Archivi categoria: politica

In marcia per Sacco & Vanzetti

1927-2015. Anche quest’anno Boston ha ricordato i due anarchici uccisi sulla sedia elettrica, tracciando un parallelo tra gli italiani di allora e gli immigrati di oggi. Perché la loro vicenda racchiude più lotte

IMG_3179

Il 23 ago­sto del 1927 Sacco e Van­zetti furono uccisi sulla sedia elet­trica nella pri­gione di un sob­borgo di Boston. Da dieci anni, anche in que­sta grande città ame­ri­cana del nord est, si tiene una mani­fe­sta­zione che li ricorda e com­me­mora. «Di solito siamo di più – rac­conta Ser­gio Reyes, uno degli orga­niz­za­tori della gior­nata – pro­ba­bil­mente è il tempo». Il 23 ago­sto del 2015, dome­nica scorsa, si pre­senta infatti con una piog­ge­rel­lina fitta e una neb­bia bassa, deci­sa­mente non un invito a scen­dere in piazza.

Il con­cen­tra­mento della mani­fe­sta­zione è pro­prio nel cen­tro della città, in quel Boston Com­mon che è un grande parco pieno di sto­ria, da accam­pa­mento dei sol­dati inglesi prima della rivo­lu­zione fino alle pro­te­ste con­tro la guerra in Viet­nam degli anni Ses­santa, e dove si radunò anche la folla che in quell’agosto del 1927 tentò di farsi sen­tire una volta di più con­tro la con­danna. Da qui par­tono anche i tour della città con­dotti da per­so­nale vestito come ai tempi della rivo­lu­zione, che per tutta la gior­nata fanno un po’ da con­tral­tare alla mar­cia di anar­chici e mili­tanti di varie sigle che pro­pon­gono una sto­ria non neces­sa­ria­mente “uffi­cia­liz­zata” dalle istituzioni.

La mani­fe­sta­zione infatti, orga­niz­zata oltre che dalla Sacco and Van­zetti Com­me­mo­ra­tion Society anche da altri gruppi come Black Rose, Encuentro5 e gli Indu­strial Wor­kers of the World (i glo­riosi Wob­blies), si snoda per le vie del cen­tro attra­ver­sando le strade della rivo­lu­zione fino a con­clu­dersi nel cuore del North End, la zona italo-americana della città, sotto gli occhi con­fusi dei turi­sti e quelli scon­cer­tati di qual­che ben­pen­sante dal por­ta­fo­glio pieno (que­sta è una delle zone più ric­che del paese).

 

IMG_3182

«Gli ita­liani di ieri – dice Reyes dal micro­fono davanti alla pic­cola folla che si è radu­nata – sono i lati­nos di oggi. Ecco per­ché anche se molti di noi non sono ita­liani o anar­chici, è impor­tante essere qui». Ed ecco per­ché il legame tra immi­gra­zione di oggi e di allora deve essere così forte, anche gra­zie alla pre­senza, per la prima volta quest’anno, della Boston Banda de Paz El Sal­va­dor, una vivace ensem­ble di immi­grati che accom­pa­gna il cor­teo. «Quest’anno è il decimo anno – rac­conta sem­pre Reyes –. È comin­ciata come ini­zia­tiva dei Young Anar­chist, che sin dall’inizio hanno lavo­rato con i movi­menti che si bat­tono per i diritti dei lavo­ra­tori e dei migranti, in par­ti­co­lare della May day coa­li­tion. Il primo anno il cor­teo, com­po­sto da circa 2000 per­sone, è andato fino al cimi­tero di Forest Hill, dove Sacco e Van­zetti furono cre­mati. Poi l’anno dopo, nel 2007 per l’ottantesimo anni­ver­sa­rio, siamo diven­tati una society, e da allora il cor­teo si tiene ogni anno intorno a que­sta data».

Quello di Sacco e Van­zetti è un caso emble­ma­tico, anche se all’epoca non man­ca­rono molti altri casi di ucci­sioni di comu­ni­sti e anar­chici ita­liani (come lo stesso Andrea Sal­sedo, amico dei due, “sui­ci­dato” dall’Fbi nel 1920), che qui anar­chici hanno comin­ciato a volare dalle fine­stre ben prima di Pinelli.

Gli ita­liani, spe­cie i meri­dio­nali, furono anche lin­ciati al pari dei neri fino a pochi anni prima, come ha rac­con­tato Enrico Dea­glio nel suo recente libro Sto­ria vera e ter­ri­bile tra Sici­lia e Ame­rica, e una delle chiavi di let­tura della vicenda dei due anar­chici uccisi a Boston è pro­prio quella di vederla come una sorta di lin­ciag­gio isti­tu­zio­na­liz­zato, in un’epoca in cui gli Stati Uniti sta­vano final­mente comin­ciando a pren­dere coscienza di que­sta pra­tica bru­tale e fino ad allora ampia­mente tol­le­IMG_3189rata dalle autorità.

Ma quello di Sacco e Van­zetti è diven­tato un caso emble­ma­tico non solo per il cla­more media­tico che suscitò allora e nei decenni a seguire, ma anche per­ché con­ti­nua a inter­cet­tare una serie di tema­ti­che asso­lu­ta­mente pre­senti nella società ame­ri­cana e no. «È una vicenda che rac­chiude una serie di lotte – con­ti­nua Reyes – dalle lotte per i diritti degli immi­grati, quanto mai attuali oggi negli Stati Uniti, a quelle con­tro la pena di morte (viene infatti ricor­dato dal palco che il Con­nec­ti­cut ha recen­te­mente dichia­rato inco­sti­tu­zio­nale que­sta pra­tica), fino a quella con­tro gli abusi degli appa­rati gover­na­tivi. Da sem­pre la mar­cia ha que­ste caratteristiche».

