Sette parole chiave per un oggetto tutto ancora da scoprire

Il cinema è vivo e vegeto, anzi forse non è mai stato così bene, solo va cercato altrove, bisogna re-interpretarne le forme, capire come si riproduce, come si è espanso e assemblato/ri-assemblato, dove sono le reliquie e le icone, in quali schermi lo vediamo. E soprattutto, come media e viene mediato dalla proliferazione di sempre più nuovi fratelli (altri media, appunto) con cui si trova ad interagire. Di questo e molto altro parla l’ultimo libro di Francesco Casetti La Galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene (Bompiani, 2015, 20 euro). Casetti insegna all’università di Yale da alcuni anni (una precisazione è d’ordine: chi scrive è uno studente dell’autore del libro qui recensito) dopo aver passato la maggior parte della sua carriera alla Cattolica di Milano, ed è uno dei più importanti teorici italiani dei media. La Galassia Lumière ruota intorno a sette concetti che l’autore propone per pensare al cinema di oggi e a quello “che viene”, che sono anche i sette capitoli che compongono il volume: rilocazione, reliquie e icone, assemblage, espansione, ipertropia, display, performance.

Va detto subito che questo libro trascende il mero ambito universitario, è un testo al tempo stesso di facile comprensione e pieno di continui rimandi interni e esterni, quasi a costituire più piani di lettura, scritto violando o andando oltre rigide convenzioni accademiche, guidato da una forte prima persona singolare – l’esperienza personale, del resto, è una delle chiavi per capire l’ambiente mediale contemporaneo. Il libro si regge su una quantità notevolissima di note (oltre 500) e di testi citati o richiamati, e del resto questo libro esce a dieci anni dall’ultimo di questo autore (L’Occhio del Novecento), tempi lunghissimi impensabili per la bulimica accademia italiana dove si pubblica molto e spesso, spesso tralasciando la qualità. Casetti non usa i film come esempi per un suo ragionamento teorico già pensato (come fanno molti teorici del cinema) ma piuttosto usa il cinema teoricamente: parte dalla visione, facendo risaltare alcuni elementi connettendoli ad un ragionamento teorico. Per esempio, racconta la famosa scena dell’incendio in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore per parlare del “desiderio del cinema di uscire dal suo luogo tradizionale”, “del rischio di morte che il cinema corre nel lasciare la sala”, a cui però segue una possibile rinascita del cinema. Non è l’approccio tipico di uno studioso di cinema, è piuttosto un pensatore che si occupa di media contemporanei tout-court saltando da una disciplina e l’altra senza perdere la bussola. Nel libro infatti si trovano anche diversi rimandi a come si legano esperienze della contemporaneità al cinema, come quando lega migrazioni e processi di circolazione alla rilocazione del cinema in altri ambienti. Torna, però, sempre al cinema, e alla sua natura in continuo movimento. A Casetti non interessa dimostrare che nulla è cambiato, visto che ammette candidamente che molto è cambiato. Né gli interessa attaccarsi all’idea di cinema che fu. Piuttosto studia le tracce, le sopravvivenze, le innovazioni che non snaturano, anzi fanno fare salti in avanti. E lo fa proprio andando indietro nel tempo per dimostrare come il cinema è sempre stato tante cose, si è sempre riaggiornato e anche drasticamente reinventato. Il cinema “è stato a lungo sia qualcosa da vedere sia un modo di vederlo. È stato una serie di film, ed è stato un apparato (proiettore, schermo, sala)”, oppure, “il cinema è qualcosa che si configura di volta in volta, sulla spinta della situazione, di un bisogno, di un ricordo” (112). Per questo, argomenta Casetti, il cinema non è più un apparato (concetto chiave delle teorie del cinema dagli anni settanta in poi) ma è un assemblage, che vede una completa evoluzione del ruolo dello spettatore che ora assembla quello che vuole vedere, “non abbiamo più a che fare con una macchina precostituita in modo univoco, ma con qualcosa che si forma di volta in volta sotto le pressioni delle circostanze, e i cui elementi sono liberi di entrare anche in altre combinazioni”. Oltre a Walter Benjamin, punto di riferimento espressamente citato lungo tutto il libro, si respira anche molto Siegfried Kracauer, meno chiamato in causa direttamente ma egualmente presente.

