo sul fatto che questi eventi, Mount Kimbie o meno, non segnano nessun progresso culturale ma una diversa forma di asservimento, un’idea di musica fondamentalmente sbagliata, una brutta forma di elefantiasi e l’ennesima celebrazione del fanatismo musicale come esperienza totalizzante, militare e (nelle sue punte più estreme) vagamente fascista.

Annunci

Harry Belafonte a Yale

«Criticare Obama non vuol dire arrendersi al nemico!» Harry Belafonte, la super star di Trinidad, incontra e discute con il pubblico di Yale. «Sing your song», il doc sulla vita di un divo molto impegnato.

Da New Haven, Connecticut

Quando si accendono le luci dopo la proiezione di Sing Your Song e appare “The King of Calypso” sembra il naturale proseguimento del film, quasi non ci si accorge della differenza. Un momento prima infatti sullo schermo Harry Belafonte raccontava la sua radicale opposizione all’amministrazione Bush e alle guerre imperialiste americani, in questo solido documentario che ripercorre le varie fasi della sua densa vita, ed ecco che lo si vede entrare in sala camminando, da un lato il bastone e dall’altro la bellissima (terza) moglie Pamela Frank. Il pubblico, composto prevalentemente da studenti e professori della Yale University (uno dei posti dove si educano le elite americane e non, un paio d’ore a nord-est di New York), lo accoglie con un lunghissimo e commosso applauso, di quelli che si dedicano alle leggende viventi.

Belafonte è un arzillo vecchietto di 85 anni per niente intenzionato ad andare in pensione. Famoso soprattutto per essere una delle superstar della musica mondiale, con milioni di dischi venduti e canzoni come Jump in the line (quella di “Shake, shake, shake, Senora”), Banana Boat Song o Matilda, non era mercoledì sera in un auditorium dell’università americana per cantare, quanto per parlare del suo impegno di attivista e militante per diritti civili. Quando l’intervistatore, Maxim Thorne (superstar della filantropia, un corso a Yale – Philanthropy in Action – e un blog su Huffington Post) forse un po’ politically correct apre la conversazione chiedendogli come ha deciso di diventare filantropo, lui prima sembra parecchio stupito, poi con la memoria va indietro agli anni cinquanta: “Non ho deciso, è stato naturale. Quando ho cominciato ad avere successo, mi sono fermato e ho pensato che quello che stavo accumulando era un gran potere. Il pubblico mi seguiva, cambiava umore in base alle canzoni, ho visto davvero come il potere dell’arte potesse cambiare il cuore delle persone. E allora mi sono chiesto, a cosa serve questo potere? Mi è sembrato naturale cercare di guardarsi intorno e attivarsi, non pensare solo a cantare e fare soldi. Tutto nasce dalla mia vita poi, dalle esperienze sociali. Sono nato povero, e questo ha ordinato la mia esistenza. Mia madre era anche una vittima della povertà, e la sua dignità, il modo in chi ha affrontato le sfide ha influenzato profondamente quello che dovevo fare nella mia vita”. Sullo schermo si sono viste le decine di cause in cui Belafonte si è impegnato, fin dai primi anni della sua carriera quando la società americana razzista dell’epoca non poteva accettare compagnie teatrali e di musical con bianchi e neri insieme. Il solo essere in tour, specie negli stati del sud (come Alabama, Mississipi eccetera), con compagnie interrazziali era una sfida e un problema costante. La lotta contro il razzismo è stato quindi uno dei leit motiv della sua vita, spesso al fianco di compari e colleghi come Sidney Poitier e Marlon Brando. Ma anche di Martin Luther King, di cui racconta un delizioso aneddoto: “Un giorno squilla il telefono, è Dottor King che mi dice ‘Lei non mi conosce, ma io vorrei incontrarla’. Allora gli rispondo, ‘wait a minute! certo che so chi è lei! E non vedo l’ora di conoscerla’. Doveva essere un breve incontro, mi aveva detto una ventina di minuti, abbiamo parlato per quattro ore… ”. Nel film si vede anche una foto di questo primo incontro, con i due seduti in una stanza deserta, con un piccolo tavolino, a confabulare sorridenti e concentrati. Naturalmente, con queste amicizie, il suo nome non tardò a finire più volte sui solerti registri dell’FBI per attività “anti-americane” e affini. Anche qui c’entra la solita spia, l’infiltrato Jay Richard Kennedy (aka Samuel Richard Solomonick), che fu molto vicino al circolo di King e che divenne per un periodo anche il manager di Belafonte, finché questi non si insospettì e lo licenziò. “Se pensavano che ero comunista e anti-americano questo è un loro problema, non un mio problema” ricorda in proposito a film finito.

