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Il mio amico D. e il calcio australiano

Il mio amico D. è una persona seria. È australiano, ma piuttosto europeo nei modi e nelle lingue che parla, soprattutto francese e tedesco. Ama tre cose, soprattutto: il cinema, che gli dà da vivere, che lo fa andare dall’altra parte del mondo a seguire qualche festival, o leggere oscure riviste di cinema pubblicate in Francia negli anni sessanta; la politica, che voi non lo sapete, perché non avete visto un capolavoro come Figli della rivoluzione, ma in Australia è pieno di comunisti; e il football. Il football, per lui sarebbe quello che qua, nel posto dove sia io sia il mio amico D. viviamo, chiamano soccer, ma noi no, ci ostiniamo. D. per anni si è svegliato ad orari improbabili, che l’Australia è un posto lontano e strano, per vedersi le partite di calcio. «Le partite più importanti, o almeno gli highlight, venivano trasmessi da SBS, un canale creato negli anni ’80 per le minoranze etniche… continua su Crampi Sportivi 

Scritto con l’amichevole partecipazione di Daniel Fairfax

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Vent’anni fa

Era il 4 settembre 1994.

Il cross è di Jonas Thern, onesto centrocampista svedese, ha giocato in patria col Malmö, poi Benfica, e in Italia con Napoli e Roma, prima di passare ai Rangers. Tern adesso fa il commentatore e l’insegnante. Il figlio gioca nel Malmö.

La sponda è di Daniel Fonseca, un mezzo eroe a Roma (ma in Italia ha giocato anche con Juventus, Napoli, Cagliari) nonostante i ricordi siano quelli amarognoli della Roma metà anni novanta. Fonseca adesso fa il procuratore e ha purtroppo avuto qualche problema giudiziario, oltre ad aver parlato male di Cavani in un fuori-onda a Skysport.

Il gol è di Francesco Totti, “molto bravo il giovane attaccante romano schierato al posto di Balbo”. Totti adesso fa il capitano della Roma e la leggenda vivente.

 

 


La retorica dell”82 ha stancato – Intervista a Giuseppe De Bellis, direttore di Rivista Undici

Il faccione di De Rossi campeggia sulla copertina, l’indice alzato sulla bocca che fa segno di tacere. È lui “L’Uomo in più”, titolo-citazione sparato sul primo numero di Undici, la nuova rivista di sport da qualche giorno in edicola. Trimestrale tutto sul calcio – esclusa una sezione finale dedicata ad un altro sport (il tennis in questo caso) – frutto del proficuo incontro tra Giuseppe De Bellis a.k.a. Beppe di Corrado, vicedirettore de Il Giornale  e Rivista Studio. Undici è una novità importante nel mondo editoriale sportivo italiano, e per questo abbiamo deciso di fare due chiacchiere con il suo direttore, lo stesso De Bellis.

Raccontaci com’è nata la rivista.

L’idea è nata tanto tempo fa. Come Beppe Di Corrado dal 2005 a oggi ho cercato di interpretare questo – non lo definirei nuovo perché in realtà è vecchissimo – approccio al giornalismo sportivo. Cioè un racconto molto approfondito… continua su Crampi Sportivi o su Pagina99


AMORE, VADO A VEDERE UNA PARTITA DI PALLONE. IN TEXAS

È sabato sera, e nonostante siano già le 7.30 il sole splende ancora sull’House Park, glorioso stadio anni Trenta degli Austin Aztex. Un misto di curiosità e una buona dose di tempo da buttare mi hanno spinto fin qui per vedere la prima partita della nuova stagione della Premier Development League (il quarto livello americano, tipo una Lega Pro, ma non troppo professionista). La squadra di casa sfida gli Houston Dutch Lion, che sono parte di una sorta di curioso franchising e in qualche modo legati al FC Twente. Gli Aztex sono i campioni uscenti, e c’è un po’ il pubblico delle grandi occasioni, posto che le grandi occasioni sportive qui non sono certo la squadra di soccer della città, fondata appena sei anni fa e già trasferita una volta altrove e poi tornata, ma piuttosto le partite dei vari sport della locale università (UT Austin), una delle più grandi degli Stati Uniti. Ma del resto Austin, capitale del Texas, è l’unica tra le grandi città dello stato (San Antonio, Houston, Dallas) che non ha una squadra NBA, e quindi la febbre del sabato sera di sport qualche migliaia di persone la placano assistendo a una lega minore di soccer, questo sport misterioso ma ormai in crescita anche a queste latitudini. Che è pure vero che c’è anche altro da fare in una delle città più cool d’America, dove la musica dal vivo è diffusa come le fontanelle a Roma (Austin è chiamata The Live Music Capital of the World, e qui si svolge ogni anno il South by Southwest), e gli anni Settanta con le loro frotte di hippie sembrano non essere poi così lontani… continua su Crampi Sportivi o Pagina99.