Casetti propone una quantità incredibili di idee e concetti (forse troppi per un solo libro), che non possono essere passati in rassegna qui: basti accennare all’idea del cinema come uno e trino (cinema della dispersione, dell’adesione, e della consapevolezza), alle varie distinzioni che propone tra filmico, cinematografico, cinetico, schermico, all’insistenza sull’importanza dello spazio dove i media si realizzano, contro l’idea diffusa che ormai prescindano dallo spazio. Particolarmente interessante è l’idea della rilocazione, che fa dire a Casetti che “lo spettatore non va più al cinema; semmai lo trova sul suo cammino”: il cinema si vede non solo in luoghi non deputati, come arene, schermi sui palazzi, ma anche telefonini, tablet, schermi nelle stazioni dei treni, sugli aerei, in luoghi dunque che servono anche – se non soprattutto – ad altro. E naturalmente queste trasformazioni investono tutto il panorama dei media, che sono “ormai dispositivi volti a ‘intercettare’ l’informazione” più che “strumenti per l’esplorazione del mondo e per il dialogo tra le persone” (243). Non c’è pessimismo per il futuro del cinema, anzi, a tratti forse si sente un ottimismo eccessivo, specie per quanto riguarda il ritorno alla sala.

Come accennato, il libro ha un difetto che è anche un pregio, l’incredibile mole di concetti e idee rischia di disorientare. Ma d’altronde è proprio questo che può dare il là a ricerche e lavori ancora da fare. Non è infatti un libro dalle opinioni forti e definitive, quanto una fotografia attenta della situazione contemporanea. Che le immagini in movimento siano ovunque è ormai un dato di fatto. Ancora poco, specie nel panorama italiano, si è fatto per capire cosa questo dato significhi non solo per le immagini, ma per chi le guarda: lo spettatore, nel libro di Casetti, è un soggetto attivo, un bricoleur (mobilitando Levi-Strauss), è un performer, è molto altro, trascendendo la sua natura (che, pure, non è mai stata ferma). Ciò che resta, dopo la lettura di questo libro è la consapevolezza che l’oggetto cinema non solo, come detto, non è morto, ma che ancora molto da fare per capire cosa sia: “Il cinema è un oggetto tutto ancora da scoprire”, così si conclude il volume.

Uscito per Alias/Il Manifesto del 10 ottobre 2015.

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“Anarchici, mafiosi, lunatici”. Quando gli invasori eravamo noi