Reyes rac­conta come dieci anni fa la mani­fe­sta­zione partì dal North End, pro­prio dalla strada dove si tro­vava l’impresa di pompe fune­bri che si occupò delle salme dei due e dove aveva sede il Sacco-Vanzetti Defense Com­mit­tee «e pro­prio lì, dove si tro­vava il comi­tato, di recente abbiamo fatto met­tere una targa».
Come molte Lit­tle Italy degli Stati Uniti anche que­sta è soprat­tutto una zona turi­stica dove si met­tono in mostra (e soprat­tutto in ven­dita) scam­poli di iden­tità ita­liana. Una volta era molto diverso: «Sacco e Van­zetti veni­vano qui, ave­vano amici e com­pa­gni». Oggi invece le comu­nità italo-americane sono lar­ga­mente con­ser­va­trici e poco inte­res­sate all’eredità dei mili­tanti anar­chici e comu­ni­sti dell’epoca: «Alcuni anni fa siamo riu­sciti a orga­niz­zare una lezione di Howard Zinn su Sacco e Van­zetti insiePer Sacco e Vanzetti 27 agosto 2015me alla Dante Ali­ghieri Society, ma per il resto non c’è molto inte­resse da parte della comu­nità italo-americana».

Il quar­tiere, pro­prio in que­sti giorni, pre­para le varie feste dei santi che si ten­gono in que­sto periodo, dove abbon­dano cibo fritto e ita­lia­nità ven­duta un tot al chilo. Sui muri, tar­ghe ricor­dano poli­ziotti italo-americani e mem­bri di que­sta o quell’istituzione gover­na­tiva, oltre ai caduti per le guerre della nuova patria. Una grande sta­tua della glo­ria locale, il pugile Tony Demarco (ancora vivo e vegeto), cam­peg­gia all’ingresso del North End. «Il nostro obiet­tivo – con­clude Reyes – sarebbe pro­prio quello di fare un monu­mento a Sacco e Van­zetti, qui nel quartiere».
Uscito su Il Manifesto del 26 agosto 2015.


Un nuovo vello d’oro, “Petrolio”

Il 6 e 7 marzo si è tenuta all’università di Yale la con­fe­renza «The Legacy of Pier Paolo Paso­lini», che ho organizzato insieme a Karen Raizen per il qua­ran­ten­nale della morte di Paso­lini. All’evento hanno par­te­ci­pato stu­diosi, soprat­tutto gio­vani, euro­pei e ame­ri­cani, man­te­nendo un approc­cio for­te­mente inter­di­sci­pli­nare e non agio­gra­fico, volto soprat­tutto a recu­pe­rare il Paso­lini meno stu­diato e a pro­ble­ma­tiz­zarlo all’interno dei pro­cessi cul­tu­rali ita­liani di allora e di oggi (qui per mag­giori infor­ma­zioni). Quello che riporto qui sotto è parte del key­note speech di Karen Pin­kus, pro­fes­so­ressa a Cor­nell Uni­ver­sity e autrice di diversi testi sulla cul­tura ita­liana e non solo, e in pas­sato anche col­la­bo­ra­trice del manifesto. L’articolo è appunto uscito su Alias/Il Manifesto il 14 marzo, da me tradotto. In fondo il pdf. 

ppp_NYDa quando, nel 2000, il ter­mine antro­po­cene è stato uffi­cial­mente intro­dotto dal fisico Paul Cru­tzen per descri­vere la nostra nuova epoca geo­lo­gica, come sot­to­ca­te­go­ria dell’olocene e del qua­ter­na­rio, è diven­tato moneta sonante per gli studi uma­ni­stici, forse usato anche per riven­dere vec­chie idee incar­tate in carta nuova, ma anche per pro­vare a pen­sare ad una sto­ria al di là della nostra com­pren­sione, per nego­ziare – in qual­che modo lon­ta­na­mente – con il potere umano di inter­ve­nire nel tempo geo­lo­gico.

Negli ultimi tempi sono apparsi, anche in Ita­lia, diversi lavori di un nuovo genere che potremmo chia­mare «nar­ra­tiva sul cam­bia­mento cli­ma­tico». La mag­gior parte di que­sti testi usano tec­ni­che lin­gui­sti­che e nar­ra­tive con­ven­zio­nale, anche quando sono ambien­tate in un futuro disto­pico. Paso­lini anti­cipa pro­fon­da­mente l’antropocene nel suo lavoro non finito Petro­lio, che deriva il titolo pre­ci­sa­mente da uno dei due prin­ci­pali com­bu­sti­bili fos­sili.

Paso­lini per l’antropocene dun­que: avant la let­tre – dato che l’idea di cam­bia­mento cli­ma­tico non era in cir­co­la­zione quarant’anni fa – assu­mendo, come voglio fare, che vada fatta una chiara distin­zione tra le par­ti­co­la­rità della velo­cità in cui si stanno con­cen­trando i gas serra e le que­stioni più gene­rali sulla degra­da­zione ambien­tale che, per quanto pos­sano essere mal­va­gie, man­cano di quell’insondabile tem­po­ra­lità e glo­ba­lità con cui abbiamo a che fare adesso.