Sullo schermo si sono viste molte immagini dei frequenti viaggi all’estero e concerti in varie parti del mondo. Belafonte tiene molto al ruolo della musica come lingua universale e veicolo per messaggi che possono essere compresi in zone diverse. “Pochi anni dopo al seconda guerra mondiale feci un concerto in Germania. Ero un po’ spaventato, suonare per persone che pochi anni prima avevano avuto il fascismo, e che erano state lì in quegli anni e magari commesso crimini, soprattutto contro gli ebrei. Eppure, quando cantai Hava Nagila (uno dei suoi più grandi successi, l’interpretazione di una canzone folk ebraica, ndr) fu il momento più importante di tutto il concerto, con i tedeschi che davvero mi seguivano e canticchiavano con me”. L’Africa, naturalmente, è stata fondamentale nella vita del nostro eroe (“un American Hero, un patriotta”, lo ha enfaticamente definito il solito intervistatore). Nel film si racconta anche come una delle fondazioni che contribuì a promuovere e lanciare (insieme al solito Poitier, tra i tanti), la African American Students Foundation, aiutò finanziariamente il padre di Barack Obama a trasferirsi e poi mantenersi negli Stati Uniti. Su Obama, e in generale la situazione dei neri in America, Belafonte non è affatto tenero e non risparmia critiche: “Sono molto contento che un black kid ce l’abbia fatta, ma ora è al potere e si sta rilassando. Per esempio, abbiamo la popolazione carceraria più grande al mondo, cosa sta facendo Obama per questo? Eppure per lui basterebbe così poco per cambiare questa situazione, e invece ora non è più così generoso. Pensavo sarebbe stato più sensibile su alcune questioni, non si occupato abbastanza di giustizia sociale. Anche per noi neri non ha fatto abbastanza, è ancora impegnato ad essere il presidente di tutti”. Qualcuno dal pubblico urla che “è la nostra unica scelta”, e l’intervistatore incalza, “provo a riformulare la domanda della signora: preferirebbe Romney?”. Belafonte, calmo e serafico, risponde “non è che perché critico Obama allora mi sono arreso al nemico”. Prendano nota riformisti e demonizzatori dell’estrema sinistra nostrani.

Quando parla del potere, finanziario o artistico, mantiene sempre un certo distacco e una voce critica: “Qualche tempo fa, ero a Beverly Hills, parlando con alcuni artisti neri che ce l’hanno fatta. Uno continuava a ringraziarmi per quello che avevo fatto, perché gli avevo dato tanto. Allora mi sono guardato intorno, e gli ho detto ‘Quello in cui metti passione è svegliati la mattina e discutere al telefono con il tuo agente. Io invece la mattina mi sveglio e chiamo Nelson Mandela’”. È molto critico anche verso il capitalismo finanziario (“la libera impresa sta falling down”, dice), e del sogno americano “che sembra ormai solo far soldi. Ma come le altre civilizzazioni, egizi, romani, greci eccetera, anche quella americana finirà”. Quando qualcuno chiede se, specie con le news in televisione 24 ore su 24 ci stanno rincoglionendo di informazioni irrilevanti, lui risponde con un lungo discorso che in sintesi si può riassumere con “signora, ma noi abbiamo il potere, possiamo ad esempio spegnere la televisione, e dobbiamo esercitare questo potere per cambiare le cose”.