Lo scorso aprile Gianni Morandi ha pubblicato una foto su Facebook (dove è attivissimo con quasi due milioni di like e post quotidiani) che proponeva un confronto tra gli immigrati di oggi e l’emigrazione italiana del secolo scorso. Era accompagnata da un messaggio semplice, quasi banale e venato di populismo, diceva più o meno “a proposito di migranti ed emigranti, non dobbiamo mai dimenticare che migliaia e migliaia di italiani, nel secolo scorso, sono partiti dalla loro Patria […] Non è passato poi così tanto tempo…”. È stato subissato dai commenti, soprattutto dalle offese e dagli improperi razzisti. E se alla maggior parte si fa fatica a trovare un filo logico, tanta la stupidità e la più becera xenofobia, c’è un argomento che ricorre in molti di questi commenti e in generale quando viene affrontato questo discorso: noi (nel senso gli italiani) eravamo immigrati regolari, era tutto legale, andavamo a lavorare, non oziare e chiedere alberghi a cinque stelle o peggio a delinquere, e trovavamo in genere gente pronta ad accoglierci perché siamo buoni lavoratori. Vale la pena provare ad affrontare questi stereotipi il più possibile in modo razionale, e fare un salto nel tempo, riandare a vedere qualcuna delle storie, così simili malgrado i contesti diversissimi, dell’emigrazione italiana, soprattutto in America. Che si, le condizioni sono diverse, in tempi relativamente recenti non si è mai vista una situazione così esplosiva e instabile in Medio Oriente e Africa, ma i flussi migratori sono parte della storia dell’uomo . La manodopera (a basso costo, spesso bassissimo, talvolta praticamente nullo) va dove serve, che sia per costruire, per assistere gli anziani, o, come un secolo e passa fa, per lavorare nei campi di cotone. “Diversamente da quanto si pensa – scrive uno degli specialisti dell’emigrazione italiana, Emilio Franzina, nel libro Traversate (2003) – le migrazioni non costituiscono, nella storia del mondo, l’equivalente di una specie di ictus demografico destinato a manifestarsi solo di tanto in tanto”. Non sono, cioè, una manifestazione straordinaria.

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In marcia per Sacco & Vanzetti

1927-2015. Anche quest’anno Boston ha ricordato i due anarchici uccisi sulla sedia elettrica, tracciando un parallelo tra gli italiani di allora e gli immigrati di oggi. Perché la loro vicenda racchiude più lotte

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Il 23 ago­sto del 1927 Sacco e Van­zetti furono uccisi sulla sedia elet­trica nella pri­gione di un sob­borgo di Boston. Da dieci anni, anche in que­sta grande città ame­ri­cana del nord est, si tiene una mani­fe­sta­zione che li ricorda e com­me­mora. «Di solito siamo di più – rac­conta Ser­gio Reyes, uno degli orga­niz­za­tori della gior­nata – pro­ba­bil­mente è il tempo». Il 23 ago­sto del 2015, dome­nica scorsa, si pre­senta infatti con una piog­ge­rel­lina fitta e una neb­bia bassa, deci­sa­mente non un invito a scen­dere in piazza.

Il con­cen­tra­mento della mani­fe­sta­zione è pro­prio nel cen­tro della città, in quel Boston Com­mon che è un grande parco pieno di sto­ria, da accam­pa­mento dei sol­dati inglesi prima della rivo­lu­zione fino alle pro­te­ste con­tro la guerra in Viet­nam degli anni Ses­santa, e dove si radunò anche la folla che in quell’agosto del 1927 tentò di farsi sen­tire una volta di più con­tro la con­danna. Da qui par­tono anche i tour della città con­dotti da per­so­nale vestito come ai tempi della rivo­lu­zione, che per tutta la gior­nata fanno un po’ da con­tral­tare alla mar­cia di anar­chici e mili­tanti di varie sigle che pro­pon­gono una sto­ria non neces­sa­ria­mente “uffi­cia­liz­zata” dalle istituzioni.

La mani­fe­sta­zione infatti, orga­niz­zata oltre che dalla Sacco and Van­zetti Com­me­mo­ra­tion Society anche da altri gruppi come Black Rose, Encuentro5 e gli Indu­strial Wor­kers of the World (i glo­riosi Wob­blies), si snoda per le vie del cen­tro attra­ver­sando le strade della rivo­lu­zione fino a con­clu­dersi nel cuore del North End, la zona italo-americana della città, sotto gli occhi con­fusi dei turi­sti e quelli scon­cer­tati di qual­che ben­pen­sante dal por­ta­fo­glio pieno (que­sta è una delle zone più ric­che del paese).