Paso­lini per l’antropocene, mal­gré lui, date le sue cri­ti­che al con­for­mi­smo delle mode – acca­de­mi­che e non; e con l’idea che un certo tipo di eco­lo­gi­smo possa essere sog­getto a falsa tol­le­ranza o reso sino­nimo di «vita» (si pensi alla sua abiura pub­bli­cata alcuni mesi prima della morte), Paso­lini per l’antropocene nella misura in cui include e disfa le pro­prie limi­ta­zioni nar­ra­tive. Rife­ri­menti mito­lo­gici e nar­ra­zioni rea­li­ste si mesco­lano flui­da­mente nelle note sugli argo­nauti del Petro­lio di Paso­lini. La nota 54 si inti­tola infatti «Il viag­gio reale nel Medio Oriente» e rac­conta i det­ta­gli degli inve­sti­menti fal­liti in Marocco di una delle sus­si­dia­rie dell’Eni. La prosa è un mix di poe­ti­che orfi­che, sogni, descri­zioni erotiche-esotiche del deserto, e lin­guag­gio buro­cra­tico. Sarebbe impos­si­bile pro­vare a sepa­rare que­sti diversi tipi di regi­stri: vanno visti tutti insieme per­ché la ricerca del petro­lio, nell’opera di Paso­lini, è tanto poe­tica quanto è geo­fi­sica o geo­po­li­tica. Nelle note sugli argo­nauti di Petro­lio alcuni pas­saggi, corti e fram­men­tati, del testo ita­liano sono seguiti da paren­tesi che con­ten­gono le parole: «testo greco». Paso­lini avrebbe cer­ta­mente potuto scri­vere egli stesso del testo in greco, se non da solo con l’aiuto di qual­che amico clas­si­ci­sta. Ma è pre­ci­sa­mente per­ché il testo non è (ancora) leg­gi­bile, che è real­mente sim­bo­lico del suo intero lavoro. Come quando scrive, «La mia deci­sione: che è quella non di scri­vere una sto­ria, ma di costruire una forma (…) forma con­si­stente sem­pli­ce­mente in ‘qual­cosa di scritto’. Non nego che cer­ta­mente la cosa migliore sarebbe stata inven­tare addi­rit­tura un alfa­beto, magari di carat­tere ideo­gra­fico e gero­gli­fico, e stam­pare l’intero libro così» (appunto 37). La lin­gua, illeg­gi­bile a tutti a parte che al suo autore, avrebbe appros­si­mato il più rigo­ro­sa­mente ad una forma senza con­te­nuto, ma, come egli stesso spiega, il suo carat­tere (o potremmo dire il suo uma­ni­smo) l’ha costretto ad evi­tare tali misure estreme.

Tut­ta­via Petro­lio, con le note in greco che appa­iono come una pre­senza, deve per ora rima­nere una forma di discorso. Come l’autore lamenta, non è nep­pure un oggetto di tran­si­zione. Il deserto siriano e le col­line libi­che sem­brano l’Italia cen­trale (nean­che Napoli o la Sici­lia). E poi appena Paso­lini descrive la pri­ma­vera medio­rien­tale, Carlo (il pro­ta­go­ni­sta, o meglio uno dei pro­ta­go­ni­sti di Petro­lio) arriva in una gelida Mal­pensa. Il let­tore è costretto a fare una tran­si­zione, dalle ripe­tute sodo­mie e dai demoni, dal deserto ricco di demoni, alle lotte poli­ti­che di Milano. Mi pare sia diven­tato neces­sa­rio leg­gere que­sti dislo­ca­menti geo­gra­fici e tonali non come schizzi che in futuro diver­ranno logici attra­verso una prosa tran­si­zio­nale, ma piut­to­sto come ver­ti­gi­nosi movi­menti che ci for­zano ad abban­do­nare i con­fini sta­bili degli stati-nazione pro­dut­tori d’energia in favore di una vita sot­ter­ra­nea sen­suale e scia­mante. I com­bu­sti­bili che cir­co­lano sot­to­terra in Petro­lio sono vivi, nel pas­sato e nel pre­sente, come divi­nità pri­mor­diali.

Il petro­lio è il moderno vello d’oro, non sol­tanto nel più ovvio senso meta­fo­rico, ma molto più pro­fon­da­mente, dato che Paso­lini non può (ancora) farne il solo sog­getto del libro, come sem­bre­rebbe impe­gna­tosi nel titolo e nell’eliminare tutta la prosa e la poe­sia, tutto il testo che verrà e che potrebbe dare una spe­ci­fica tra­iet­to­ria nar­ra­tiva. Non può finire il suo lavoro, per­ché Petro­lio non è sem­pli­ce­mente un altro dei suoi lavori. È la (sua) vita. Se lo avesse finito, sarebbe stato con­su­mato, come i com­bu­sti­bili. Ciò che rende Petro­lio così tem­pe­stivo, oggi, nell’antropocene, è pre­ci­sa­mente il suo essere così pro­fon­da­mente legato all’idea di scrit­tura come poten­zia­lità. Le scelte – ancora da fare – i testi che ver­ranno – non sapremo mai se Paso­lini li avrebbe lasciati nel testo o eli­mi­nati o avrebbe aspor­tato qual­cuna delle ambi­guità – que­sto è ciò che rende il testo vivo e aperto a diversi futuri a cui un romanzo con­ven­zio­nale, messo al mondo dal suo autore, non potrebbe mai avvi­ci­narsi. Petro­lio incarna un’idea di futuro – non un futuro ripro­dut­tivo e etero-normativo, ma un’altra tem­po­ra­lità, un mes­sia­ni­smo queer, forse, pre­ci­sa­mente nella sua resi­stenza – o dovremmo dire fal­li­mento – di fis­sare sulla pagina quel tipo di scelte nar­ra­tive omni­com­pren­sive che non per­met­tono ripen­sa­menti. E anche se scri­veva prima di una gene­rale con­sa­pe­vo­lezza del cam­bia­mento cli­ma­tico in tutta la sua spe­ci­fi­cità, cioè, non solo una crisi di inqui­na­mento, di spaz­za­tura, di cica­trici sulla super­fi­cie della terra o rifiuti nucleari, insomma prima di un tempo come il nostro in cui l’emissione di gas per­fet­ta­mente natu­rali e invi­si­bili da sotto la super­fi­cie fin nell’atmosfera si veri­fica ad un ritmo molto più veloce di quella per­fet­ta­mente natu­rale – in un certo senso, quindi, una crisi di tem­po­ra­lità più che di sostanza – in que­sto strano lavoro, letto in tutti i suoi disor­dini, met­tendo insieme alchi­mia, petro­lio, lascivi spi­riti fem­mi­nili che erut­tano dai sot­ter­ra­nei popo­lati da demoni– solo così comin­ciamo ad approc­ciare, senza mai rag­giun­gerla, una lin­gua ade­guata ai nostri tempi. (Tra­du­zione di Luca Peretti)

