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“Viviamo in uno stato razzista”: nelle università americane esplode la protesta

Cosa sta succedendo in alcune università americane? Quella a cui stiamo assistendo, e di cui arrivano distrattamente notizie anche in Italia , è una nuova onda di attivismo universitario? In due università che più diverse (geograficamente, economicamente, socialmente) non potrebbero essere, Yale e University of Missouri, le proteste di studenti di colore e dei loro alleati – cioè spesso la maggior parte della popolazione universitaria – hanno portato a gesti eclatanti. In particolare, in Missouri il rettore si è dimesso dopo il clamoroso sciopero della squadra locale di football americano – che significa perdere migliaia di dollari per l’università, visto le entrate che questi sport comportano.

continua su Gli Stati Generali (11 novembre 2015)

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Pasolini a Yale

Sto organizzando insieme a Karen Raizen una serie di eventi su Pasolini qua a Yale . L’evento principale è una conferenza che si terrà il 6/7 marzo, ma prima ci sono workshops, lezioni e una retrospettiva. Qui più informazioni, mentre questo qui sotto è il poster della serie.

Pasolini series


La cultura dello stupro nei campus americani

La scena è di qualche settimana fa. L’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Jimmy Carter, è seduto vicino a Peter Salovey, presidente dell’università di Yale, e poco più in là siede un altro ex presidente, il messicano Ernesto Zedillo, adesso capo del “Center for the Study of Globalization” della stessa università. Carter ha finito da poco la sua prolusione sui diritti delle donne, di fronte a una platea di più di 2500 persone, soprattutto studenti. C’è tempo per alcune domande, anche su altri temi, ma è chiaro che quello è l’argomento di cui vuole parlare l’ex presidente, quello che gli sta a cuore e su cui ha da poco scritto un libro. Parla dei problemi costanti nei campus americani, anche (e forse soprattutto) quelli delle università più prestigiose, con le violenze sessuali e in generale con la cultura maschilista. Si capisce che non vuole sferrare un attacco diretto all’università che lo ospita, ci gira un po’ intorno finché Salovey non prova una difesa preventiva e un po’ goffa delle politiche di Yale sull’argomento. “Ma in realtà – incalza Carter – ho letto un articolo sull’Huffington Post mentre venivo che diceva che Yale ha avuto, negli anni passati, sei studenti, maschi, che sono stati riconosciuti o hanno ammesso di aver compiuto violenze sessuali che non sono stati espulsi”.

L’imbarazzo è inferiore solo allo scrosciante applauso che segue. Solo un mese prima di questa scena un articolo sul New York Times aveva reso noto caso di molestie e discriminazioni sul lavoro perpetrate dall’ex capo di cardiologia della School of Medicine di Yale – uno dei centri di ricerca medica più importanti del paese. È la storia delle pesanti avance di un uomo potente verso una giovane ricercatrice italiana (per questo la storia ha avuto qualche risonanza anche in Italia) e di come i suoi rifiuti abbiano portato a discriminazioni lavorative nei confronti dell’allora fidanzato, ora marito, anch’egli alla School of Medicine. Non si tratta di problemi solo di Yale: una buona maggioranza delle università americane, specie quelle più prestigiose (cui in Italia guardiamo come modelli senza spesso aver idea di cosa parliamo), sono ancora controllate da uomini bianchi, spesso in là con l’età. E sono anche luoghi in cui stupri e molestie – o presunti tali, ci arriviamo – sono quanto meno possibili, se non diffusi.

continua su Gli Stati Generali con il titolo La cultura dello stupro ha contagiato le élite americane


Il cielo dell’America (ovvero dove sono adesso, come mai ci sono)

parte seconda, continua da qui.

