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“Anarchici, mafiosi, lunatici”. Quando gli invasori eravamo noi

Lo scorso aprile Gianni Morandi ha pubblicato una foto su Facebook (dove è attivissimo con quasi due milioni di like e post quotidiani) che proponeva un confronto tra gli immigrati di oggi e l’emigrazione italiana del secolo scorso. Era accompagnata da un messaggio semplice, quasi banale e venato di populismo, diceva più o meno “a proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria […] Non è passato poi così tanto tempo…”. È stato subissato dai commenti, soprattutto dalle offese e dagli improperi razzisti. E se alla maggior parte si fa fatica a trovare un filo logico, tanta la stupidità e la più becera xenofobia, c’è un argomento che ricorre in molti di questi commenti e in generale quando viene affrontato questo discorso: noi (nel senso gli italiani) eravamo immigrati regolari, era tutto legale, andavamo a lavorare, non oziare e chiedere alberghi a cinque stelle o peggio a delinquere, e trovavamo in genere gente pronta ad accoglierci perché siamo buoni lavoratori. Vale la pena provare ad affrontare questi stereotipi il più possibile in modo razionale, e fare un salto nel tempo, riandare a vedere qualcuna delle storie, così simili malgrado i contesti diversissimi, dell’emigrazione italiana, soprattutto in America. Che si, le condizioni sono diverse, in tempi relativamente recenti non si è mai vista una situazione così esplosiva e instabile in Medio Oriente e Africa, ma i flussi migratori sono parte della storia dell’uomo . La manodopera (a basso costo, spesso bassissimo, talvolta praticamente nullo) va dove serve, che sia per costruire, per assistere gli anziani, o, come un secolo e passa fa, per lavorare nei campi di cotone. “Diversamente da quanto si pensa – scrive uno degli specialisti dell’emigrazione italiana, Emilio Franzina, nel libro Traversate (2003) – le migrazioni non costituiscono, nella storia del mondo, l’equivalente di una specie di ictus demografico destinato a manifestarsi solo di tanto in tanto”. Non sono, cioè, una manifestazione straordinaria.

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“A more perfect union?” – Usa, aiuti federali, e quell’unione europea potenziale, un articolo per Gli Stati Generali

Subito dopo i risultati del referendum greco dello scorso 5 luglio è uscito un articolo sul Washington Post scritto da Jared Bernstein (ex capo economista del vice-presidente Joe Biden e senior fellow di un think tank progressista come il Center on Budget and Policy Priorities):  “[In Grecia] ci sono in ballo fattori politici strutturali, che sono endemici al fatto che un’unione monetaria non è un’unione politica, né un’unione fiscale, né una bancaria. Come mi ha detto un economista tedesco: ‘Pensi che alla gente di Manhattan piacerebbe bailing out (salvare) il Texas?’”. Gli fa eco, in un dibattito piuttosto liberal, Paul Krugman, l’economista Premio Nobel e commentatore sul New York Times, attivissimo nei giorni della crisi greca: “Ahem. Difatti la gente di Manhattan did bail out (ha salvato) il Texas”. È successo, continua Krugman, negli anni Ottanta e Novanta, ai tempi della cosiddetta savings and loan crisis. Ma la situazione non è molto diversa oggi, e soprattutto il sistema è simile: nessuno, va avanti lo studioso, ha mai chiesto ai cittadini di Manhattan se volessero salvare il Texas o meno, c’è un sistema che funziona in proposito, e quindi succede automaticamente. Per Krugman, questo è un paragone che funziona più di quello Grecia-Porto Rico che è stato sbandierato a destra e a manca, anche sui giornali italiani. Tra i motivi, proprio il fatto che Porto Rico – malgrado tecnicamente non sia (ancora) uno stato americano ma un territorio – appartenga ad un’unione monetaria ed in particolare il fatto che “le banche di Porto Rico siano al sicuro in un safety net (rete di sicurezza/protettiva) nazionale”. Ci sono infatti negli Stati Uniti una serie di meccanismi di aiuto da parte del governo federale agli stati più bisognosi. Oggi New Mexico, Mississippi, Kentucky, Alabama, sono alcuni degli stati che ricevono i più ingenti aiuti federali in forme dirette o indirette. Continua su Gli Stati Generali