In tutto ciò c’è anche una vena di inguaribile ottimismo, come dice anche in una delle ultime scene del film, “vivo in uno stato di perpetuo ottimismo”. È questa probabilmente una spinta per continuare a lottare: “Non credo che abbiamo mai perso una battaglia sul fronte dei diritti civili. Non abbiamo vinto la guerra, perché la stiamo ancora combattendo”. Belafonte per esempio la combatte continuando, alla sua età, a lavorare per una union, un sindacato, un altro dei costanti impegni della sua vita. Con la citazione a occupy movement, che ha avuto il ruolo di far risorgere e tenere viva questa battaglia, si guadagna il vigoroso applauso di una parte della platea: infatti a New Haven è presente uno degli ultimi avamposti del movimento, con alcune tende piantate nel centro della città da quasi sei mesi e proprio in questi giorni a rischio di sgombero (en passant, il diritto di restare o meno è discusso più in aula di tribunale che in piazza, con batti e ribatti tra avvocati del movimento e della città). (nel frattempo sgombrato)

In Sing your song emergono anche immagini mitiche per quanto riguarda il lato artistico della vita di Belafonte, come i primi concerti e apparizioni al grande pubblico americano della compianta Miriam Makeba, che lo stesso Belafonte ebbe il merito di promuovere da questa parte dell’Oceano, o una quantità di deliziosi sketch-canzoni con bambini o adolescenti. Rivedere le e apparizioni televisive nei più disparati programmi della televisione americana anni cinquanta e sessanta a distanza di così tanto tempo può far dimenticare quanto fosse scandaloso – e “rivoluzionario” – che un performer nero fosse così presente e cantasse, in alcuni casi addirittura toccasse, artisti bianchi. Un film questo, prodotto da HBO e dalla Belafonte Enterprise per la regia di Susanne Rostock e presentato a Sundance lo scorso anno, che varrebbe la pena far circolare anche in Italia.

Più o meno mentre Belafonte si confrontava con il pubblico alla Yale University, poco lontano, ad Harford, la capitale del Connecticut, il parlamento del piccolo stato americano faceva un passo decisivo verso l’abolizione della pena di morte, aggiungendosi al manipoli di sedici stati in cui questa decisione è già stata presa – e in questa zona, nel nord-est democratico e tendenzialmente progressista, rimarrebbe solo il New Hampshire ad avere ancora la pena capitale. Ma soprattutto, in Florida veniva arrestato George Zimmerman, l’omicida di Trayvon Martin, il giovane nero che ormai tre settimane fa osò avvicinarsi ad una gated community vestendo una hoodie (una felpa col cappuccio). Due buone notizie, ma anche sintomo che negli Stati Uniti c’è ancora molto da fare. “Con perpetuo ottimismo”, naturalmente.

Per Alias, sabato 21 aprile 2012. in pdf: Alias_Belafonte a Yale


La spasmodica attesa del sorprendente album

mi ricordo la scena. Eravamo davanti ad un locale di San Lorenzo, il Mads, dentro suonavano, o stavano per, i Jacqueries, simpatica band romana. In piedi, ai lati del locali, proprio davanti alla porta secondaria di un trattoria, un mio amico e un tizio indievestito ascoltano molto presi qualcosa proveniente da un iPod o simili. Mi racconta poi, questo mio amico, tutto entusiasta, che quello in piedi ha un progetto, si chiama I Cani, ad aprile dovrebbe uscire il disco, per ora mi ha fatto sentire qualche pezzo e si trovano su soundcloud. Scetticismo. Ma il mio amico non è proprio il tipo che si entusiasma per nulla, anzi. Qualche giorno dopo mi manda l’ascoltabile, ed è stupefacente. Era fine novembre, ma mi sembra passata una vita, tale l’attesa spasmodica, i nuovi pezzi forniti centellinati e ascoltati decine di volte, il passaggio su Radio DeeJay ascoltato con sorpresa (ma neanche troppa) e gioia, aprile che diventa giugno… e insomma, per farla breve, il 3 giugno esce l’album de I Cani, si intitola con una buona dose di autoironia “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”, e c’è bisogno che dica che è il miglior album italiano del 2011?