 

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«Gli ita­liani di ieri – dice Reyes dal micro­fono davanti alla pic­cola folla che si è radu­nata – sono i lati­nos di oggi. Ecco per­ché anche se molti di noi non sono ita­liani o anar­chici, è impor­tante essere qui». Ed ecco per­ché il legame tra immi­gra­zione di oggi e di allora deve essere così forte, anche gra­zie alla pre­senza, per la prima volta quest’anno, della Boston Banda de Paz El Sal­va­dor, una vivace ensem­ble di immi­grati che accom­pa­gna il cor­teo. «Quest’anno è il decimo anno – rac­conta sem­pre Reyes –. È comin­ciata come ini­zia­tiva dei Young Anar­chist, che sin dall’inizio hanno lavo­rato con i movi­menti che si bat­tono per i diritti dei lavo­ra­tori e dei migranti, in par­ti­co­lare della May day coa­li­tion. Il primo anno il cor­teo, com­po­sto da circa 2000 per­sone, è andato fino al cimi­tero di Forest Hill, dove Sacco e Van­zetti furono cre­mati. Poi l’anno dopo, nel 2007 per l’ottantesimo anni­ver­sa­rio, siamo diven­tati una society, e da allora il cor­teo si tiene ogni anno intorno a que­sta data».

Quello di Sacco e Van­zetti è un caso emble­ma­tico, anche se all’epoca non man­ca­rono molti altri casi di ucci­sioni di comu­ni­sti e anar­chici ita­liani (come lo stesso Andrea Sal­sedo, amico dei due, “sui­ci­dato” dall’Fbi nel 1920), che qui anar­chici hanno comin­ciato a volare dalle fine­stre ben prima di Pinelli.

Gli ita­liani, spe­cie i meri­dio­nali, furono anche lin­ciati al pari dei neri fino a pochi anni prima, come ha rac­con­tato Enrico Dea­glio nel suo recente libro Sto­ria vera e ter­ri­bile tra Sici­lia e Ame­rica, e una delle chiavi di let­tura della vicenda dei due anar­chici uccisi a Boston è pro­prio quella di vederla come una sorta di lin­ciag­gio isti­tu­zio­na­liz­zato, in un’epoca in cui gli Stati Uniti sta­vano final­mente comin­ciando a pren­dere coscienza di que­sta pra­tica bru­tale e fino ad allora ampia­mente tol­le­IMG_3189rata dalle autorità.

Ma quello di Sacco e Van­zetti è diven­tato un caso emble­ma­tico non solo per il cla­more media­tico che suscitò allora e nei decenni a seguire, ma anche per­ché con­ti­nua a inter­cet­tare una serie di tema­ti­che asso­lu­ta­mente pre­senti nella società ame­ri­cana e no. «È una vicenda che rac­chiude una serie di lotte – con­ti­nua Reyes – dalle lotte per i diritti degli immi­grati, quanto mai attuali oggi negli Stati Uniti, a quelle con­tro la pena di morte (viene infatti ricor­dato dal palco che il Con­nec­ti­cut ha recen­te­mente dichia­rato inco­sti­tu­zio­nale que­sta pra­tica), fino a quella con­tro gli abusi degli appa­rati gover­na­tivi. Da sem­pre la mar­cia ha que­ste caratteristiche».

Reyes rac­conta come dieci anni fa la mani­fe­sta­zione partì dal North End, pro­prio dalla strada dove si tro­vava l’impresa di pompe fune­bri che si occupò delle salme dei due e dove aveva sede il Sacco-Vanzetti Defense Com­mit­tee «e pro­prio lì, dove si tro­vava il comi­tato, di recente abbiamo fatto met­tere una targa».
Come molte Lit­tle Italy degli Stati Uniti anche que­sta è soprat­tutto una zona turi­stica dove si met­tono in mostra (e soprat­tutto in ven­dita) scam­poli di iden­tità ita­liana. Una volta era molto diverso: «Sacco e Van­zetti veni­vano qui, ave­vano amici e com­pa­gni». Oggi invece le comu­nità italo-americane sono lar­ga­mente con­ser­va­trici e poco inte­res­sate all’eredità dei mili­tanti anar­chici e comu­ni­sti dell’epoca: «Alcuni anni fa siamo riu­sciti a orga­niz­zare una lezione di Howard Zinn su Sacco e Van­zetti insiePer Sacco e Vanzetti 27 agosto 2015me alla Dante Ali­ghieri Society, ma per il resto non c’è molto inte­resse da parte della comu­nità italo-americana».