 


Un profilo di Bernie Sanders

Poco più di un anno fa The Nation, settimanale storico della sinistra radicale americana, dedicava la copertina a Bernard detto Bernie Sanders. All’interno, una lunga intervista dove l’ultra settantenne senatore di sinistra diceva, senza mezzi termini, che era pronto a correre per la presidenza degli Stati Uniti d’America nel 2016. Tra i tanti dubbi di allora, c’era quello se correre per le primarie del Partito democratico, o come indipendente. C’è voluto più di un anno per arrivare, lo scorso giovedì, alla conferma ufficiale, con una breve conferenza tenuta a Washington fuori dal Campidoglio. Sanders sfiderà alle primarie del Partito democratico Hillary Rodham Clinton, oltre… continua su Gli Stati Generali


Un nuovo vello d’oro, “Petrolio”

Il 6 e 7 marzo si è tenuta all’università di Yale la con­fe­renza «The Legacy of Pier Paolo Paso­lini», che ho organizzato insieme a Karen Raizen per il qua­ran­ten­nale della morte di Paso­lini. All’evento hanno par­te­ci­pato stu­diosi, soprat­tutto gio­vani, euro­pei e ame­ri­cani, man­te­nendo un approc­cio for­te­mente inter­di­sci­pli­nare e non agio­gra­fico, volto soprat­tutto a recu­pe­rare il Paso­lini meno stu­diato e a pro­ble­ma­tiz­zarlo all’interno dei pro­cessi cul­tu­rali ita­liani di allora e di oggi (qui per mag­giori infor­ma­zioni). Quello che riporto qui sotto è parte del key­note speech di Karen Pin­kus, pro­fes­so­ressa a Cor­nell Uni­ver­sity e autrice di diversi testi sulla cul­tura ita­liana e non solo, e in pas­sato anche col­la­bo­ra­trice del manifesto. L’articolo è appunto uscito su Alias/Il Manifesto il 14 marzo, da me tradotto. In fondo il pdf. 

ppp_NYDa quando, nel 2000, il ter­mine antro­po­cene è stato uffi­cial­mente intro­dotto dal fisico Paul Cru­tzen per descri­vere la nostra nuova epoca geo­lo­gica, come sot­to­ca­te­go­ria dell’olocene e del qua­ter­na­rio, è diven­tato moneta sonante per gli studi uma­ni­stici, forse usato anche per riven­dere vec­chie idee incar­tate in carta nuova, ma anche per pro­vare a pen­sare ad una sto­ria al di là della nostra com­pren­sione, per nego­ziare – in qual­che modo lon­ta­na­mente – con il potere umano di inter­ve­nire nel tempo geo­lo­gico.

Negli ultimi tempi sono apparsi, anche in Ita­lia, diversi lavori di un nuovo genere che potremmo chia­mare «nar­ra­tiva sul cam­bia­mento cli­ma­tico». La mag­gior parte di que­sti testi usano tec­ni­che lin­gui­sti­che e nar­ra­tive con­ven­zio­nale, anche quando sono ambien­tate in un futuro disto­pico. Paso­lini anti­cipa pro­fon­da­mente l’antropocene nel suo lavoro non finito Petro­lio, che deriva il titolo pre­ci­sa­mente da uno dei due prin­ci­pali com­bu­sti­bili fos­sili.

Paso­lini per l’antropocene dun­que: avant la let­tre – dato che l’idea di cam­bia­mento cli­ma­tico non era in cir­co­la­zione quarant’anni fa – assu­mendo, come voglio fare, che vada fatta una chiara distin­zione tra le par­ti­co­la­rità della velo­cità in cui si stanno con­cen­trando i gas serra e le que­stioni più gene­rali sulla degra­da­zione ambien­tale che, per quanto pos­sano essere mal­va­gie, man­cano di quell’insondabile tem­po­ra­lità e glo­ba­lità con cui abbiamo a che fare adesso.