Karen Pinkus alias-del-14-marzo-2015


I rituali stanchi della sinistra italiana  

Il Teatro Vittoria è un bel teatro nel bel quartiere ex popolare Testaccio. In una Roma afosa e poco affollata si incontrano le varie, molteplici, non sempre concilianti e conciliate, anime de L’Altra Europa con Tsipras. Il teatro è pieno, sotto e sopra. La platea, età media piuttosto sopra i 50, qualche sparuto giovane. Sul palco lo stesso. Ogni 3 minuti scatta un applauso, tipo quelle serie tv con le risate automatiche. Basta alzare un attimo la voce, o dire una parola chiave, Gramsci, Berlinguer, Spinelli (Altiero), Borsellino, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte e che è ormai stabilmente entrato nel pantheon della sinistra (Che poi sarebbe anche l’anniversario del bombardamento su San Lorenzo, ma almeno quando sono lì nessuno ne parla). Quando entro, con qualche minuto di ritardo, c’è uno che legge, interrotto appunto da continui applausi, e con tono estremamente monocorde, un messaggio dello stesso Tsipras. È poi il turno di Spinelli (Barbara). Parla malissimo, è noiosa, monotona, pedante, ha l’aria di quella che sa tutto lei. Spara numeroso bordate contro Renzi, piuttosto piatte. Parla per slogan. Dice poi che bisogna stare uniti (lei, che ha quasi mandato a mare tutto), che bisogna impegnarsi a dare un lavoro stabile e duraturo ai giovani (lei, che il lavoro lo ha tolto ad un giovane), racconta qualche storiella poco rilevante, o di una banalità sconvolgente – tipo “credo sia chiaro ormai che quando parlo di sinistra parlo di noi”, e giù applausi. Poi accenna all’immigrazione, chiede se c’è un gruppo sull’immigrazione nel corso della giornata (il pomeriggio infatti i partecipanti si sono divisi in gruppi di lavoro. La lista dei gruppi di lavoro è girata via email. Email che Spinelli ha letto?). Dice che i partecipanti di questo gruppo dovrebbero discutere un appello che lei ha scritto, e qualcuno le urla “beh potevi mandarcelo”. È difficile togliersi dalla testa che questa persona se ne stia isolata da chi l’ha eletta. Non un accenno, neppure velato, alla porcata che ha fatto. Autocritica, non ne parliamo. Nessuno l’ha fischiata, anzi. Almeno si è presentata in persona, a differenza di altre assemblee.

Poi ha parlato Marco Revelli, che è di un’altra statura intellettuale, e probabilmente pure morale. Inizia parlando di Borsellino, di come Rita, la sorella, voleva essere qui con noi ma se i mezzi tecnologici lo permetteranno si collegherà. Qui anche un collegamento skype non è scontato. Revelli poi continua dicendo che si era preparato una relazione lunga, che è circolata via mail (non pubblicamente sul sito, ci mancherebbe [EDIT Eccola online!]) ma che sarà breve. 55 minuti dopo, il pubblico comincia a rumoreggiare. Fa un caldo cane, sono previsti altri interventi ed un’intera giornata di lavoro, e Revelli pensa che vada bene così, avendo pochissimo rispetto per chi deve parlare dopo di lui, per il pubblico, pensando soprattutto di aver così tante cose da dire. La prolissità è davvero una malattia infantile della sinistra. Giustamente sottolinea, numeri alla mano, come il risultato della Lista sia stato la combinazione di una serie di esperienze, come Sel, Prc, Azione Civile (che sì, esiste ancora, e no, come ha detto un amico, non è il nome di un gruppuscolo neofascista) molti fuori dai partiti, e via dicendo. Ma poi parla solo lui, le altre esperienze possono aspettare.

E poi niente, me ne sono andato, che Revelli ancora parlava.

Ora non ho dubbi che invece adesso stiano succedendo cose bellissime, e che Revelli abbia chiuso il suo intervento alla grande. Sarò stato solo sfortunato io, era l’inizio dei lavori, ci vuole un po’ a carburare. Speravo però che, grazie ai potenti mezzi, twitter, sito, Facebook e via dicendo avrei potuto comunque seguire un po’, che ne so, che ci sarebbe stato un live tweeting, un hashtag, il sito aggiornato, se non altro con le dichiarazioni dei leader. O addirittura live streaming. Niente. Se uno digita “L’altra europa con Tsipras” su Google notizie non appare niente sull’assemblea di oggi. Poi ci si piange addosso che i media non parlano della lista, non so quanti editoriali, status, articoletti, cinguettii ho letto su questo. Dove sono le strategie comunicative? Dov’è la volontà di far sapere al mondo che cosa si sta facendo?

Una persona che, in un sabato mattina di luglio nell’afosa Roma, si fosse affacciato per un’oretta e mezzo nel bel Teatro Vittoria nel bel quartiere ex popolare Testaccio si sarebbe trovato davanti uno spettacolo triste, un rituale appassito di militanti (in gran parte) vecchi, stanchi, autoreferenziali, incapaci a comunicare. La questione non è lo sbarramento al 4 o all’8 per cento, è che deve cambiare proprio tutto.

[aggiornamento: sul sito ci sono ora le relazioni]


The Act of Killing, in scena il genocidio

[La scorsa settimana è uscito un mio dialogo con Joshua Oppenheimer (regista di The Act of Killing) per Pagina 99, un nuovo giornale che ha un settimanale culturale davvero molto ricco e  interessante. L’intervista che ho mandato al giornale era decisamente troppo lunga anche per gli standard di un settimanale con molto spazio, e quindi ne è stata fatta un’ottima sintesi. Quella che segue è la versione lunga, alla fine c’è il pdf di quanto uscito, se volete leggere solo la sintesi. Si parla non solo del film, ma del fare documentari in generale, di Obama, di comunisti, della CIA, di Indonesia etc.]