Se non ci credete, ascoltare qui, qui o qui.


Mark Ronson, gentlemen tutto soul vintage

Lo definirebbero «uomo d’altri tempi», gentilissimo e timido nel porsi alla carta stampata quanto arrembante sul palco. Mark Ronson ha l’aria da ragazzino, eppure in questi 35 anni di vita di cose ne ha fatte: cantante, musicista, produttore, e lontano nel tempo dj da 50 dollari a serata nei club di New York. Ormai l’artista inglese viaggia su alti livelli, e come producer a lapage ha messo le mani in pasta su dischi di Lily Allen, Robbie Allen, Kaiser Chief e (dicono) abbia fatto meraviglie nel disco dell’imminente ritorno dei Duran Duran. Certo che il suo capolavoro è «l’unione di forze» con quella pazza di Amy Winehouse su Back to black vero capolavoro soul vintage del decennio, che per non smentirsi ha rotto con lui «licenziandolo» via- Twitter. Ma lui – da perfetto gentlemen – si trincera dietro un generico «è stato un piacere lavorare con tutti gli artisti che ho prodotto, ho solo buone esperienze».
Ronson è passato nelle scorse settimane a Roma per promuovere il suo nuovo disco, Record Collection (Sony), disco come sua consuetudine profondamente eterogeneo (anche se va detto, meno incisivo del precedessore Version), piuttosto eighties, con forti venature hip hop. «Siamo andati in studio nel luglio 2009, non avevo un’idea molto forte di cosa volevo fare, ma sapevo assolutamente cosa non volevo fare: un album di cover. Poi lavorando con i Duran Duran ho ascoltato pezzi anni ’70 e ’80, e ho pensato che sarebbe stato inte- ressante combinare quel sound con quello che fa la mia band. È stato molto rilassante, in tre settimane, dalla confusione è uscito qualcosa di solido. Prima abbiamo inciso le basi e poi abbiamo convocato gli artisti a cui spiegavamo quello che volevamo ottenere. A parte alcuni, come Boy George (Somebody to love me è la co- sa migliore fatta dall’ex Culture Club da molti anni a questa parte ndr), da cui siamo andati con idee chiare».
Al disco infatti hanno collaborato Simon Le Bon, Kyle Falconer, D’Angelo, Rose Elinor Dougall dei The Pipet- tes, Jonathan Pierce dei The Drums, e diversi altri. Il titolo è un omaggio colorato e rumoroso alla musica analogica, ai records appunto. Una reminescenza della sua cultura da dj: «Lavoro con la musica digitale, e sono contento così, ma quando ascolto musica a casa metto su un bel disco, ho una collezione di 5 mila pezzi. Mi piace, anche se può sembrare antiquato».
Sul palco è uno spettacolo anche se preferisce non esporsi troppo: diri- ge i lavori, suona, urla, canta, batte le bacchette violentemente sulla batteria elettronica, introduce e incita i cantanti che si avvicendano al microfoni. Poi, a metà concerto, entra in scena un laptop e si mette a mixare «come facevo a metà anni novanta a New York». Una grande varietà di suoni, un’esperienza molteplice: il pubblico del centro sociale Brancaleone di Roma – locale strapieno – non è affatto rimasto deluso.

Il Manifesto, 23/12/2010


Le meraviglie del cyber-cuore

A Budapest le ultime frontiere dell’elettronica. La diciottesima edizione della rassegna ungherese ha schierato Chapilier Fou, Young Punx e zZz. Li abbiamo incontrati.