Paso­lini per l’antropocene, mal­gré lui, date le sue cri­ti­che al con­for­mi­smo delle mode – acca­de­mi­che e non; e con l’idea che un certo tipo di eco­lo­gi­smo possa essere sog­getto a falsa tol­le­ranza o reso sino­nimo di «vita» (si pensi alla sua abiura pub­bli­cata alcuni mesi prima della morte), Paso­lini per l’antropocene nella misura in cui include e disfa le pro­prie limi­ta­zioni nar­ra­tive. Rife­ri­menti mito­lo­gici e nar­ra­zioni rea­li­ste si mesco­lano flui­da­mente nelle note sugli argo­nauti del Petro­lio di Paso­lini. La nota 54 si inti­tola infatti «Il viag­gio reale nel Medio Oriente» e rac­conta i det­ta­gli degli inve­sti­menti fal­liti in Marocco di una delle sus­si­dia­rie dell’Eni. La prosa è un mix di poe­ti­che orfi­che, sogni, descri­zioni erotiche-esotiche del deserto, e lin­guag­gio buro­cra­tico. Sarebbe impos­si­bile pro­vare a sepa­rare que­sti diversi tipi di regi­stri: vanno visti tutti insieme per­ché la ricerca del petro­lio, nell’opera di Paso­lini, è tanto poe­tica quanto è geo­fi­sica o geo­po­li­tica. Nelle note sugli argo­nauti di Petro­lio alcuni pas­saggi, corti e fram­men­tati, del testo ita­liano sono seguiti da paren­tesi che con­ten­gono le parole: «testo greco». Paso­lini avrebbe cer­ta­mente potuto scri­vere egli stesso del testo in greco, se non da solo con l’aiuto di qual­che amico clas­si­ci­sta. Ma è pre­ci­sa­mente per­ché il testo non è (ancora) leg­gi­bile, che è real­mente sim­bo­lico del suo intero lavoro. Come quando scrive, «La mia deci­sione: che è quella non di scri­vere una sto­ria, ma di costruire una forma (…) forma con­si­stente sem­pli­ce­mente in ‘qual­cosa di scritto’. Non nego che cer­ta­mente la cosa migliore sarebbe stata inven­tare addi­rit­tura un alfa­beto, magari di carat­tere ideo­gra­fico e gero­gli­fico, e stam­pare l’intero libro così» (appunto 37). La lin­gua, illeg­gi­bile a tutti a parte che al suo autore, avrebbe appros­si­mato il più rigo­ro­sa­mente ad una forma senza con­te­nuto, ma, come egli stesso spiega, il suo carat­tere (o potremmo dire il suo uma­ni­smo) l’ha costretto ad evi­tare tali misure estreme.

Tut­ta­via Petro­lio, con le note in greco che appa­iono come una pre­senza, deve per ora rima­nere una forma di discorso. Come l’autore lamenta, non è nep­pure un oggetto di tran­si­zione. Il deserto siriano e le col­line libi­che sem­brano l’Italia cen­trale (nean­che Napoli o la Sici­lia). E poi appena Paso­lini descrive la pri­ma­vera medio­rien­tale, Carlo (il pro­ta­go­ni­sta, o meglio uno dei pro­ta­go­ni­sti di Petro­lio) arriva in una gelida Mal­pensa. Il let­tore è costretto a fare una tran­si­zione, dalle ripe­tute sodo­mie e dai demoni, dal deserto ricco di demoni, alle lotte poli­ti­che di Milano. Mi pare sia diven­tato neces­sa­rio leg­gere que­sti dislo­ca­menti geo­gra­fici e tonali non come schizzi che in futuro diver­ranno logici attra­verso una prosa tran­si­zio­nale, ma piut­to­sto come ver­ti­gi­nosi movi­menti che ci for­zano ad abban­do­nare i con­fini sta­bili degli stati-nazione pro­dut­tori d’energia in favore di una vita sot­ter­ra­nea sen­suale e scia­mante. I com­bu­sti­bili che cir­co­lano sot­to­terra in Petro­lio sono vivi, nel pas­sato e nel pre­sente, come divi­nità pri­mor­diali.

