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Pena di morte in America

IL BOIA È SEMPRE PIÙ CARO: SARÀ QUESTO A FAR CAMBIARE IDEA AGLI AMERICANI?

Da settanta anni la pena di morte in Georgia, stato meridionale degli Stati Uniti, era solo questione maschile. A fine settembre però Kelly Renee Gissendaner è stata uccisa, mentre aspettano la morte un’altra sessantina di donne in tutto il paese, soprattutto negli stati campioni olimpici di uccisioni di stato, come Texas e Oklahoma.

La notizia ha fatto più rumore del solito non solo per il tempo trascorso dall’ultima esecuzione di una donna, questione che del resto non riguarda altri stati – poco più di un anno fa, in Texas, la condanna a morte di Lisa Coleman era stata regolarmente eseguita – ma soprattutto perché nella sua ultima visita papa Francesco si era di nuovo espresso contro la pena di morte: «Ogni vita umana è sacra – ha detto il Pontefice romano – e la società può beneficiare dalla riabilitazione di coloro i quali sono condannati per crimini. Recentemente i miei fratelli vescovi qui negli Stati Uniti hanno rinnovato il loro appello per l’abolizione della pena di morte. Io non solo li appoggio, ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono convinti che una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione».

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Negli Usa i finanziamenti per il cinema sono a forma di patchwork

[Articolo uscito il 2 gennaio 2016 per Pagina99, parte di due paginate sui finanziamenti dei film. Nell’altro articolo ospitato nelle due pagine, Roberto Silvestri illustrava il nuovo disegno di legge italiano per i finanziamenti al cinema e la “diaspora” dei registi italiani all’estero]

Cinema negli Stati Uniti significa capitalismo: in un certo senso per spiegare perché il capitalismo made in USA si sia affermato in maniera egemonica uno dei esempi cardini è proprio Hollywood, chealla fine delle due guerre mondiali ha inondato le sale di molti paesi, conquistando mercati lasciati liberi o poco occupati, sviluppando aggressive strategie di marketing e attirando maestranze e talenti. E come capitalismo Usa si trasforma, così si trasforma il cinema: dalle concentrazioni verticali dell’era classica di Hollywood, fino alle televisione e alle partnership con Netflix e Amazon video, o il recente emergere della Open Road Fims, casa di produzione fondata da due colossi della distribuzione, che l’anno scorso ha prodotto Lo sciacallo – Nightcrawler e ora è una seria pretendente all’Oscar con Il caso Spotlight.

Anche il settore pubblico statunitense ha però un ruolo nel finanziamento di film. E qui il panorama è variegato, come lo è in generale per il finanziamento delle arti: “Il finanziamento per le arti in America”, spiega infatti un opuscolo del National Endowment for the Arts, “è un sistema complesso e in continua evoluzione, composto da iniziative imprenditoriali, fondazioni filantropiche, fino a agenzie governative”. Per il cinema, si va infatti da pochi e selezionati finanziamenti federali, passando per grossi sgravi fiscali, soprattutto a livello statale, fino ad altre forme di finanziamenti come quelli che arrivano dalle università – talvolta pubbliche, come la scuola di cinema di UCLA a Los Angeles, una delle più note e gloriose. E in genere, per quanto riguarda i finanziamenti, diretti il documentario se la passa meglio del cinema di finzione, dove però si applicano meglio sgravi fiscali.

Le agenzie federali attraverso cui si possono ottenere fondi sono due, il National Endowment for the Humanities e soprattutto il già citato National Endowment for the Arts (NEA). Il primo è piuttosto limitato, visto che occorre fare film che riguardano in qualche modo le scienze umane (le humanities). Anche per il secondo, che quest’anno festeggia i 50 anni (è stato istituito infatti nel 1965) siamo più nel campo delle arti in generale che del cinema: si tratta comunque di uno sostanziale investimento, visto che nel 2015 il budget ammontava a circa 146 milioni, mentre il primo ciclo di application da 27 milioni è stato approvato per il 2016. Tra i 1,126 progetti che verranno finanziati c’è davvero di tutto, festival di musica, orchestre, recital di poesia, fino a festival del cinema e residence per filmmaker che direttamente o indirettamente aiutano nella produzione di film. In un Paese senza ministero della cultura sono questo tipo di agenzie federali che svolgono il ruolo più importante.

