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Pasolini a Yale

Sto organizzando insieme a Karen Raizen una serie di eventi su Pasolini qua a Yale . L’evento principale è una conferenza che si terrà il 6/7 marzo, ma prima ci sono workshops, lezioni e una retrospettiva. Qui più informazioni, mentre questo qui sotto è il poster della serie.

Pasolini series

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La cultura dello stupro nei campus americani

La scena è di qualche settimana fa. L’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Jimmy Carter, è seduto vicino a Peter Salovey, presidente dell’università di Yale, e poco più in là siede un altro ex presidente, il messicano Ernesto Zedillo, adesso capo del “Center for the Study of Globalization” della stessa università. Carter ha finito da poco la sua prolusione sui diritti delle donne, di fronte a una platea di più di 2500 persone, soprattutto studenti. C’è tempo per alcune domande, anche su altri temi, ma è chiaro che quello è l’argomento di cui vuole parlare l’ex presidente, quello che gli sta a cuore e su cui ha da poco scritto un libro. Parla dei problemi costanti nei campus americani, anche (e forse soprattutto) quelli delle università più prestigiose, con le violenze sessuali e in generale con la cultura maschilista. Si capisce che non vuole sferrare un attacco diretto all’università che lo ospita, ci gira un po’ intorno finché Salovey non prova una difesa preventiva e un po’ goffa delle politiche di Yale sull’argomento. “Ma in realtà – incalza Carter – ho letto un articolo sull’Huffington Post mentre venivo che diceva che Yale ha avuto, negli anni passati, sei studenti, maschi, che sono stati riconosciuti o hanno ammesso di aver compiuto violenze sessuali che non sono stati espulsi”.

L’imbarazzo è inferiore solo allo scrosciante applauso che segue. Solo un mese prima di questa scena un articolo sul New York Times aveva reso noto caso di molestie e discriminazioni sul lavoro perpetrate dall’ex capo di cardiologia della School of Medicine di Yale – uno dei centri di ricerca medica più importanti del paese. È la storia delle pesanti avance di un uomo potente verso una giovane ricercatrice italiana (per questo la storia ha avuto qualche risonanza anche in Italia) e di come i suoi rifiuti abbiano portato a discriminazioni lavorative nei confronti dell’allora fidanzato, ora marito, anch’egli alla School of Medicine. Non si tratta di problemi solo di Yale: una buona maggioranza delle università americane, specie quelle più prestigiose (cui in Italia guardiamo come modelli senza spesso aver idea di cosa parliamo), sono ancora controllate da uomini bianchi, spesso in là con l’età. E sono anche luoghi in cui stupri e molestie – o presunti tali, ci arriviamo – sono quanto meno possibili, se non diffusi.

continua su Gli Stati Generali con il titolo La cultura dello stupro ha contagiato le élite americane


I rituali stanchi della sinistra italiana  

Il Teatro Vittoria è un bel teatro nel bel quartiere ex popolare Testaccio. In una Roma afosa e poco affollata si incontrano le varie, molteplici, non sempre concilianti e conciliate, anime de L’Altra Europa con Tsipras. Il teatro è pieno, sotto e sopra. La platea, età media piuttosto sopra i 50, qualche sparuto giovane. Sul palco lo stesso. Ogni 3 minuti scatta un applauso, tipo quelle serie tv con le risate automatiche. Basta alzare un attimo la voce, o dire una parola chiave, Gramsci, Berlinguer, Spinelli (Altiero), Borsellino, di cui ricorre oggi l’anniversario della morte e che è ormai stabilmente entrato nel pantheon della sinistra (Che poi sarebbe anche l’anniversario del bombardamento su San Lorenzo, ma almeno quando sono lì nessuno ne parla). Quando entro, con qualche minuto di ritardo, c’è uno che legge, interrotto appunto da continui applausi, e con tono estremamente monocorde, un messaggio dello stesso Tsipras. È poi il turno di Spinelli (Barbara). Parla malissimo, è noiosa, monotona, pedante, ha l’aria di quella che sa tutto lei. Spara numeroso bordate contro Renzi, piuttosto piatte. Parla per slogan. Dice poi che bisogna stare uniti (lei, che ha quasi mandato a mare tutto), che bisogna impegnarsi a dare un lavoro stabile e duraturo ai giovani (lei, che il lavoro lo ha tolto ad un giovane), racconta qualche storiella poco rilevante, o di una banalità sconvolgente – tipo “credo sia chiaro ormai che quando parlo di sinistra parlo di noi”, e giù applausi. Poi accenna all’immigrazione, chiede se c’è un gruppo sull’immigrazione nel corso della giornata (il pomeriggio infatti i partecipanti si sono divisi in gruppi di lavoro. La lista dei gruppi di lavoro è girata via email. Email che Spinelli ha letto?). Dice che i partecipanti di questo gruppo dovrebbero discutere un appello che lei ha scritto, e qualcuno le urla “beh potevi mandarcelo”. È difficile togliersi dalla testa che questa persona se ne stia isolata da chi l’ha eletta. Non un accenno, neppure velato, alla porcata che ha fatto. Autocritica, non ne parliamo. Nessuno l’ha fischiata, anzi. Almeno si è presentata in persona, a differenza di altre assemblee.