Il petro­lio è il moderno vello d’oro, non sol­tanto nel più ovvio senso meta­fo­rico, ma molto più pro­fon­da­mente, dato che Paso­lini non può (ancora) farne il solo sog­getto del libro, come sem­bre­rebbe impe­gna­tosi nel titolo e nell’eliminare tutta la prosa e la poe­sia, tutto il testo che verrà e che potrebbe dare una spe­ci­fica tra­iet­to­ria nar­ra­tiva. Non può finire il suo lavoro, per­ché Petro­lio non è sem­pli­ce­mente un altro dei suoi lavori. È la (sua) vita. Se lo avesse finito, sarebbe stato con­su­mato, come i com­bu­sti­bili. Ciò che rende Petro­lio così tem­pe­stivo, oggi, nell’antropocene, è pre­ci­sa­mente il suo essere così pro­fon­da­mente legato all’idea di scrit­tura come poten­zia­lità. Le scelte – ancora da fare – i testi che ver­ranno – non sapremo mai se Paso­lini li avrebbe lasciati nel testo o eli­mi­nati o avrebbe aspor­tato qual­cuna delle ambi­guità – que­sto è ciò che rende il testo vivo e aperto a diversi futuri a cui un romanzo con­ven­zio­nale, messo al mondo dal suo autore, non potrebbe mai avvi­ci­narsi. Petro­lio incarna un’idea di futuro – non un futuro ripro­dut­tivo e etero-normativo, ma un’altra tem­po­ra­lità, un mes­sia­ni­smo queer, forse, pre­ci­sa­mente nella sua resi­stenza – o dovremmo dire fal­li­mento – di fis­sare sulla pagina quel tipo di scelte nar­ra­tive omni­com­pren­sive che non per­met­tono ripen­sa­menti. E anche se scri­veva prima di una gene­rale con­sa­pe­vo­lezza del cam­bia­mento cli­ma­tico in tutta la sua spe­ci­fi­cità, cioè, non solo una crisi di inqui­na­mento, di spaz­za­tura, di cica­trici sulla super­fi­cie della terra o rifiuti nucleari, insomma prima di un tempo come il nostro in cui l’emissione di gas per­fet­ta­mente natu­rali e invi­si­bili da sotto la super­fi­cie fin nell’atmosfera si veri­fica ad un ritmo molto più veloce di quella per­fet­ta­mente natu­rale – in un certo senso, quindi, una crisi di tem­po­ra­lità più che di sostanza – in que­sto strano lavoro, letto in tutti i suoi disor­dini, met­tendo insieme alchi­mia, petro­lio, lascivi spi­riti fem­mi­nili che erut­tano dai sot­ter­ra­nei popo­lati da demoni– solo così comin­ciamo ad approc­ciare, senza mai rag­giun­gerla, una lin­gua ade­guata ai nostri tempi. (Tra­du­zione di Luca Peretti)

Karen Pinkus alias-del-14-marzo-2015


“It’s intense man”, qualche nota su American Sniper

Domenica notte si assegnano gli Oscar. Quelle che seguono sono alcune note (pensate per chi ha visto il film), di certo non una recensione, su American Sniper, uno dei film più controversi e belli che concorrono per il miglior film.

Spunti su American Sniper [Attenzione SPOILER]:

1.     È un film che ipotizza che un barbecue in Texas possa essere peggio della guerra in Iraq

2.     È un film su un mito, un eroe, un po’ come un film su Che Guevara, Gramsci, o Fred Hampton. Solo che è un eroe della destra, e dal punto di vista della costruzione di un tale immaginario eroico che va considerato.

3.     Si può continuare a scrivere di film senza pensare che uno spettatore alla fine del film possa andare a casa e digitare Chris Kyle (il protagonista di American Sniper) su Google?

4.     Il cinema non ha più nulla da dire, dicono alcuni. I film dicono altro, e quest’anno passato, magari un anno gramo, ce lo hanno dimostrato almeno in quattro: Godard col suo 3D che sia finalmente un 3D, quindi con una radicale presa di coscienza che lo spazio cinematografico può essere completamente ripensato, Birdman e Boyhood con il loro sovvertimento del tempo cinematografico. E poi c’è Eastwood, che reinventa il cinema politico.