Il quar­tiere, pro­prio in que­sti giorni, pre­para le varie feste dei santi che si ten­gono in que­sto periodo, dove abbon­dano cibo fritto e ita­lia­nità ven­duta un tot al chilo. Sui muri, tar­ghe ricor­dano poli­ziotti italo-americani e mem­bri di que­sta o quell’istituzione gover­na­tiva, oltre ai caduti per le guerre della nuova patria. Una grande sta­tua della glo­ria locale, il pugile Tony Demarco (ancora vivo e vegeto), cam­peg­gia all’ingresso del North End. «Il nostro obiet­tivo – con­clude Reyes – sarebbe pro­prio quello di fare un monu­mento a Sacco e Van­zetti, qui nel quartiere».
Uscito su Il Manifesto del 26 agosto 2015.


“A more perfect union?” – Usa, aiuti federali, e quell’unione europea potenziale, un articolo per Gli Stati Generali

Subito dopo i risultati del referendum greco dello scorso 5 luglio è uscito un articolo sul Washington Post scritto da Jared Bernstein (ex capo economista del vice-presidente Joe Biden e senior fellow di un think tank progressista come il Center on Budget and Policy Priorities):  “[In Grecia] ci sono in ballo fattori politici strutturali, che sono endemici al fatto che un’unione monetaria non è un’unione politica, né un’unione fiscale, né una bancaria. Come mi ha detto un economista tedesco: ‘Pensi che alla gente di Manhattan piacerebbe bailing out (salvare) il Texas?’”. Gli fa eco, in un dibattito piuttosto liberal, Paul Krugman, l’economista Premio Nobel e commentatore sul New York Times, attivissimo nei giorni della crisi greca: “Ahem. Difatti la gente di Manhattan did bail out (ha salvato) il Texas”. È successo, continua Krugman, negli anni Ottanta e Novanta, ai tempi della cosiddetta savings and loan crisis. Ma la situazione non è molto diversa oggi, e soprattutto il sistema è simile: nessuno, va avanti lo studioso, ha mai chiesto ai cittadini di Manhattan se volessero salvare il Texas o meno, c’è un sistema che funziona in proposito, e quindi succede automaticamente. Per Krugman, questo è un paragone che funziona più di quello Grecia-Porto Rico che è stato sbandierato a destra e a manca, anche sui giornali italiani. Tra i motivi, proprio il fatto che Porto Rico – malgrado tecnicamente non sia (ancora) uno stato americano ma un territorio – appartenga ad un’unione monetaria ed in particolare il fatto che “le banche di Porto Rico siano al sicuro in un safety net (rete di sicurezza/protettiva) nazionale”. Ci sono infatti negli Stati Uniti una serie di meccanismi di aiuto da parte del governo federale agli stati più bisognosi. Oggi New Mexico, Mississippi, Kentucky, Alabama, sono alcuni degli stati che ricevono i più ingenti aiuti federali in forme dirette o indirette. Continua su Gli Stati Generali

 


Un profilo di Bernie Sanders

Poco più di un anno fa The Nation, settimanale storico della sinistra radicale americana, dedicava la copertina a Bernard detto Bernie Sanders. All’interno, una lunga intervista dove l’ultra settantenne senatore di sinistra diceva, senza mezzi termini, che era pronto a correre per la presidenza degli Stati Uniti d’America nel 2016. Tra i tanti dubbi di allora, c’era quello se correre per le primarie del Partito democratico, o come indipendente. C’è voluto più di un anno per arrivare, lo scorso giovedì, alla conferma ufficiale, con una breve conferenza tenuta a Washington fuori dal Campidoglio. Sanders sfiderà alle primarie del Partito democratico Hillary Rodham Clinton, oltre… continua su Gli Stati Generali