Declinare la musica elettronica (e annessi e connessi) non è facile, e lo sviluppo del genere in questi anni Zero ha portato a piani e commistioni sempre più arditi. Chi segue questo tipo di musica cerca di districarsi nella miriadi di modelli, tipi, variazioni, nomi – alcuni fantasiosi – che vengono trovati per definire questa o quella tendenza. Leggere i cartelloni dei festival esti- vi, i grandi raduni musicali dove migliaia di giovani e non più giovani si ritrovano, è sicuramente un buon esercizio per fare il punto sull’elettronica presente e futura. Lo Sziget Festival in questo senso non fa eccezione. Giunto quest’anno alla maggiore età, per la diciottesima edizione del raduno che si svolge sull’isola di Obuda di Budapest è andata in scena la consueta varietà di generi e eterogeneità del programma. E si è vissuto in quella sorta di mondo parallelo che si crea per una setti- mana, completamente fuori dalle convenzioni della vita «normale»: quest’anno si potevano addirittura usare card prepagata e cellulari marcati Sziget, come dire che il mondo là fuori è un’altra cosa. Tra musica etnica, rock, metal e un’infi-nità di altri generi, due palchi sono dedicati esclusivamente all’elettronica, e filiazioni varie: Party Arena e la notturna Meduza. Si tratta come detto soprattutto di commistioni, generi mischiati insieme. Sulpalco della Party Arena si sono esibiti artisti come Dj Shadow, Si- mian Mobile Disco, ma anche i Gothan Project, il vocalist Calvin Harris e via dicendo, mentre al Meduza si sono visti tra gli altri i belgi Aeroplane che, tra le altre cose, remixano anche canzoni pop italiane anni Settanta. Allora per capirci qualcosa di più vale la pena parlare con qualche protagonista. «Quando mi chiedono che musica faccio non so proprio cosa rispondere», racconta Louis Warynski , alias Chapelier Fou, nel camerino del Budapest Jazz Club-Amphitheatrum Stage, un palco – dove teoricamente si fa jazz – a disposizione di un musicista dalle forti tinte elettroniche e dalla salda formazione classica, uno che insegna solfeggio e che dichiara fondamentali compositori come Ravel, Debussy… «Talvolta gli artisti giocano un po’ sul fatto di non sapere identificare in un gene- re la loro musica, ma nel mio caso è davvero cosi, faccio quello che posso, senza categorizzare, so che però violino e musica elettronica sono sicuramente molto importanti per me». Ma allora dove si esibisce un artista così poliedrico? Club, discoteche, concerti di che tipo? «Effettivamente suono ovunque. Ho aperto concerti di artisti diversissimi tra loro, da artisti france- si come Wax Tailor a musicisti elettronici o jazz (come qui a Buda- pest), ma anche musicisti classici. Penso sia bello non restare incate- nati a un genere, o almeno io prefe- risco così, ma questo non cambia la musica che faccio». Il palco A38-wan2 dello Sziget è invece quello generalmente dedicato alla musica «indie», ma non è un assunto visto che quest’anno ci hanno suonato ad esempio i Bad Religion. An- che su questo palco la commistione è all’ordine del giorno. «Il nostro secondo album Running with the Beast – raccontano gli olandesi zZz -, ha qualche canzone che vira verso la new wave, come Angel, ma quando suoniamo dal vivo improvvisiamo molto e allora sì che diventiamo new wave, addirittura sperimentiamo paesaggi sonori dark. E poi amiamo le connessioni con il garage rock e la dance». Ma al duo olandese piace giocare con i generi a partire dal nome. Björn Ottenheim racconta che il loro nome è da intendersi