Circa i documentari, il finanziamento può essere diretto, e sostanzioso, soprattutto attraverso la rete pubblica PBS, che attraverso il programma POV (point of view) produce tra 14 e 16 documentari l’anno. Dal 1988, più di 400,che una volta mandati in onda raggiungono tra i 2 e i 4 milioni di persone: quantitativamente il più ampio pubblico possibile per un documentario indipendente. Da qui sono passati registi famosi, come Michael Moore, Errol Morris, Michael Apted, Frederick Wiseman. Sul sito PBS-POV c’è anche una lista aggiornata e dettagliata di possibili grant per documentari: uno strumento prezioso per i cineasti.

A livello statale la situazione è più complessa. Gli Usa sono davvero uno stato federale, con molte leggi regolate dai singoli Stati, che hanno ampi poteri. E questo vale anche per la tassazione cinematografica. Un caso notevole è quello della Louisiana, così notevole da guadagnarsi il soprannome di “Hollywood South”. Qui recentemente è stato ricreato il mondo immaginario di Jurassic Park, ma sono stati girati anche film come Fantastic 4 – I Fantastici Quattro e Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie. Nel 2013, secondo un report della Motion Picture Assotiation of America, è stato speso un miliardo di dollari per sostenere più di 10,000 posti di lavoro. Lo stato aiutava per rimborso di somme pari al 30% del costo del film. Troppo, secondo il governatore Bobby Jindal che la scorsa estate ha fatto passare una legge che diminuisce i rimborsi, aggiungendosi a stati come Michigan, North Carolina e Alaska dove di recente simili programmi sono stati modificati per ragioni di budget.

Molte università con programmi per film-maker offrono infine possibilità di finanziamento, chi più chi meno. E pure il Sundance, tra i festival del cinema indipendente forse il più noto e importante (anche se la nozione di indipendente è qui molto ampia)  offre finanziamenti per la realizzazione di film – come fanno del resto altri festival non americani, come Rotterdam tra gli altri.

 


“Viviamo in uno stato razzista”: nelle università americane esplode la protesta

Cosa sta succedendo in alcune università americane? Quella a cui stiamo assistendo, e di cui arrivano distrattamente notizie anche in Italia , è una nuova onda di attivismo universitario? In due università che più diverse (geograficamente, economicamente, socialmente) non potrebbero essere, Yale e University of Missouri, le proteste di studenti di colore e dei loro alleati – cioè spesso la maggior parte della popolazione universitaria – hanno portato a gesti eclatanti. In particolare, in Missouri il rettore si è dimesso dopo il clamoroso sciopero della squadra locale di football americano – che significa perdere migliaia di dollari per l’università, visto le entrate che questi sport comportano.

continua su Gli Stati Generali (11 novembre 2015)


“Anarchici, mafiosi, lunatici”. Quando gli invasori eravamo noi

Lo scorso aprile Gianni Morandi ha pubblicato una foto su Facebook (dove è attivissimo con quasi due milioni di like e post quotidiani) che proponeva un confronto tra gli immigrati di oggi e l’emigrazione italiana del secolo scorso. Era accompagnata da un messaggio semplice, quasi banale e venato di populismo, diceva più o meno “a proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria […] Non è passato poi così tanto tempo…”. È stato subissato dai commenti, soprattutto dalle offese e dagli improperi razzisti. E se alla maggior parte si fa fatica a trovare un filo logico, tanta la stupidità e la più becera xenofobia, c’è un argomento che ricorre in molti di questi commenti e in generale quando viene affrontato questo discorso: noi (nel senso gli italiani) eravamo immigrati regolari, era tutto legale, andavamo a lavorare, non oziare e chiedere alberghi a cinque stelle o peggio a delinquere, e trovavamo in genere gente pronta ad accoglierci perché siamo buoni lavoratori. Vale la pena provare ad affrontare questi stereotipi il più possibile in modo razionale, e fare un salto nel tempo, riandare a vedere qualcuna delle storie, così simili malgrado i contesti diversissimi, dell’emigrazione italiana, soprattutto in America. Che si, le condizioni sono diverse, in tempi relativamente recenti non si è mai vista una situazione così esplosiva e instabile in Medio Oriente e Africa, ma i flussi migratori sono parte della storia dell’uomo . La manodopera (a basso costo, spesso bassissimo, talvolta praticamente nullo) va dove serve, che sia per costruire, per assistere gli anziani, o, come un secolo e passa fa, per lavorare nei campi di cotone. “Diversamente da quanto si pensa – scrive uno degli specialisti dell’emigrazione italiana, Emilio Franzina, nel libro Traversate (2003) – le migrazioni non costituiscono, nella storia del mondo, l’equivalente di una specie di ictus demografico destinato a manifestarsi solo di tanto in tanto”. Non sono, cioè, una manifestazione straordinaria.