The Act of Killing, in scena il genocidio.
Joshua Oppenheimer| Conversazione con l’autore che ha portato sullo schermo i killer del massacro in Indonesia. Che hanno interpretato loro stessi

The Act of Killing è una delle novità più sconvolgenti e importanti dell’anno appena passato, un documentario sui generis sull’Indonesia di oggi e soprattutto sul suo passato ingombrante: a metà degli anni Sessanta almeno mezzo milione di “comunisti – categoria piuttosto labile alla quale ascrivere qualunque oppositore reale o presunto – vennero uccisi da gangster e soldati di Suharto. I perpetratori di quelli violenze immani, i carnefici, non sono mai stati puniti e camminano ancora indisturbati per le strade indonesiane. Non vi è mai stato un vero processo pubblico, non c’è stato neppure un vero cambio drastico di regime, visto che la democrazia indonesiana, come emerge bene nel film, non ha mai davvero tagliato i ponti con il passato. Il regista Joshua Oppenheimer, americano che vive all’estero e che ha alle spalle padrini importanti come Errol Morris e Werner Herzog, ha seguito alcuni di questi gangster, soprattutto uno, Anwar Congo, e gli ha fatto mettere in scena, in una sorta di metafilm, le violenze dell’epoca. Oppenheimer ha passato circa dieci anni in Indonesia, immergendosi a pieno nella cultura e nella storia locale. Quando parla del suo film, cerca ossessivamente le parole giuste, con pazienza e attenzione fuori dal comune anche per un regista molto consapevole del suo lavoro. Da mesi infatti va in giro a promuovere il film, e ha rilasciato decine di interviste. Lo abbiamo incontrato a New Haven, negli Stati Uniti, e poi intervistato via Skype. Visto la mole di interviste che ha già rilasciato, ci sono temi di cui parla spesso e che non compaiono in dettaglio in questa intervista: tra le cose principali, Oppenheimer è naturalmente ben consapevole delle responsabilità americane nell’eccidio indonesiano, e ha spesso ricordato come nessuno può davvero sentirsi assolto dato che la maggior parte dei vestiti che usiamo sono costruiti in paesi dove ci sono zero regole sul lavoro, in condizioni di semi-schiavitù. Inoltre, usa spesso una metafora per rendere l’idea di cosa sia significato per lui avvicinarsi alla realtà indonesiana: come piombare quarantanni dopo in una Germania dove i nazisti potessero vivere indisturbati e anzi avessero ancora ruoli pubblici.

Il tuo film sta avendo un grande impatto, nella società indonesiana e nel mondo del cinema, quello del documentario in particolare.

Per quanto riguarda l’Indonesia, credo che il fatto che il film smascheri il regime grazie agli stessi perpetratori renda le accuse innegabili: espone infatti l’impunità ad un livello allegorico e metaforico, o mitico, non come un j’accuse dall’esterno ma come uno smascheramento che arriva proprio dalle persone, e talvolta dalle istituzioni, che questa maschera l’hanno costruita. Loro ci fanno vedere come hanno costruito la storie che raccontano, e così vediamo non solo che sono fabbricate, ma anche il vuoto morale dal quale emergono. Per questo credo stia avendo un grande impatto in Indonesia [il film, mostrato decine di volte in giro per il paese e disponibile legalmente online, ha portato, tra le altre cose, a una discussione pubblica su almeno una parte dei fatti raccontati, ndr].

Il film resiste la nozione generica di documentario come medium per documentare la realtà esistente, spingendoci a chiederci quali siano le conseguenze etiche, politiche e filosofiche del distacco implicito nella posizione di chi documenta. Se riconosciamo questo, credo che che il film abbia la sua forza nel rivelare, come altri film anche hanno fatto, che si collabora sempre con le persone che si filma. L’atto stesso del filmare è un atto di invenzione, un atto di collaborazione con le persone che stai filmando e con cui stai inventando una nuova realtà. Questo processo performativo e collaborativo di invenzione della realtà inevitabilmente forza il regista di non-fiction a questionare cosa sta facendo. Credo quindi che far passare la creazione di circostanze con le persone che filmiamo come il semplice documentare una realtà pre-esistente limiti incredibilmente quello che facciamo. Il film invece rivela il cuore del fare documentari, quello che è sempre stato: la creazione di realtà con le persone che si filmano. Allora improvvisamente c’è davvero qualcosa di liberatorio…

Credo che nel tuo film l’approccio che anche Errol Morris ha, cioè il costruire una nuova realtà con le persone che si intervistano (un approccio davvero diverso dal cinema-veritè) sia davvero spinto ad un nuovo livello…

In un certo senso questo film può liberarci – anche se questo non significa che ognuno debba seguirne le orme – dalle convenzioni del genere documentario, con i mezzo-busti e le citazioni. Per questo il film ha attratto molta attenzione. Un’altra ragione è che funziona potentemente ad un livello metaforico, come una metafora dell’impunità, una metafora poetica, visto che il film, attraverso Anwar e i suoi amici, oscilla da un documentario, magari non convenzionale ma sicuramente riconoscibile, ad un delirante sogno poetico.

In alcune proiezioni che hai introdotto, e addirittura alcuni paesi hanno distribuito il film con questo tuo messaggio all’inizio, spieghi che si può ridere, che anzi il pubblico indonesiano ha riso moltissimo. Puoi spiegarci meglio il ruolo dell’ironia e del riso in The Act of Killing?