come «Jazz senza J e senza A» e che il suo- no del gruppo nasce grazie alla «combinazione di una batteria e un organo fatto suonare con un vecchio amplificatore Variosound (clone di un Italian Lesley)». Suono che pian piano si evol- ve, e quando li si ascolta si viene sommersi da un ventaglio incredibile di note: «Abbiamo diver- se influenze, che cambiano a secondo del perio- do e del nostro mood. Ascoltiamo un sacco di musica. È difficile capire quali siano le più im- portanti. Una cosa sicuramente devono averla le nostre canzoni: devono essere sensuali». A sinistra i londinesi Young Punx, qui sopra gli olandesi zZz e in alto a destra il francese Chapelier Fou Gli Young Punx, invece, hanno suonato sul Main Stage – l’immenso palco principale dove si sono esi- biti, tra gli altri, Iron Maiden, Muse, Madness, The Specials e, per tornare a qualcosa di più elettronico, i Faithless. Capire lo stile di que- sto gruppo/collettivo inglese è ve- ramente complicato, ma dare defi- nizioni non sembra certo essere una delle loro priorità o necessità: «Vogliamo che tutti quelli che suonano con noi portino il loro stile. Cerchiamo di mescolare persone con background musicali diversi, e tutti hanno qualcosa di diverso da dare alla creazione del nostro ’party’. Questa è, se ci pensi, un’evoluzione dell’estetica della mash-up culture (tecnica musicale in cui si miscelano due o più canzoni, ndr), ma può essere grandioso vedere cosa succede se, per esempio, met- ti nello stesso pezzo un cantante cubano, un chitarrista metal e un batterista d’n’b. Li spinge a suona- re in maniera non usuale, e spesso questo evidenzia le somiglianze tra diversi generi piuttosto che le differenze». Gli Young Punx vanno e vengono, sono un collettivo in con- tinua evoluzione: «Siamo un po’ co- me una palla di neve che rotola giù dalla montagna e diventa sempre più grande. Continuiamo a chiamare altre persone per unirsi alla gang! Non ci sono regole fisse su chi si unisce a noi e chi no. Qualcu- no rimane un paio di canzoni, o per un album intero, un tour, qualunque cosa. Si tratta solo di trovare persone divertenti e che possa- no mettere la loro personalità musicale nel progetto. Ci divertiamo molto sul palco e il feeling con il pubblico è fondamentale, ma chiaramente lavoriamo anche un sac- co, oggi l’industria musicale ha molti problemi e fare questo mestiere può diventare anche stressante. Ma è divertente». Con gli Young Punx c’è spazio anche per parlare di altro, come della loro città, Londra, una volta «mecca» della musica di ogni genere e oggi sempre meno attenta alle esigenze musicali, specie quelle dal vivo, è di pochi mesi fa la notizia della distruzione dell’Astoria (per far posto all’ennesima stazione ferroviaria, in pieno centro), uno dei luoghi simbolo del rock londinese, dove decine di artisti hanno registrato live: «Londra è ancora al centro della creazione di nuovi suoni. Sembra come se la musica evolva verso qualcosa di nuovo ogni cinque mesi, e questo è molto eccitante. Ma certo ci sono problemi con i locali e i luoghi do- ve suonare. Molti club stanno chiu- dendo. In realtà presto non ne ri- marrà nessuno davvero importante. È un po’ triste, ma il fatto è che Londra guarda sempre avanti, c’è sempre qualcosa di nuovo. Per noi non è mai un gran problema la- sciarsi il passato alle spalle». E gli Young Punx corrono come Londra, cambiano faccia e suono sempre, mantenendo una forte identità elettronica. Perfetta meta- fora di cosa possa essere oggi la musica elettronica.