Drug and Gun Free


“Barack Obama è il dolce frutto dell’orgoglio nero”

Foto Colombo, dalla Gazzetta dello sport: http://www.gazzetta.it/Nazionale/10-09-2013/tommie-smith-balotelli-ai-buu-rispondi-amore-201134050026.shtml

Foto Colombo, dalla Gazzetta dello sport.

[Nel 2008, quando questo blog ancora non esisteva e quando l’entusiasmo per il non ancora premio Nobel per la Pace Barack Obama era ancora alto, scrissi – con Flaviano De Luca – un pezzo sulla visita di Tommie Smith a Roma. L’altro giorno l’olimpionico del ’68 è tornato in Italia, e gli hanno fatto la foto iconica qui di fianco. A giugno del 2008 le Olimpiadi di Pechino, come si ricorderà, destavano preoccupazione, Obama era appunto solo un candidato, Andrew Howe il giovane prodigio dell’atletica italiana, Minà compiva 70 anni.  Ripropongo quel pezzo, cinque anni dopo, mi pare ancora attuale. Smith parla di sport e politica, di uomini che erano pensatori oltre che atleti. Grazie a Stefano Crippa per aver rintracciato l’articolo negli archivi del manifesto].

Alla Casa del Cinema di Roma una lezione di vita, di sport, di storia e di politica. Dietro il tavolo due superstar dell’atletica, ex primatisti mondiali, Tommie Smith, medaglia d’oro dei 200 metri e Lee Evans, oro sui 400 e nella staffetta 4×400, entrambi a Mexico ’68, venuti a intonare Happy Birthday a Gianni Minà per i suoi 70 anni e per partecipare come ospiti alla sua rassegna.

Due signori di mezzetà, due protagonisti dell’orgoglio nero che hanno pagato duramente il loro gesto di rivolta. Tommie Smith, insieme a John Carlos, salì sul podio della premiazione con la testa abbassata e il guanto nero a pugno chiuso in alto per sottolineare la loro vicinanza alle lotte delle organizzazioni afroamericane, perseguitate nella società Usa. Politicamente quello che fece Smith fu importantissimo e denso di conseguenze, ma anche il gesto atletico è stato impressionante: fissò il record mondiale sui 19.83, e riuscì addirittura ad alzare le braccia prima di arrivare al traguardo, tanto era il suo vantaggio sull’australiano Peter Norman. Alcuni metri dopo la linea dell’arrivo invece, Smith alzò il pugno chiuso, lo stesso che sollevò poi sul podio.

Anche Evans, il giorno dopo, fu protagonista di un gesto eclatante: si presentò alla premiazione sempre a piedi scalzi, con il pugno chiuso e il guanto nero, ma con in più il basco scuro delle Pantere Nere. Lo stesso basco che nelle immagini d’archivio indossano i quattro della 4X400, tutti afroamericani. «È un gesto di cui non mi sono mai pentito – ha detto Tommie Jet, così era soprannominato il velocista dei 200 piani, che venne spodestato del record 11 anni dopo da Pietro Mennea – Mi ha causato tanti problemi e per 10 anni non ho potuto insegnare nel mio paese nonostante avessi i titoli accademici per poterlo fare. Però, nel mio animo io conosco la verità, a guidarmi è stato il cuore. Noi abbiamo dato il nostro contributo, allora, senza troppi calcoli ma perchè volevamo mostrare al mondo l’esistenza di un grande problema, la discriminazione razziale. In quel periodo James Brown cantava Say it loud I’m black and proud (Dillo a voce alta, sono nero e orgoglioso). Le nostre azioni a Messico ’68 – hanno voluto sottolineare entrambi gli ex atleti – sono servite per spianare la strada a molti ragazzi di colore. Ad esempio, anche un personaggio come Obama ha potuto usufruire del nostro gesto che, in parte, fu un sacrificio per far cambiare le cose, per mutare gli atteggiamenti nei confronti dei diritti civili degli americani d’America. Obama è il miglior candidato che c’è alla presidenza degli Usa, in più è nero: voglio dire che we are blacks and yes, we can!».

