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Negli Usa i finanziamenti per il cinema sono a forma di patchwork

[Articolo uscito il 2 gennaio 2016 per Pagina99, parte di due paginate sui finanziamenti dei film. Nell’altro articolo ospitato nelle due pagine, Roberto Silvestri illustrava il nuovo disegno di legge italiano per i finanziamenti al cinema e la “diaspora” dei registi italiani all’estero]

Cinema negli Stati Uniti significa capitalismo: in un certo senso per spiegare perché il capitalismo made in USA si sia affermato in maniera egemonica uno dei esempi cardini è proprio Hollywood, chealla fine delle due guerre mondiali ha inondato le sale di molti paesi, conquistando mercati lasciati liberi o poco occupati, sviluppando aggressive strategie di marketing e attirando maestranze e talenti. E come capitalismo Usa si trasforma, così si trasforma il cinema: dalle concentrazioni verticali dell’era classica di Hollywood, fino alle televisione e alle partnership con Netflix e Amazon video, o il recente emergere della Open Road Fims, casa di produzione fondata da due colossi della distribuzione, che l’anno scorso ha prodotto Lo sciacallo – Nightcrawler e ora è una seria pretendente all’Oscar con Il caso Spotlight.

Anche il settore pubblico statunitense ha però un ruolo nel finanziamento di film. E qui il panorama è variegato, come lo è in generale per il finanziamento delle arti: “Il finanziamento per le arti in America”, spiega infatti un opuscolo del National Endowment for the Arts, “è un sistema complesso e in continua evoluzione, composto da iniziative imprenditoriali, fondazioni filantropiche, fino a agenzie governative”. Per il cinema, si va infatti da pochi e selezionati finanziamenti federali, passando per grossi sgravi fiscali, soprattutto a livello statale, fino ad altre forme di finanziamenti come quelli che arrivano dalle università – talvolta pubbliche, come la scuola di cinema di UCLA a Los Angeles, una delle più note e gloriose. E in genere, per quanto riguarda i finanziamenti, diretti il documentario se la passa meglio del cinema di finzione, dove però si applicano meglio sgravi fiscali.

Le agenzie federali attraverso cui si possono ottenere fondi sono due, il National Endowment for the Humanities e soprattutto il già citato National Endowment for the Arts (NEA). Il primo è piuttosto limitato, visto che occorre fare film che riguardano in qualche modo le scienze umane (le humanities). Anche per il secondo, che quest’anno festeggia i 50 anni (è stato istituito infatti nel 1965) siamo più nel campo delle arti in generale che del cinema: si tratta comunque di uno sostanziale investimento, visto che nel 2015 il budget ammontava a circa 146 milioni, mentre il primo ciclo di application da 27 milioni è stato approvato per il 2016. Tra i 1,126 progetti che verranno finanziati c’è davvero di tutto, festival di musica, orchestre, recital di poesia, fino a festival del cinema e residence per filmmaker che direttamente o indirettamente aiutano nella produzione di film. In un Paese senza ministero della cultura sono questo tipo di agenzie federali che svolgono il ruolo più importante.

Circa i documentari, il finanziamento può essere diretto, e sostanzioso, soprattutto attraverso la rete pubblica PBS, che attraverso il programma POV (point of view) produce tra 14 e 16 documentari l’anno. Dal 1988, più di 400,che una volta mandati in onda raggiungono tra i 2 e i 4 milioni di persone: quantitativamente il più ampio pubblico possibile per un documentario indipendente. Da qui sono passati registi famosi, come Michael Moore, Errol Morris, Michael Apted, Frederick Wiseman. Sul sito PBS-POV c’è anche una lista aggiornata e dettagliata di possibili grant per documentari: uno strumento prezioso per i cineasti.

A livello statale la situazione è più complessa. Gli Usa sono davvero uno stato federale, con molte leggi regolate dai singoli Stati, che hanno ampi poteri. E questo vale anche per la tassazione cinematografica. Un caso notevole è quello della Louisiana, così notevole da guadagnarsi il soprannome di “Hollywood South”. Qui recentemente è stato ricreato il mondo immaginario di Jurassic Park, ma sono stati girati anche film come Fantastic 4 – I Fantastici Quattro e Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie. Nel 2013, secondo un report della Motion Picture Assotiation of America, è stato speso un miliardo di dollari per sostenere più di 10,000 posti di lavoro. Lo stato aiutava per rimborso di somme pari al 30% del costo del film. Troppo, secondo il governatore Bobby Jindal che la scorsa estate ha fatto passare una legge che diminuisce i rimborsi, aggiungendosi a stati come Michigan, North Carolina e Alaska dove di recente simili programmi sono stati modificati per ragioni di budget.

Molte università con programmi per film-maker offrono infine possibilità di finanziamento, chi più chi meno. E pure il Sundance, tra i festival del cinema indipendente forse il più noto e importante (anche se la nozione di indipendente è qui molto ampia)  offre finanziamenti per la realizzazione di film – come fanno del resto altri festival non americani, come Rotterdam tra gli altri.

 


AFFETTI & DISPETTI (LA NANA)

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Torino e Sundance sono due dei festival più interessanti del pianeta, da dove spesso emergono interessanti opere indipendenti e originariamente non destinate ai grandi circuiti. E dove ogni tanto emergono film come questo La Nana (orrendamente ma soprattutto inutilmente intitolato in italiano Affetti & Dispetti), tanto esaltato quanto mediocre e pieno di furbate. Siamo a Santiago del Cile, in una casa di una ricca coppia di professionisti con tanto di filiazione abbondante. Rachel è la “vecchia” tata (nana in spagnolo), tanto legata alla famiglia e ai ragazzi.
Ma la signora non ce la fa più, compie ben 41 anni, non sta neanche tanto bene, e allora pensano sia il caso di affiancarle un’altra collaboratrice. L’orgogliosa donna di casa non la prende bene, e come una qualunque anziana alle prese con badanti poco gradite fa di tutto per mandar via queste colleghe, che si avvicendano perché nessuna sopporta le sue sottili e meno sottili angherie.
Il film descrive con una certa bravura le geometrie dei rapporti nel microcosmo familiare: la famiglia è un mondo che gli sceneggiatori (il regista e Pedro Peirano) analizzano nel dettaglio, cercando di mettere in risalto le psicologie dei personaggi, mentre Sebastián Silva con la sua telecamera esplora da molto vicino corpi e particolari della casa. Interessante, ma non del tutto riuscito.
Non si capisce bene perché rendere le immagini sgranate, riprendere tutto come una sorta di documentario a basso costo: o perché usare un campo sempre cosi stretto, tentando una sorta di introspezione che invece rimane sempre superficiale. Sembrano un po’ delle furbate, volutamente messe lì per un pubblico indie: uno stile tanto cool per ingraziarsi i cinèphiles del terzo millennio. Sul piano narrativo, tanta tanta noia, con l’illusione di produrre qualcosa di lirico, profondo, e invece tutto rimane come sospeso, incompiuto, a chiedersi il come mai di queste azioni cattive della protagonista, buone di questo e quel personaggio. Bravissima, si capisce, l’eclettica protagonista Catalina Saavedra, ma non basta a farne un buon film.

per Zabirskiepoint