Poi ha parlato Marco Revelli, che è di un’altra statura intellettuale, e probabilmente pure morale. Inizia parlando di Borsellino, di come Rita, la sorella, voleva essere qui con noi ma se i mezzi tecnologici lo permetteranno si collegherà. Qui anche un collegamento skype non è scontato. Revelli poi continua dicendo che si era preparato una relazione lunga, che è circolata via mail (non pubblicamente sul sito, ci mancherebbe [EDIT Eccola online!]) ma che sarà breve. 55 minuti dopo, il pubblico comincia a rumoreggiare. Fa un caldo cane, sono previsti altri interventi ed un’intera giornata di lavoro, e Revelli pensa che vada bene così, avendo pochissimo rispetto per chi deve parlare dopo di lui, per il pubblico, pensando soprattutto di aver così tante cose da dire. La prolissità è davvero una malattia infantile della sinistra. Giustamente sottolinea, numeri alla mano, come il risultato della Lista sia stato la combinazione di una serie di esperienze, come Sel, Prc, Azione Civile (che sì, esiste ancora, e no, come ha detto un amico, non è il nome di un gruppuscolo neofascista) molti fuori dai partiti, e via dicendo. Ma poi parla solo lui, le altre esperienze possono aspettare.

E poi niente, me ne sono andato, che Revelli ancora parlava.

Ora non ho dubbi che invece adesso stiano succedendo cose bellissime, e che Revelli abbia chiuso il suo intervento alla grande. Sarò stato solo sfortunato io, era l’inizio dei lavori, ci vuole un po’ a carburare. Speravo però che, grazie ai potenti mezzi, twitter, sito, Facebook e via dicendo avrei potuto comunque seguire un po’, che ne so, che ci sarebbe stato un live tweeting, un hashtag, il sito aggiornato, se non altro con le dichiarazioni dei leader. O addirittura live streaming. Niente. Se uno digita “L’altra europa con Tsipras” su Google notizie non appare niente sull’assemblea di oggi. Poi ci si piange addosso che i media non parlano della lista, non so quanti editoriali, status, articoletti, cinguettii ho letto su questo. Dove sono le strategie comunicative? Dov’è la volontà di far sapere al mondo che cosa si sta facendo?

Una persona che, in un sabato mattina di luglio nell’afosa Roma, si fosse affacciato per un’oretta e mezzo nel bel Teatro Vittoria nel bel quartiere ex popolare Testaccio si sarebbe trovato davanti uno spettacolo triste, un rituale appassito di militanti (in gran parte) vecchi, stanchi, autoreferenziali, incapaci a comunicare. La questione non è lo sbarramento al 4 o all’8 per cento, è che deve cambiare proprio tutto.

[aggiornamento: sul sito ci sono ora le relazioni]


Quando un (altro) cinema chiude. Un ricordo di Ezechiele 25, 17 all’Italia

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In vista della prossima chiusura di un altro cinema in città, Ezechiele 25,17, uno dei due cineforum di Lucca, cambia sede, spostandosi dal cinema Italia al più moderno, accogliente, comodo, e con annesso bar cinema Astra, ancora per fortuna nel centro di Lucca, all’interno delle mura cittadine. Chi scrive senza il cineforum Ezechiele sarebbe senz’altro un’altra persona, peggiore di questa.