Alias, 2 ottobre 2010 (qui sotto la pagina).

Sziget 2010


La punto con guida a destra e Feelin good dei Faithless

Quello qui sopra è il video promozionale della FIAT in Gran Bretagna con il nuovo singolo dei Faithless che, si capisce, è notevole. La band spiega qui perché insomma va bene fare una cosa del genere.

(grazie a Edoardo “pop” L.)


Patty Pravo e un concerto targato Enel

«Sarò presente per fare musica, cioè il mio lavoro; la musica trascende il tempo e il contingente, non ha né colori né ideologie, ed è per tutti. Offro la mia arte a chi la vuole, senza prendere tessere di partito e senza “schierarmi” a favore o contro, in questo caso canterò per chi verrà al concerto». E chi avrà mai pronunciato queste parole? Forse Rod Steward o Julio Iglesias, che in passato hanno suonato per la famiglia Karimov, quella che comanda in modo piuttosto dittatoriale l’Uzbekistan? O forse qualche artista ospitato nei festini organizzati a Villa Certosa? Niente di tutto ciò, a parlare è Nicoletta Strambelli, più conosciuta come Patty Pravo, l’ex Ragazza del Piper oggi “Ragazza dell’Enel”. Già perché il motivo del contendere è proprio il concerto di sabato sera a Cerano (Brindisi) in una centrale a carbone, la Federico II, dove l’Ente Nazionale Energia eLettrica organizza una tappa della manifestazione itinerante Correnti Musicali. E perché mai c’è bisogno di spendere cotante parole per un concerto? Perché Patty Pravo suonerà in Puglia dopo una rinuncia a suonare, quella del più sensibile Simone Cristicchi, e molto polemiche. Alcuni cittadini della zona infatti, probabilmente poco soggetti a farsi abbindolare da qualche nome altisonante offerto senza bisogno di pagare biglietto, hanno provato a ricordare agli artisti coinvolti cosa significa vivere vicino a una centrale che immette nell’atmosfera grandi quantità di Co2 e inquina tutta l’area circostante. Nel comunicato firmato, tra gli altri, da Italia Nostra, Legambiente, WWF Brindisi, si parla di «effetti a lungo termine come i tumori, le malformazioni, le allergie nei bambini e le malattie da accumulo di metalli pesanti» e l’associazione No al carbone Brindisi ha scritto direttamente a Irene Grandi, l’altra ospite del concerto, ricordandole i dati dell’Ant (Associazione Nazionale Tumori) che parlano di 469 decessi e 411 nuovi nuovi malati da assistere nella zona. L’impianto suscita preoccupazione e denuncie da anni: secondo la Legambiente sarebbe al primo posto tra le centrali a maggiore emissione di Co2 (ben oltre i limiti europei), mentre il WWF nel documento Dirty Thirty del maggio 2007 ha classificato l’impianto come la venticinquesima peggiore centrale d’Europa, sempre in termini di emissioni di Co2. L’Enel naturalmente si difende e sostiene di essere in regola, citando i diversi dati dell’Arpa (l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambiente).
E se per Patty Pravo il boicottaggio propio non ha senso (« noi cantanti non riusciamo neppure ad imporre una giusta quota Iva sui cd come possiamo alzare la voce per sostenere il vostro pensiero, e per far chiudere una centrale Enel?»), non tutti gradiscono questo gigante da 270 ettari, e si sono organizzati per protestare contro il concerto, spalleggiati dai salentini Sud Sound System e da altri gruppi musicali. Cristicchi gli ha dato ascolto, dichiarando che «le condizioni attuali riscontrate, non permettono di esibirmi con la necessaria tranquillità d’animo», non lo faranno Irene Grandi e Patty Pravo. Sicuramente però sentiranno le vuvuzelas dei brindisini decisi ad accoglierli fuori dalla centrale per protestare, come fecero lo scorso anno armati di fischietti mentre Renzo Arbore e Arisia si esibivano sul palco contestato. Il concerto insomma si terrà, e allora, oltre a protestare, non rimane che ironizzare: sulla pagina fan di Facebook di Irene Grandi qualcuno ha scritto, riferendosi all’evento di sabato, “Ingresso gratuito inalazione obbligatoria”.

per Il Fatto Quotidiano 5/8/2010 (lì qualche riga più corto)