Il pubblico va a vedere un film del genere con determinate aspettative: un film cupo, sul tema più serio possibile (un genocidio), allora, si dicono gli spettatori, non si può ridere. Ma la risata può essere una strategia di sopravvivenza, una forza di liberazione, una pratica di libertà. Ci sono due tipi di umorismo deliberatamente inseriti del film, e quindi se il pubblico si convince a non ridere può perdere una parte importante del film: uno è l’assurdità crescente che si vede nel film, che diventa sempre più grottesco, surreale, assurdo, quando Anwar e i suoi amici disperatamente provano a produrre, con atteggiamento difensivo, scene che nelle loro intenzioni dovrebbero negare il vero significato di quello che hanno fatto ma così facendo rivelano invece la logica sottintesa del regime. In questi momenti smascherano il regime. E quindi il pubblico indonesiano, per esempio, ride alla scena della cascata finale, quando Anwar, che ha proposto la scena, si immagina in paradiso e prova a lavar via l’orrore che ha provato per le vittime, che lo ringraziano, e gli danno persino una medaglia, per averle mandate in paradiso. Il pubblico ride e piange, una gioia catartica per la maschera del regime che cade, e un pianto per la catastrofe morale della loro società. E il secondo tipo di umorismo è quello per i personaggi: ridiamo con loro, non alle loro battute, ma perché li amiamo come personaggi, sono divertenti, così assurdi e generosi, come quando parlano del cappello da mafioso che Herman [uno dei gangster protagonisti del film, ndr] vuole vestire… Un tipo di umorismo che però non rende più facile la visione del film, anzi! È usato per disarmare il pubblico. Ogni volta che ci avviciniamo a questi uomini come esseri umani, e le nostre difese si abbassano, ecco che qualcosa di terribile succede! Dopo la scena del cappello per esempio, Anwar ricorda come schiantava la testa delle sue vittime contro le gambe di un tavolo. Un riso insomma che funziona al contrario che in un film horror, dove grazie alla musica che incalza sai che qualcosa sta per succedere… Ci avviciniamo ai personaggi appena prima che l’inferno si scateni.

Non posso non chiederti di parlare un po’ della CIA e degli USA. Come sai ci sono state delle controversie sul fatto che tu solo all’inizio menzioni il ruolo degli americani negli eccidi, e poi non ne parli più. Tu hai ricordato più volte di come il film parlava d’altro, di questi esseri umani e delle loro contraddizioni, e per il resto, per il contesto, ci sono informazione su internet e nei libri, che il tuo film ha un altro obiettivo. Ma posso chiederti, Obama viveva in Indonesia poco dopo il genocidio, si è trasferito là con la famiglia nel 1967, ed è ancora molto vicino a questo paese…

Abbiamo girato la maggior parte del film prima dell’elezione di Obama nel 2008. Nel film c’è però un momento, nella campagna elettorale di Herman, dove lui cerca di imitare proprio lo stile di Obama. Gli indonesiani, infatti, lo amano, pensano ci sia uno di loro alla Casa Bianca. Abbiamo lottato per fargli arrivare una copia del film, una l’abbiamo data alla sorellastra, Maya Soetoro, ma non sappiamo se lui l’ha visto. Se l’ha visto, spero parli apertamente su queste questioni, ma immagino che troverebbe più conveniente per la sua amministrazione starsene zitto, visti gli interessi geopolitici in ballo: abbiamo infatti appena raddoppiato la nostra presenza militare in Indonesia.

Quando intervistavo Herman che imita Obama gli ho chiesto “ti sei ispirato a Obama, ma lui cosa può imparare da te?” La sua risposta è stata meravigliosa: “Obama è così ingenuo a vivere solo del suo salario presidenziale, e magari dei diritti dei suoi libri. Gli potrei insegnare come fare milioni di dollari come presidente degli USA”. Infatti, ho scoperto di recente che ogni presidente indonesiano dal 1965, salvoGus Dur, il primo giorno in carica incontra il gangster che si occupa dell’import/export di gas e petrolio indonesiano, il quale arriva con i documenti di un conto in banca svizzera a nome del presidente a cui arriverà una percentuale per ogni barile importato o esportato. Si stima che ogni giorni entrino 480mila dollari su questo conto, esentasse! E questo è solo il picco, poi il presidente permette a molte altre persone di rubare…Insomma, secondo Herman, Obama dovrebbe imparare questo, ed è precisamente la corruzione ad alti livelli il cuore battente della dittatura militare che non ha smesso di battere anche da quando (1998) la dittatura è ufficialmente fuori dal potere.

Hai raccontato che ci sono stati solo due momenti durante la lavorazione del film in cui vi siete sentiti davvero a rischio: la scena con i paramilitari nella foresta e quella in cui i gangster che intervistavi, specie quello venuto dalla città, hanno cominciato a dubitare che tu fossi un comunista. Ma secondo i loro standard, tu sei un comunista! In ogni caso, hai idee così drasticamente lontane dalle loro, eppure al tempo stesso sei riuscito a stabilire con loro una relazione così vicina…

Prima di tutto, non direi che sono un comunista…

Certo, dico secondo i loro standard….

In ogni caso, se erano davvero ideologici, avrebbero detto che sono un comunista. Ma non lo sono. Per loro, l’ideologia era tutto un espediente. Anwar uccideva per soldi anche prima del genocidio, che ha dato a lui e ai suoi amici l’opportunità di diventare davvero parte della struttura del potere. Ad Anwar non importa davvero dell’ideologia, quello che gli importava davvero quando lavorava con me era affrontare il suo dolore, scappare dal dolore, provare a giustificarlo. Questo lo fa andare avanti anche quando il gangster venuto dalla città gli consiglia di smettere.

Ma appunto, quello che viene dalla città sembra essere più interessato all’ideologia, almeno nel film.

In realtà se gli chiedi cosa pensa, della politica giorno per giorno, ti risponde che il governo dovrebbe chiedere scusa, che ci dovrebbe essere un processo di Verità e Riconciliazione, e che i maggiori problemi in Indonesia sono corruzione e ineguaglianza.

Un’ultima domanda. Cosa è successo al film nel film? E in generale, come vi è venuta quest’idea?

Naturalmente, non c’è un vero film nel film: ogni scena è stata girata per The Act of Killing. I gangster non stanno creando un’altra narrazione, creano scene sulle uccisioni, sui loro sentimenti durante le uccisioni, le creano come vogliono loro, e io le documento. Tutto ciò è solo ed esclusivamente per il mio film. Per due anni, prima di incontrare Anwar, è quello che ho proposto ai perpetratori che intervistavo. Loro mi invitavo nei luoghi dove uccidevano e io gli dicevo: “Hai partecipato in uno dei più grandi eccidi della storia umana. Voglio sapere cosa significa per te, per la tua società, fammelo vedere nel modo che preferisci. Io filmo le tue ricostruzioni, il processo che porta a queste ricostruzione – incluse le discussione tra te e i tuoi compagni delle squadre della morte, dove discutete di cosa includere e cosa no – e metto insieme tutto questo materiale per creare un documentario”. Se tutto ciò è diventato così surreale è perché nella città di Medan l’esercito ingaggiava i killer dai ranghi di questi gangster che lavoravano nei cinema [in genere come maschere o simili, ndr], e che amavano il cinema americano. Anwar nel film propone abbellimenti per correggere le scene precedenti. Si può quindi tracciare questo processo dalla scena finale, quella della cascata, dove il climax è al massimo, fino all’inizio con la scena sul tetto dove Anwar fa vedere come uccideva con la corda. Un processo in cui Anwar filma una scena, poi la si guarda, c’è una risposta, e viene proposta la scena successiva.