Nell’autunno del 2000, il mio primo autunno a Lucca, già lo sapevo che il cinema mi piaceva, mio padre mi portava a vedere i film al cinema a Barga (esiste ancora?) che il giovedì faceva i film d’essai e tu chiamavi da Castelnuovo se eri in ritardo per dirgli di aspettare qualche minuto, tanto c’eravamo sempre quattro gatti (più spesso due). Oppure mi portava in macchina a Pieve Fosciana, all’Olimpia, che a Castelnuovo il cinema Eden all’epoca era chiuso – ma ora ha riaperto, per fortuna. Le VHS che abbondavano in casa mi appassionavano molto meno di quelle sale buie e, ogni tanto, piuttosto freddine, dove andavano in scena gli ultimi momenti di uno spettacolo veramente popolare: ricordo di aver visto un paio di film addirittura in piedi, roba impensabile adesso, e la fine primo tempo con relativa corsa al baretto del cinema (lì ho imparato che il tè freddo è meglio non berlo la sera, che poi non dormi). Ma dall’autunno del 2000 al cinema potevo andarci in bicicletta, passavo a chiamare Luca che scendeva con la sua bici in mano e attraversavamo il bello quando solitario Fillungo lamentandoci che a Lucca la sera in giro non c’è mai nessuno. Poi, a fine film, frequente sosta allo Sbragia per un pezzetto di pizza, e via quasi senza pedalare dato che è in leggerissima discesa, svoltavo in via San Giorgio e tornavo a casa. Tra quell’autunno e la primavera successiva (vado a memoria, quindi potrei sbagliare qualche data) all’Ezechiele fecero vedere tutto o quasi Nanni Moretti e diversi capolavori della Nouvelle Vague, qualcuno anche semidimenticato. Mi si aprì un mondo. I film giusti al momento giusto. Nel posto giusto: quel fascino un po’ demodé dell’Italia, quell’aria da vecchio cinema parrocchiale, da luogo devoto all’amore per il cinema, con la galleria disadorna e con sedie scomodissime (ma ne occupavamo almeno due a testa, quindi si stava un po’ meglio), e quel vecchio proiettore in disuso che ti accoglieva vicino allo specchio. Le ultime possibilità di vivere il cinema in un certo modo, in una relativamente piccola città di provincia (per qualche ragione, al tempo andavo meno al Circolo del cinema, lo storico e glorioso cineforum di Lucca, forse ero impegnato il giovedì, ma il Circolo è un’altra gloria dei cinefili della città). Il mercoledì all’Ezechiele, giorno delle retrospettive, non c’era mai questo grande affollamento, e sembrava davvero di avere un rapporto intimo con lo schermo, con quei pochi affezionati spettatori che non mancavano anche se fuori pioveva o faceva un freddo cane. Ma per i film nuovi, il martedì, ogni tanto si riempiva o quasi, come a quella gloriosa proiezione del Il partigiano Johnny. Ho visto Gostanza da Libbiano con Paolo Benvenuti in sala all’Italia grazie a Ezechiele, e quando qualche anno dopo ho detto allo stesso Benvenuti che quel film, visto a sedici anni, mi ha cambiato la vita, mi ha fatto capire quanto davvero amavo il cinema, lui ha chiamato la moglie per raccontarglielo e mi ha mezzo preso in giro dicendomi che dovevo essere strano assai.

Mi sono spesso chiesto, in questi anni, cosa avrei fatto senza l’Ezechiele, quanto fondamentale sia stato per la mia educazione di cinefilo, per il mio amore per il cinema, e mi chiedo quanti potenziali amanti del cinema si perdano la possibilità di avere un cineclub nella loro città. Ho fatto altre cose relative al cinema nel corso degli anni, da contribuire all’organizzazione di festival (in primis il Lucca Film Festival, naturalmente), a scriverne, fino a studiarlo qua a Yale adesso, e niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’Ezechiele, e quei film visti negli anni che ho vissuto a Lucca rimangano stampati nella mente. Ma soprattutto, è stata fondamentale l’esperienza del cinema, e nello specifico del cinema Italia, la visione dei film in una sala buia, le luci che si spengono, l’inizio del film, la pellicola che si sente in sottofondo e che scorre sullo schermo, e prima ancora comprare il biglietto, varcare la soglia, aprire le tende, immergersi nella sala. Siamo l’ultima generazione di cinefili cresciuti a cineforum e 35mm, il fatto che Ezechiele vada avanti mi rincuora che, magari sempre più senza pellicola, i nuovi cinefili possano comunque venir su a cineforum e buoni film. Buon proseguimento Ezechiele nelle vostre nuove sedi, e arrivederci cinema Italia, speriamo non ti trasformino in orribili freddi appartamenti. 