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“A more perfect union?” – Usa, aiuti federali, e quell’unione europea potenziale, un articolo per Gli Stati Generali

Subito dopo i risultati del referendum greco dello scorso 5 luglio è uscito un articolo sul Washington Post scritto da Jared Bernstein (ex capo economista del vice-presidente Joe Biden e senior fellow di un think tank progressista come il Center on Budget and Policy Priorities):  “[In Grecia] ci sono in ballo fattori politici strutturali, che sono endemici al fatto che un’unione monetaria non è un’unione politica, né un’unione fiscale, né una bancaria. Come mi ha detto un economista tedesco: ‘Pensi che alla gente di Manhattan piacerebbe bailing out (salvare) il Texas?’”. Gli fa eco, in un dibattito piuttosto liberal, Paul Krugman, l’economista Premio Nobel e commentatore sul New York Times, attivissimo nei giorni della crisi greca: “Ahem. Difatti la gente di Manhattan did bail out (ha salvato) il Texas”. È successo, continua Krugman, negli anni Ottanta e Novanta, ai tempi della cosiddetta savings and loan crisis. Ma la situazione non è molto diversa oggi, e soprattutto il sistema è simile: nessuno, va avanti lo studioso, ha mai chiesto ai cittadini di Manhattan se volessero salvare il Texas o meno, c’è un sistema che funziona in proposito, e quindi succede automaticamente. Per Krugman, questo è un paragone che funziona più di quello Grecia-Porto Rico che è stato sbandierato a destra e a manca, anche sui giornali italiani. Tra i motivi, proprio il fatto che Porto Rico – malgrado tecnicamente non sia (ancora) uno stato americano ma un territorio – appartenga ad un’unione monetaria ed in particolare il fatto che “le banche di Porto Rico siano al sicuro in un safety net (rete di sicurezza/protettiva) nazionale”. Ci sono infatti negli Stati Uniti una serie di meccanismi di aiuto da parte del governo federale agli stati più bisognosi. Oggi New Mexico, Mississippi, Kentucky, Alabama, sono alcuni degli stati che ricevono i più ingenti aiuti federali in forme dirette o indirette. Continua su Gli Stati Generali

 


Un profilo di Bernie Sanders

Poco più di un anno fa The Nation, settimanale storico della sinistra radicale americana, dedicava la copertina a Bernard detto Bernie Sanders. All’interno, una lunga intervista dove l’ultra settantenne senatore di sinistra diceva, senza mezzi termini, che era pronto a correre per la presidenza degli Stati Uniti d’America nel 2016. Tra i tanti dubbi di allora, c’era quello se correre per le primarie del Partito democratico, o come indipendente. C’è voluto più di un anno per arrivare, lo scorso giovedì, alla conferma ufficiale, con una breve conferenza tenuta a Washington fuori dal Campidoglio. Sanders sfiderà alle primarie del Partito democratico Hillary Rodham Clinton, oltre… continua su Gli Stati Generali


“It’s intense man”, qualche nota su American Sniper

Domenica notte si assegnano gli Oscar. Quelle che seguono sono alcune note (pensate per chi ha visto il film), di certo non una recensione, su American Sniper, uno dei film più controversi e belli che concorrono per il miglior film.

Spunti su American Sniper [Attenzione SPOILER]:

1.     È un film che ipotizza che un barbecue in Texas possa essere peggio della guerra in Iraq

2.     È un film su un mito, un eroe, un po’ come un film su Che Guevara, Gramsci, o Fred Hampton. Solo che è un eroe della destra, e dal punto di vista della costruzione di un tale immaginario eroico che va considerato.

3.     Si può continuare a scrivere di film senza pensare che uno spettatore alla fine del film possa andare a casa e digitare Chris Kyle (il protagonista di American Sniper) su Google?

4.     Il cinema non ha più nulla da dire, dicono alcuni. I film dicono altro, e quest’anno passato, magari un anno gramo, ce lo hanno dimostrato almeno in quattro: Godard col suo 3D che sia finalmente un 3D, quindi con una radicale presa di coscienza che lo spazio cinematografico può essere completamente ripensato, Birdman e Boyhood con il loro sovvertimento del tempo cinematografico. E poi c’è Eastwood, che reinventa il cinema politico.

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