Un nuovo vello d’oro, “Petrolio”

Il 6 e 7 marzo si è tenuta all’università di Yale la con­fe­renza «The Legacy of Pier Paolo Paso­lini», che ho organizzato insieme a Karen Raizen per il qua­ran­ten­nale della morte di Paso­lini. All’evento hanno par­te­ci­pato stu­diosi, soprat­tutto gio­vani, euro­pei e ame­ri­cani, man­te­nendo un approc­cio for­te­mente inter­di­sci­pli­nare e non agio­gra­fico, volto soprat­tutto a recu­pe­rare il Paso­lini meno stu­diato e a pro­ble­ma­tiz­zarlo all’interno dei pro­cessi cul­tu­rali ita­liani di allora e di oggi (qui per mag­giori infor­ma­zioni). Quello che riporto qui sotto è parte del key­note speech di Karen Pin­kus, pro­fes­so­ressa a Cor­nell Uni­ver­sity e autrice di diversi testi sulla cul­tura ita­liana e non solo, e in pas­sato anche col­la­bo­ra­trice del manifesto. L’articolo è appunto uscito su Alias/Il Manifesto il 14 marzo, da me tradotto. In fondo il pdf. 

ppp_NYDa quando, nel 2000, il ter­mine antro­po­cene è stato uffi­cial­mente intro­dotto dal fisico Paul Cru­tzen per descri­vere la nostra nuova epoca geo­lo­gica, come sot­to­ca­te­go­ria dell’olocene e del qua­ter­na­rio, è diven­tato moneta sonante per gli studi uma­ni­stici, forse usato anche per riven­dere vec­chie idee incar­tate in carta nuova, ma anche per pro­vare a pen­sare ad una sto­ria al di là della nostra com­pren­sione, per nego­ziare – in qual­che modo lon­ta­na­mente – con il potere umano di inter­ve­nire nel tempo geo­lo­gico.

Negli ultimi tempi sono apparsi, anche in Ita­lia, diversi lavori di un nuovo genere che potremmo chia­mare «nar­ra­tiva sul cam­bia­mento cli­ma­tico». La mag­gior parte di que­sti testi usano tec­ni­che lin­gui­sti­che e nar­ra­tive con­ven­zio­nale, anche quando sono ambien­tate in un futuro disto­pico. Paso­lini anti­cipa pro­fon­da­mente l’antropocene nel suo lavoro non finito Petro­lio, che deriva il titolo pre­ci­sa­mente da uno dei due prin­ci­pali com­bu­sti­bili fos­sili.

Paso­lini per l’antropocene dun­que: avant la let­tre – dato che l’idea di cam­bia­mento cli­ma­tico non era in cir­co­la­zione quarant’anni fa – assu­mendo, come voglio fare, che vada fatta una chiara distin­zione tra le par­ti­co­la­rità della velo­cità in cui si stanno con­cen­trando i gas serra e le que­stioni più gene­rali sulla degra­da­zione ambien­tale che, per quanto pos­sano essere mal­va­gie, man­cano di quell’insondabile tem­po­ra­lità e glo­ba­lità con cui abbiamo a che fare adesso.