è la freelanciaggine, bellezza

Qualche anno fa mi era preso di fare il giornalista. Andavo alle anteprime stampa dei film, a qualche conferenza stampa, ho fatto anche qualche piccola inchiesta o simili, un reportage dalla Romania, uno stage, e poi ho lavorato in un service dove ogni giorno mi leggevo un sacco di giornali e stavo un po’ in mezzo alle cose che succedevano. Mi piaceva, e un po’ mi manca.  Mi andava bene tutto sommato anche scrivere gratis per amicizia o militanza, mentre mi piaceva molto meno insistere per essere pagato quando non arrivavano i soldi (cioè quasi sempre). Ho pensato, dopo queste mie esperienze, che il giornalismo oggi, per chi comincia adesso, per i giovani, è fatto per poche categorie di persone:

edicolante_stufo

se la vita del freelance è dura, quella dell’edicolante deve essere anche peggio [dal sito bastardidentro.it]

quelli bravi, ma bravi davvero, che in un modo o nell’altro ce la dovrebbero fare comunque;

quelli che hanno, per varie ragioni, un giro di contatti e appoggi di ferro (rientrano in questa categoria figli/e di papà, gente legata a poteri e affini, associazioni, strutture, partiti, sindacati etc. Ogni tanto questi sono anche bravi, si capisce, non è che se sei figlio di allora sei automaticamente un incapace);

gli eroi, cioè quelli che piuttosto non mangiano ma continuano perché voglio rendere il mondo un posto migliore (anche di questi ce ne sono anche di bravi, ma il volontariato è un’altra, nobile, cosa);

quelli ricchi che possono permettersi di spendere e spandere in scuole, corsi, stage, esercizi, finché non raggiungono un minimo di competenza per occupare una poltrona dove non serve essere dei fenomeni per scribacchiare o editare qualcosa (anche in questa categoria c’è qualche bravo, naturalmente, non è che se sei ricco sei automaticamente un cattivo giornalista);

quelli svegli che hanno trovato un approccio, un luogo della terra, un modo, che gli altri non avevano (sono un po’ una sotto-categoria di quelli bravi, ma non tutti questi sono effettivamente bravi, alcuni sono solo svegli);

quelli che hanno una faccia tosta così grande che riescono a farsi ascoltare, pubblicare e magari assumere a priori, ma che potrebbero fare davvero qualunque mestiere ed avere un minimo di successo;

poi ci sono quelli che lo fanno nel tempo libero, per arrotondare, per svago, per passione ma non necessariamente per mangiarci, che talvolta hanno competenze specifiche guadagnate in altro modo (università, altri tipi di ricerca, lavori in ambiti culturale/scientifico/etc).

Ho amici e conoscenti in tutte le categorie, mi duole tantissimo quando vedo quelli bravi in difficoltà, e in fondo un po’ li invidio tutti, io che ho quasi smesso (di cercare di fare il giornalista). Scrivo questa roba perché magari qualcuno di voi là fuori in questi giorni è stato bombardato da questo pseudo-dibattito sulla freelanciaggine lanciato da un mediocre enfatico articolo pubblicato nientepopodimeno che sulla Columbia Journalism Review e vi siete detti wow, ma che vita di merda fanno i freelance (en passant, mi dico a chi sia interessato davvero questo dibattito, probabilmente si stanno, o ci stiamo, solo parlando addosso). Ecco, tra i tanti articoli in risposta (il più convincente mi pare questo) uno dei punti che ritorna è che ci sono semplicemente troppi giornalisti o scribacchini in giro, che la qualità sta scendendo, che non si premiano i più bravi, che il lavoro sta diventando meccanicistico, ripetitivo. Tutto vero. In fondo, delle categorie di cui sopra dovrebbero rimanere solo la prima e l’ultima, credo. Ma non sta soltanto ai singoli fare un passo indietro, quanto all’intero sistema ripensarsi. Perché non possiamo permetterci di non raccontare più le cose, o di farlo solo traducendo gli articoli usciti su giornali stranieri, né di indignarci alla prima presunta o reale denuncia dello status quo e poi continuare a riprodurlo, questo status quo.