È quindi il vigore con cui ho seguito questa sequenza di girare-mostrare-girare che ha assicurato che le scene del film nel film avessero questa risonanza profonda con le questioni di cui il film si occupa, e una forte risonanza con questi uomini, i loro sentimenti, e le fantasie dell’intero regime. E proprio perché il legame con il cinema è autentico che anche loro hanno questa risonanza con il cinema stesso.

[Uscito in versione ridotta per Pagina99. Qui il pdf: Peretti_Pagina99, 1 marzo 2014]


Ancora sui cinepanettoni. Una discussione a più voci

Reading Italy ospita un numero sui cinepanettoni che ho contribuito a metter su con Stefano Bragato. C’è un dialogo tra Alan O’Leary e Catherine O’Rawe, un articolo di Danielle Hipkins che si intitola The Showgirl Effect: Ageing between great beauties and ‘veline di turno’, Natalie Fullwood scrive sulla commedia all’italiana e i cinepanettoni, e infine un mio pezzo. Le prime righe di quest’ultimo sono qui sotto. Quello che ho scritto nasce da questa ricerca qua di cui sono stato Research Assistant e da conseguenti discussioni con il Prof O’Leary, discussioni che proseguiranno presto pubblicamente con un botta e risposta su questo blog e sul suo. Sono benvenuti feedback, commenti e quant’altro.

“In recent years, contemporary Italian cinema has received increasing attention. Despite being a filone (or sub-genre) that has been despised and hitherto almost unworthy of academic attention, even the cinepanettone has become a topic of discussion in Italian Film Studies. This is largely due…” continua a leggere su Reading Italy.


“Barack Obama è il dolce frutto dell’orgoglio nero”

Foto Colombo, dalla Gazzetta dello sport: http://www.gazzetta.it/Nazionale/10-09-2013/tommie-smith-balotelli-ai-buu-rispondi-amore-201134050026.shtml

Foto Colombo, dalla Gazzetta dello sport.

[Nel 2008, quando questo blog ancora non esisteva e quando l’entusiasmo per il non ancora premio Nobel per la Pace Barack Obama era ancora alto, scrissi – con Flaviano De Luca – un pezzo sulla visita di Tommie Smith a Roma. L’altro giorno l’olimpionico del ’68 è tornato in Italia, e gli hanno fatto la foto iconica qui di fianco. A giugno del 2008 le Olimpiadi di Pechino, come si ricorderà, destavano preoccupazione, Obama era appunto solo un candidato, Andrew Howe il giovane prodigio dell’atletica italiana, Minà compiva 70 anni.  Ripropongo quel pezzo, cinque anni dopo, mi pare ancora attuale. Smith parla di sport e politica, di uomini che erano pensatori oltre che atleti. Grazie a Stefano Crippa per aver rintracciato l’articolo negli archivi del manifesto].

Alla Casa del Cinema di Roma una lezione di vita, di sport, di storia e di politica. Dietro il tavolo due superstar dell’atletica, ex primatisti mondiali, Tommie Smith, medaglia d’oro dei 200 metri e Lee Evans, oro sui 400 e nella staffetta 4×400, entrambi a Mexico ’68, venuti a intonare Happy Birthday a Gianni Minà per i suoi 70 anni e per partecipare come ospiti alla sua rassegna.

Due signori di mezzetà, due protagonisti dell’orgoglio nero che hanno pagato duramente il loro gesto di rivolta. Tommie Smith, insieme a John Carlos, salì sul podio della premiazione con la testa abbassata e il guanto nero a pugno chiuso in alto per sottolineare la loro vicinanza alle lotte delle organizzazioni afroamericane, perseguitate nella società Usa. Politicamente quello che fece Smith fu importantissimo e denso di conseguenze, ma anche il gesto atletico è stato impressionante: fissò il record mondiale sui 19.83, e riuscì addirittura ad alzare le braccia prima di arrivare al traguardo, tanto era il suo vantaggio sull’australiano Peter Norman. Alcuni metri dopo la linea dell’arrivo invece, Smith alzò il pugno chiuso, lo stesso che sollevò poi sul podio.

Anche Evans, il giorno dopo, fu protagonista di un gesto eclatante: si presentò alla premiazione sempre a piedi scalzi, con il pugno chiuso e il guanto nero, ma con in più il basco scuro delle Pantere Nere. Lo stesso basco che nelle immagini d’archivio indossano i quattro della 4X400, tutti afroamericani. «È un gesto di cui non mi sono mai pentito – ha detto Tommie Jet, così era soprannominato il velocista dei 200 piani, che venne spodestato del record 11 anni dopo da Pietro Mennea – Mi ha causato tanti problemi e per 10 anni non ho potuto insegnare nel mio paese nonostante avessi i titoli accademici per poterlo fare. Però, nel mio animo io conosco la verità, a guidarmi è stato il cuore. Noi abbiamo dato il nostro contributo, allora, senza troppi calcoli ma perchè volevamo mostrare al mondo l’esistenza di un grande problema, la discriminazione razziale. In quel periodo James Brown cantava Say it loud I’m black and proud (Dillo a voce alta, sono nero e orgoglioso). Le nostre azioni a Messico ’68 – hanno voluto sottolineare entrambi gli ex atleti – sono servite per spianare la strada a molti ragazzi di colore. Ad esempio, anche un personaggio come Obama ha potuto usufruire del nostro gesto che, in parte, fu un sacrificio per far cambiare le cose, per mutare gli atteggiamenti nei confronti dei diritti civili degli americani d’America. Obama è il miglior candidato che c’è alla presidenza degli Usa, in più è nero: voglio dire che we are blacks and yes, we can!».