«Motorcycle» Evans, come Smith, pagò a caro prezzo quel suo gesto visto che fu costretto a lavorare lontano dagli Usa, in Africa. «Avevo visto che gli atleti africani avevano notevoli capacità fisiche ma scarsa tecnica e allenamento. Così sono stato per molti anni in Nigeria, Camerun, Madagascar ad allevare giovani talenti. Ricordo che nel 1972 il presidente del Cio, Avery Brundage, voleva permettere alla Rhodesia, un regime illegale governato da Ian Smith che sosteneva l’apartheid, di schierare una squadra di soli atleti bianchi a Monaco ’72. Alcuni atleti neri chiesero al Consiglio Supremo Africano per lo Sport di proporre il boicottaggio della manifestazione, rifiutandosi di gareggiare. Furono presi accordi coi fratelli neri americani e insieme fu inviato un telegramma al Cio chiedendogli il ritiro della squadra della Rhodesia e così avvenne. Oggi la Rhodesia è lo Zimbabwe dove ancora oggi esistono pesanti contrasti tra i colonialisti bianchi e la popolazione nera».

Sulle prossime Olimpiadi, e la delicata situazione politica che le contornerà, Tommie Smith ha idee chiare. «Ogni atleta che andrà a Pechino deve sapere che qualsiasi cosa deciderà di fare sarà messa sotto il microscopio. Ogni piccolo gesto, fatto da qualsiasi atleta, sarà analizzato perché sarà un evento dalle dimensioni immense. Personalmente – ha dichiarato Smith – non tollero tutte quelle azioni che negano agli esseri umani i loro diritti. Negli Stati Uniti conosco bene quale sia la situazione in merito a diritti umani e civili, in Cina non credo che si possa dire altrettanto. Tutti – ha sottolineato – devono però capire che l’atmosfera politica che ci sarà attorno a Pechino sarà molto più forte di quella che c’era a Città del Messico nel ’68 e questo perché ogni cosa è amplificata a livello mondiale immediatamente. Io sono contro ogni forma di genocidio in qualunque parte del mondo avvenga. Tutti – ha concluso – conoscono la situazione che c’è in Tibet o le stragi del Darfur e, quindi, quelli che parteciperanno a Pechino non potranno fare finta di niente, dovranno essere consapevoli dei problemi che esistono. Se poi mi chiedete cosa succederà, beh, ne parliamo fra tre mesi».

Ma Tommie Smith è anche un grande allenatore, «molto duro», come lui stesso ammette. Tra le sue al- lieve al Santa Monica College, anche Renée Felton Besozzi, la madre di Andrew Howe, il giovane prodigio dell’atletica italiana. «Io credo nell’arte della velocità. Per essere artisti bisogna pensare, per questo bisogna allenarsi dalla testa in su. Se lo si fa, il resto viene da solo. E Renée questa lezione, che è soprattutto psicologica, l’ha capita, e l’ha trasmessa ad Andrew». Ma non tutti gli atleti della nuova generazione sono stati così fortunati. «Noi correvamo per l’orgoglio. Anche se a tutti piacciono i soldi, l’amore per il denaro invece scalza l’orgoglio. E Carl Lewis e Michael Johson, anche se sono dei grandi uomini e atleti, hanno guadagnato soldi correndo. Rispetto a noi, hanno intrapreso strade diverse per il successo. Sono grandissimi atleti, però moneyrunners. Fino agli anni 90 invece, il 100% degli atleti afroamericani erano studenti all’università, io stesso ho due lauree, in educazione fisica e in sociologia. Eravamo, anzi siamo, dei pensatori oltre che atleti».

Per Il Manifesto, domenica 8 giugno 2008.