Italiani di tutto il mondo, unitevi!

Che poi questa faccenda del vado all’estero me la dovete spiegare. Che succede, una volta che andate all’estero, vi dimenticate dell’Italia e di tutte le sue (e nostre) faccende? Pensate davvero che uno chiuda completamente con il proprio paese? Non escludo che ogni tanto capiti davvero, ma ci sono un po’ di ma. Intanto le questioni tecniche, forti specie per chi emigra in maniera soft (motivi di studio o lavoro per un dato periodo di tempo ma con forte possibilità di tornare – cioè immagino la possibilità che contemplano molti di quelli che dicono vado all’estero): cosa fare della residenza, l'”eventuale” pensione o affini, passaporto, tasse etc. E poi le questioni culturali: almeno che non te ne freghi nulla (ma allora non te ne fregava nulla neanche in Italia) continui ad interessarti e a seguire quello che succede laggiù: e allora passerai lo stesso la giornata a seguire i risultati elettorali e tutto il resto (magari mangiando pasta barilla e pomodori sanmarzano con qualche amico italiano), solo a qualche chilometro di distanza. E poi ci sono le questioni affettive, chiamiamole così, e cioè che almeno che, ancora, proprio non te ne freghi nulla, hai ancora una zia, un fratello, i genitori, gli amici a casa e loro si sorbiscono lo stesso quello che succede in Italia, e ti interessi alle loro esistenze. E poi c’è che questo grande moloch che chiamate estero non è un paradiso terrestre: ovunque ci sono problemi, questioni irrisolte, drammi da affrontare, magari altrove minori che in Italia (ma in moltissimi paesi ben maggiori), ma ci sono.

Insomma, questa dell’andare all’estero per dimenticare le sventure italiane è un po’ una cavolata, una di quelle robe che si dice quando si è (comprensibilmente) arrabbiati, un po’ senza pensarci. Invece, rimbocchiamoci le maniche, italiani di ogni dove, che abitano in Italia, su Marte o negli USA, e cambiamolo questo paese, che scappare (non geograficamente, ma idealmente) non è mai una soluzione.


Consigli per (non) diventare giornalisti

Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, ha risposto ad una domanda sul diventare giornalisti. Leggendolo mi sono venuti in mente i miei tre consigli. Da una prospettiva molto meno autorevole, si capisce:

1) chiediti mille volte, ma pure diecimila, se quello che vuoi scrivere può davvero essere interessante per le altre persone. Escluse mamma, zia, e parenti vari.

2) trovati un lavoro vero che ti lasci un po’ di tempo libero, e scrivi nel tempo libero.

3) apri un blog.

Riguardo a quello che dice De Mauro, non credo l’inglese sia sufficiente – anzi, rispecchia un certo modo anglocentrico di vedere il mondo che sta lentamente diventando desueto, o solo molto parzialmente adatto a leggere il ventunesimo secolo. Consiglierei di aggiungere un’altra lingua che possa aiutare a coprire un eventuale ambito di competenza, magari specifico. Cinese o arabo vi saranno sicuramente utili, francese e spagnolo lo sono sempre.

Tra le cose da leggere, consiglierei anche un buon manuale di grammatica italiana o affini. Capita a tutti di sbagliare, ma ci sono cose su cui sarebbe bene non transigere. Pò, per esempio, è sbagliato, ed è ormai purtroppo diventato la norma in diversi giornali e simili – come gazzetta.it, tra gli altri.

Ha ragione: scrivere, certo, e parlare anche. Fare amicizia con cani e porci, online e offline, perché sapere cosa hanno da dire gli altri è fondamentale.