«Motorcycle» Evans, come Smith, pagò a caro prezzo quel suo gesto visto che fu costretto a lavorare lontano dagli Usa, in Africa. «Avevo visto che gli atleti africani avevano notevoli capacità fisiche ma scarsa tecnica e allenamento. Così sono stato per molti anni in Nigeria, Camerun, Madagascar ad allevare giovani talenti. Ricordo che nel 1972 il presidente del Cio, Avery Brundage, voleva permettere alla Rhodesia, un regime illegale governato da Ian Smith che sosteneva l’apartheid, di schierare una squadra di soli atleti bianchi a Monaco ’72. Alcuni atleti neri chiesero al Consiglio Supremo Africano per lo Sport di proporre il boicottaggio della manifestazione, rifiutandosi di gareggiare. Furono presi accordi coi fratelli neri americani e insieme fu inviato un telegramma al Cio chiedendogli il ritiro della squadra della Rhodesia e così avvenne. Oggi la Rhodesia è lo Zimbabwe dove ancora oggi esistono pesanti contrasti tra i colonialisti bianchi e la popolazione nera».

Sulle prossime Olimpiadi, e la delicata situazione politica che le contornerà, Tommie Smith ha idee chiare. «Ogni atleta che andrà a Pechino deve sapere che qualsiasi cosa deciderà di fare sarà messa sotto il microscopio. Ogni piccolo gesto, fatto da qualsiasi atleta, sarà analizzato perché sarà un evento dalle dimensioni immense. Personalmente – ha dichiarato Smith – non tollero tutte quelle azioni che negano agli esseri umani i loro diritti. Negli Stati Uniti conosco bene quale sia la situazione in merito a diritti umani e civili, in Cina non credo che si possa dire altrettanto. Tutti – ha sottolineato – devono però capire che l’atmosfera politica che ci sarà attorno a Pechino sarà molto più forte di quella che c’era a Città del Messico nel ’68 e questo perché ogni cosa è amplificata a livello mondiale immediatamente. Io sono contro ogni forma di genocidio in qualunque parte del mondo avvenga. Tutti – ha concluso – conoscono la situazione che c’è in Tibet o le stragi del Darfur e, quindi, quelli che parteciperanno a Pechino non potranno fare finta di niente, dovranno essere consapevoli dei problemi che esistono. Se poi mi chiedete cosa succederà, beh, ne parliamo fra tre mesi».

Ma Tommie Smith è anche un grande allenatore, «molto duro», come lui stesso ammette. Tra le sue al- lieve al Santa Monica College, anche Renée Felton Besozzi, la madre di Andrew Howe, il giovane prodigio dell’atletica italiana. «Io credo nell’arte della velocità. Per essere artisti bisogna pensare, per questo bisogna allenarsi dalla testa in su. Se lo si fa, il resto viene da solo. E Renée questa lezione, che è soprattutto psicologica, l’ha capita, e l’ha trasmessa ad Andrew». Ma non tutti gli atleti della nuova generazione sono stati così fortunati. «Noi correvamo per l’orgoglio. Anche se a tutti piacciono i soldi, l’amore per il denaro invece scalza l’orgoglio. E Carl Lewis e Michael Johson, anche se sono dei grandi uomini e atleti, hanno guadagnato soldi correndo. Rispetto a noi, hanno intrapreso strade diverse per il successo. Sono grandissimi atleti, però moneyrunners. Fino agli anni 90 invece, il 100% degli atleti afroamericani erano studenti all’università, io stesso ho due lauree, in educazione fisica e in sociologia. Eravamo, anzi siamo, dei pensatori oltre che atleti».

Per Il Manifesto, domenica 8 giugno 2008.


Italiani di tutto il mondo, unitevi!

Che poi questa faccenda del vado all’estero me la dovete spiegare. Che succede, una volta che andate all’estero, vi dimenticate dell’Italia e di tutte le sue (e nostre) faccende? Pensate davvero che uno chiuda completamente con il proprio paese? Non escludo che ogni tanto capiti davvero, ma ci sono un po’ di ma. Intanto le questioni tecniche, forti specie per chi emigra in maniera soft (motivi di studio o lavoro per un dato periodo di tempo ma con forte possibilità di tornare – cioè immagino la possibilità che contemplano molti di quelli che dicono vado all’estero): cosa fare della residenza, l'”eventuale” pensione o affini, passaporto, tasse etc. E poi le questioni culturali: almeno che non te ne freghi nulla (ma allora non te ne fregava nulla neanche in Italia) continui ad interessarti e a seguire quello che succede laggiù: e allora passerai lo stesso la giornata a seguire i risultati elettorali e tutto il resto (magari mangiando pasta barilla e pomodori sanmarzano con qualche amico italiano), solo a qualche chilometro di distanza. E poi ci sono le questioni affettive, chiamiamole così, e cioè che almeno che, ancora, proprio non te ne freghi nulla, hai ancora una zia, un fratello, i genitori, gli amici a casa e loro si sorbiscono lo stesso quello che succede in Italia, e ti interessi alle loro esistenze. E poi c’è che questo grande moloch che chiamate estero non è un paradiso terrestre: ovunque ci sono problemi, questioni irrisolte, drammi da affrontare, magari altrove minori che in Italia (ma in moltissimi paesi ben maggiori), ma ci sono.

Insomma, questa dell’andare all’estero per dimenticare le sventure italiane è un po’ una cavolata, una di quelle robe che si dice quando si è (comprensibilmente) arrabbiati, un po’ senza pensarci. Invece, rimbocchiamoci le maniche, italiani di ogni dove, che abitano in Italia, su Marte o negli USA, e cambiamolo questo paese, che scappare (non geograficamente, ma idealmente) non è mai una soluzione.