Paso­lini per l’antropocene, mal­gré lui, date le sue cri­ti­che al con­for­mi­smo delle mode – acca­de­mi­che e non; e con l’idea che un certo tipo di eco­lo­gi­smo possa essere sog­getto a falsa tol­le­ranza o reso sino­nimo di «vita» (si pensi alla sua abiura pub­bli­cata alcuni mesi prima della morte), Paso­lini per l’antropocene nella misura in cui include e disfa le pro­prie limi­ta­zioni nar­ra­tive. Rife­ri­menti mito­lo­gici e nar­ra­zioni rea­li­ste si mesco­lano flui­da­mente nelle note sugli argo­nauti del Petro­lio di Paso­lini. La nota 54 si inti­tola infatti «Il viag­gio reale nel Medio Oriente» e rac­conta i det­ta­gli degli inve­sti­menti fal­liti in Marocco di una delle sus­si­dia­rie dell’Eni. La prosa è un mix di poe­ti­che orfi­che, sogni, descri­zioni erotiche-esotiche del deserto, e lin­guag­gio buro­cra­tico. Sarebbe impos­si­bile pro­vare a sepa­rare que­sti diversi tipi di regi­stri: vanno visti tutti insieme per­ché la ricerca del petro­lio, nell’opera di Paso­lini, è tanto poe­tica quanto è geo­fi­sica o geo­po­li­tica. Nelle note sugli argo­nauti di Petro­lio alcuni pas­saggi, corti e fram­men­tati, del testo ita­liano sono seguiti da paren­tesi che con­ten­gono le parole: «testo greco». Paso­lini avrebbe cer­ta­mente potuto scri­vere egli stesso del testo in greco, se non da solo con l’aiuto di qual­che amico clas­si­ci­sta. Ma è pre­ci­sa­mente per­ché il testo non è (ancora) leg­gi­bile, che è real­mente sim­bo­lico del suo intero lavoro. Come quando scrive, «La mia deci­sione: che è quella non di scri­vere una sto­ria, ma di costruire una forma (…) forma con­si­stente sem­pli­ce­mente in ‘qual­cosa di scritto’. Non nego che cer­ta­mente la cosa migliore sarebbe stata inven­tare addi­rit­tura un alfa­beto, magari di carat­tere ideo­gra­fico e gero­gli­fico, e stam­pare l’intero libro così» (appunto 37). La lin­gua, illeg­gi­bile a tutti a parte che al suo autore, avrebbe appros­si­mato il più rigo­ro­sa­mente ad una forma senza con­te­nuto, ma, come egli stesso spiega, il suo carat­tere (o potremmo dire il suo uma­ni­smo) l’ha costretto ad evi­tare tali misure estreme.

Tut­ta­via Petro­lio, con le note in greco che appa­iono come una pre­senza, deve per ora rima­nere una forma di discorso. Come l’autore lamenta, non è nep­pure un oggetto di tran­si­zione. Il deserto siriano e le col­line libi­che sem­brano l’Italia cen­trale (nean­che Napoli o la Sici­lia). E poi appena Paso­lini descrive la pri­ma­vera medio­rien­tale, Carlo (il pro­ta­go­ni­sta, o meglio uno dei pro­ta­go­ni­sti di Petro­lio) arriva in una gelida Mal­pensa. Il let­tore è costretto a fare una tran­si­zione, dalle ripe­tute sodo­mie e dai demoni, dal deserto ricco di demoni, alle lotte poli­ti­che di Milano. Mi pare sia diven­tato neces­sa­rio leg­gere que­sti dislo­ca­menti geo­gra­fici e tonali non come schizzi che in futuro diver­ranno logici attra­verso una prosa tran­si­zio­nale, ma piut­to­sto come ver­ti­gi­nosi movi­menti che ci for­zano ad abban­do­nare i con­fini sta­bili degli stati-nazione pro­dut­tori d’energia in favore di una vita sot­ter­ra­nea sen­suale e scia­mante. I com­bu­sti­bili che cir­co­lano sot­to­terra in Petro­lio sono vivi, nel pas­sato e nel pre­sente, come divi­nità pri­mor­diali.