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La cultura dello stupro nei campus americani

La scena è di qualche settimana fa. L’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Jimmy Carter, è seduto vicino a Peter Salovey, presidente dell’università di Yale, e poco più in là siede un altro ex presidente, il messicano Ernesto Zedillo, adesso capo del “Center for the Study of Globalization” della stessa università. Carter ha finito da poco la sua prolusione sui diritti delle donne, di fronte a una platea di più di 2500 persone, soprattutto studenti. C’è tempo per alcune domande, anche su altri temi, ma è chiaro che quello è l’argomento di cui vuole parlare l’ex presidente, quello che gli sta a cuore e su cui ha da poco scritto un libro. Parla dei problemi costanti nei campus americani, anche (e forse soprattutto) quelli delle università più prestigiose, con le violenze sessuali e in generale con la cultura maschilista. Si capisce che non vuole sferrare un attacco diretto all’università che lo ospita, ci gira un po’ intorno finché Salovey non prova una difesa preventiva e un po’ goffa delle politiche di Yale sull’argomento. “Ma in realtà – incalza Carter – ho letto un articolo sull’Huffington Post mentre venivo che diceva che Yale ha avuto, negli anni passati, sei studenti, maschi, che sono stati riconosciuti o hanno ammesso di aver compiuto violenze sessuali che non sono stati espulsi”.

L’imbarazzo è inferiore solo allo scrosciante applauso che segue. Solo un mese prima di questa scena un articolo sul New York Times aveva reso noto caso di molestie e discriminazioni sul lavoro perpetrate dall’ex capo di cardiologia della School of Medicine di Yale – uno dei centri di ricerca medica più importanti del paese. È la storia delle pesanti avance di un uomo potente verso una giovane ricercatrice italiana (per questo la storia ha avuto qualche risonanza anche in Italia) e di come i suoi rifiuti abbiano portato a discriminazioni lavorative nei confronti dell’allora fidanzato, ora marito, anch’egli alla School of Medicine. Non si tratta di problemi solo di Yale: una buona maggioranza delle università americane, specie quelle più prestigiose (cui in Italia guardiamo come modelli senza spesso aver idea di cosa parliamo), sono ancora controllate da uomini bianchi, spesso in là con l’età. E sono anche luoghi in cui stupri e molestie – o presunti tali, ci arriviamo – sono quanto meno possibili, se non diffusi.

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AMORE, VADO A VEDERE UNA PARTITA DI PALLONE. IN TEXAS

È sabato sera, e nonostante siano già le 7.30 il sole splende ancora sull’House Park, glorioso stadio anni Trenta degli Austin Aztex. Un misto di curiosità e una buona dose di tempo da buttare mi hanno spinto fin qui per vedere la prima partita della nuova stagione della Premier Development League (il quarto livello americano, tipo una Lega Pro, ma non troppo professionista). La squadra di casa sfida gli Houston Dutch Lion, che sono parte di una sorta di curioso franchising e in qualche modo legati al FC Twente. Gli Aztex sono i campioni uscenti, e c’è un po’ il pubblico delle grandi occasioni, posto che le grandi occasioni sportive qui non sono certo la squadra di soccer della città, fondata appena sei anni fa e già trasferita una volta altrove e poi tornata, ma piuttosto le partite dei vari sport della locale università (UT Austin), una delle più grandi degli Stati Uniti. Ma del resto Austin, capitale del Texas, è l’unica tra le grandi città dello stato (San Antonio, Houston, Dallas) che non ha una squadra NBA, e quindi la febbre del sabato sera di sport qualche migliaia di persone la placano assistendo a una lega minore di soccer, questo sport misterioso ma ormai in crescita anche a queste latitudini. Che è pure vero che c’è anche altro da fare in una delle città più cool d’America, dove la musica dal vivo è diffusa come le fontanelle a Roma (Austin è chiamata The Live Music Capital of the World, e qui si svolge ogni anno il South by Southwest), e gli anni Settanta con le loro frotte di hippie sembrano non essere poi così lontani… continua su Crampi Sportivi o Pagina99.

Drug and Gun Free