L’altra medaglia, calciatori da 800 euro al mese

Che l’Italia Wave non sia solo una serie di concerti ma un festival risulta chiaro dagli eventi di altro genere messi in calendario. E così mentre va in scena una grande mostra su Dylan Dog a Lecce, al Lido York di San Cataldo incontri con varie personalità appassionano frequentatori del festival e bagnanti. Sabato scorso è stato il turno di Damiano Tommasi, l’ex giocatore di Roma e Levante adesso a capo dell’Associazione Italiana Calciatori. Un incontro dal titolo Altro Calcio: giocatori da 800 euro al mese, violenze e fallimentiche è stata un’occasione per trattare di varie tematiche connesse al calcio. Quel Tommasi che è l’antitesi del calciatore stereotipo tutto palestra e veline, uno piuttosto da sempre impegnato nel sociale, che ha chiuso la carriera in Cina (primo giocatore italiano in quel campionato), «dove il calcio è un po’ come il baseball qui da noi». Ha parlato anche del rinnovo del contratto nazionale calciatori, fermo dopo l’ultimo recente stop in Lega Calcio. Se per Tommasi il pericolo di bloccare il campionato come si minaccia in Nba è decisamente lontano, non nasconde comunque una certa preoccupazione – molto poco polemica, secondo il suo stile – per come si sono messe le cose: «Io ritengo non si possa iniziare una stagione senza un contratto condiviso, anche perché tante famiglie vivono grazie al calcio, non solo i calciatori». Non c’è polemica, ma di sicuro neppure gioia, anche nei confronti della nuova organizzazione sindacale di calciatori (quella di Buffon, per semplificare) che rappresenterebbe quasi solo i professionisti più famosi e pagati, quelli di serie A, senza essere un’associazione di categoria: e poi «quando ci si divide il primo effetto è di contare di meno».

Si parla dell’emigrazione dei giocatori verso l’est Europa, dove non sempre le squadre di calcio sono finanziate da personaggi trasparenti, per evidenziare come in Italia le infiltrazioni criminali nel calcio, locale e non, siano un problema: «sto tentando di far conoscere ai calciatori questo tema, anche perché ormai non vengono più comprate le partite ma le agenzie di scommesse e le società stesse». È sempre lo stesso Tommasi che ricordiamo sui campi di calcio: dalla promessa di impegnarsi perché i calciatori non siano conosciuti solo come figurine ma si ricordi che anche loro sono giovani uomini che hanno come modelli ragazzi appena più grandi.

per il Manifesto, 19/07/2011, da San Cataldo (Lecce)

Italia-Francia 22-21

E poi capita un sabato pomeriggio di marzo come gli altri. Decidi che sì, alla fine la si può vedere a casa, con telecronaca in cinese, spagnolo, francese o inglese, mica è troppo importante alla fine, quella che conta è sabato prossimo. Ti accomodi in poltrona, una tisana, altro che birra, tanto, quella che conta è la prossima, mica questa: questa sarà la solita sconfitta onorevole, da 5 a 10 punti di distacco, pacche sulle spalle, bravi ragazzi, poi la prossima settimana a Edimburgo a giocarsi il cucchiaio di legno con i soliti scozzesi. Mi sono pure addormentato, una quindicina di minuti, a inizio primo tempo più o meno, e nel dormiveglia ecco la meta di Parra: penso che avevo proprio ragione io, e la prossima settimana quella buona, mica questa. Poi il tizio che faceva la telecronaca in spagnolo comincia a blaterare Andrea Masi e meta. Bene, balzo in avanti. E poi un calcio, qualcosa sembra mettersi stranamente per il verso giusto. Ed ecco che arriva il solito drop a spezzare i sogni nascenti… ma no, Trinh-Duc sbaglia, millimetrico, a fianco ai pali. Ma no mica basta, sulla poltroncina, finita la tisana e ancor più passato il sonno, sono lì che aspetto comunque il drop, come l’Irlanda insomma, che ci abbiamo sperato, ma siamo onesti su. Ma no, sembra che non l’hanno fatto…

Première victoire historique des Italiens. Dominés physiquement et mentalement sur le reculoir, les Bleus n’ont pas été en mesure de s’imposer dans le jeu. Manque d’inspiration et de cohésion.