Il petro­lio è il moderno vello d’oro, non sol­tanto nel più ovvio senso meta­fo­rico, ma molto più pro­fon­da­mente, dato che Paso­lini non può (ancora) farne il solo sog­getto del libro, come sem­bre­rebbe impe­gna­tosi nel titolo e nell’eliminare tutta la prosa e la poe­sia, tutto il testo che verrà e che potrebbe dare una spe­ci­fica tra­iet­to­ria nar­ra­tiva. Non può finire il suo lavoro, per­ché Petro­lio non è sem­pli­ce­mente un altro dei suoi lavori. È la (sua) vita. Se lo avesse finito, sarebbe stato con­su­mato, come i com­bu­sti­bili. Ciò che rende Petro­lio così tem­pe­stivo, oggi, nell’antropocene, è pre­ci­sa­mente il suo essere così pro­fon­da­mente legato all’idea di scrit­tura come poten­zia­lità. Le scelte – ancora da fare – i testi che ver­ranno – non sapremo mai se Paso­lini li avrebbe lasciati nel testo o eli­mi­nati o avrebbe aspor­tato qual­cuna delle ambi­guità – que­sto è ciò che rende il testo vivo e aperto a diversi futuri a cui un romanzo con­ven­zio­nale, messo al mondo dal suo autore, non potrebbe mai avvi­ci­narsi. Petro­lio incarna un’idea di futuro – non un futuro ripro­dut­tivo e etero-normativo, ma un’altra tem­po­ra­lità, un mes­sia­ni­smo queer, forse, pre­ci­sa­mente nella sua resi­stenza – o dovremmo dire fal­li­mento – di fis­sare sulla pagina quel tipo di scelte nar­ra­tive omni­com­pren­sive che non per­met­tono ripen­sa­menti. E anche se scri­veva prima di una gene­rale con­sa­pe­vo­lezza del cam­bia­mento cli­ma­tico in tutta la sua spe­ci­fi­cità, cioè, non solo una crisi di inqui­na­mento, di spaz­za­tura, di cica­trici sulla super­fi­cie della terra o rifiuti nucleari, insomma prima di un tempo come il nostro in cui l’emissione di gas per­fet­ta­mente natu­rali e invi­si­bili da sotto la super­fi­cie fin nell’atmosfera si veri­fica ad un ritmo molto più veloce di quella per­fet­ta­mente natu­rale – in un certo senso, quindi, una crisi di tem­po­ra­lità più che di sostanza – in que­sto strano lavoro, letto in tutti i suoi disor­dini, met­tendo insieme alchi­mia, petro­lio, lascivi spi­riti fem­mi­nili che erut­tano dai sot­ter­ra­nei popo­lati da demoni– solo così comin­ciamo ad approc­ciare, senza mai rag­giun­gerla, una lin­gua ade­guata ai nostri tempi. (Tra­du­zione di Luca Peretti)

Karen Pinkus alias-del-14-marzo-2015


“It’s intense man”, qualche nota su American Sniper

Domenica notte si assegnano gli Oscar. Quelle che seguono sono alcune note (pensate per chi ha visto il film), di certo non una recensione, su American Sniper, uno dei film più controversi e belli che concorrono per il miglior film.

Spunti su American Sniper [Attenzione SPOILER]:

1.     È un film che ipotizza che un barbecue in Texas possa essere peggio della guerra in Iraq

2.     È un film su un mito, un eroe, un po’ come un film su Che Guevara, Gramsci, o Fred Hampton. Solo che è un eroe della destra, e dal punto di vista della costruzione di un tale immaginario eroico che va considerato.

3.     Si può continuare a scrivere di film senza pensare che uno spettatore alla fine del film possa andare a casa e digitare Chris Kyle (il protagonista di American Sniper) su Google?

4.     Il cinema non ha più nulla da dire, dicono alcuni. I film dicono altro, e quest’anno passato, magari un anno gramo, ce lo hanno dimostrato almeno in quattro: Godard col suo 3D che sia finalmente un 3D, quindi con una radicale presa di coscienza che lo spazio cinematografico può essere completamente ripensato, Birdman e Boyhood con il loro sovvertimento del tempo cinematografico. E poi c’è Eastwood, che reinventa il cinema politico.

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