Finché una sera verso le sette, con a fianco gli occhietti azzurri più belli del mondo nella mia stanzetta di Lucca, prima di andare a presentare in pubblico un bellissimo film a cui sono tanto legato, leggo una di quelle mail da una persona il cui nome avevo letto solo sui libri o avevo sentita nominare da conoscenti comuni, ci sentiamo via Skype, e poi il telefono che chiama gli amici e affini raccontando di questa novità. E via il primo viaggio negli Stati Uniti, che poi sarebbe solo la seconda volta che uscivo dall’Europa, il confronto con quello che si sente dire su New York e quello che è, il ritorno a casa con un nuovo bellissimo lavoro da cominciare, ultimi tentennamenti e riflessioni e la firma, elettronica, su un contratto. Un piano quinquennale, scherzavo con l’ex complice che si è sentita paragonata a Stalin – non per la mise, di sicuro. Vivere protratti al futuro, ho scoperto, non è così male se lo si fa per alcuni mesi: permette di alleggerire la pressione sulla vita quotidiana, lasciandosi andare a rapporti che si sa che dureranno, senza il terrore di cosa farò, in questo mondo precario. E sorprendentemente mi sembra di aver gestito la situazione senza troppo affanno, e condendo il tutto di “beh Natale è così vicino” o “ma dai ormai è tutto collegato, gli aerei (non dico mai i voli, chi sa perché) costano poco, c’è Skype, etc” o “eh ma torno! Due-tre mesi l’anno starò sempre in Europa”. Non so se sarà così, non ci penso, se non sarà così spero ci saranno delle buone ragioni. Ci vuole un po’ di incoscienza, in fondo, ha ragione Mattia.

Poi piano piano la casa si riempie di scatoloni. Quella stessa casa che era stata di mia nonna, dove io per quel che ho potuto ho cambiato poco vivendo un poco come ospite, un poco come protagonista, adesso si appresta a vivere un’altra vita mentre con lo scotch chiudo una scatola di LIBRI SCIENZE SOCIALI e una FRAGILE con i miei bicchieri. Più delle scatole fanno forse effetto gli scaffali vuoti e i muri spogli, con quella carta da parati che con grande scorno di tutti i parenti non ho mai voluto cambiare – non era così brutta, in fondo – sempre sotto lo sguardo vigile del busto di mio nonno che non ho mai conosciuto. Il mio grande letto, la non scrivania, le librerie Ikea (paese che vai usanze sempre le stesse), il comodino dalla dubbia provenienza, tutto da impacchettare e portare verso la Toscana, mentre l’enorme mobile – sembra non più a norma – da sempre ospite di quella stanza, anche perché difficile spostarlo, concordiamo con zio e mamma ha decisamente fatto il suo tempo.

Ho cercato di passare gli ultimi giorni a Roma come fossi in compagnia di una vecchia amica o amante, anche se in parte ero in compagnia di una rappresentante del futuro. Le visite in centro, quello deqqua dal Tevere, il camminare perdendosi a Trastevere, il Ghetto con la sua comunità che solo di recente ho davvero sfiorato, le cene in trattorie, pizzerie e ristorantini, le soste a baretti e affini, il nuovo supermercato che finalmente ma troppo tardi ha aperto nel mio quartiere, dove per fortuna c’è sempre il mercato, quello dove da qualche anno c’è il pescivendolo di Anzio (dove il pesce lo puliscono ben bene, specie l’aiutante nordafricano che quando ha visto la neve a febbraio del 2010 è impazzito dalla gioia). Non sai mai che farci, di tutte le storie che hai vissuto in una città, belle e brutte che siano, te le porti a spasso in un pacchetto e ogni tanto le condividi con i protagonisti quando li incontri, o ti vengono in mente grazie a frammenti vari, in video, scritti, sotto forma di piccoli ricordi, come quando ti chiedono e insomma com’è Birmingham o ah Lucca è bellissima o Londra, ci vorrei vivere anche io, e tu racconti la tua personalissima visione, che ogni tanto coincide con le aspettative dello spettatore, ogni tanto no. Poi c’è Roma, mi dico, che io non sto lasciando, mi sto solo spostando qualche migliaia di chilometro più in là, continuando a guardarla da un’altra prospettiva e tornando a goderne quando possibile. Anche in questo caso mica lo so, se sarà così, ma per ora non importa troppo.

Adesso sono dentro una delle biblioteche più belle del mondo. Fa caldo umido, ma finirà presto, e comunque c’è l’aria condizionata al massimo, in Italia sono le 19.11 e qui le 13.11, c’è un’atmosfera ancora sonnolenta non siamo davvero entrati nel vivo.


Il cielo dell’America (ovvero dove sono adesso, come mai ci sono)

Le decisioni non sempre si prendono con chissà quale consapevolezza. Fallo con un po’ di incoscienza, come abbiamo fatto tutti, mi aveva detto Mattia, quando ero ancora in tempo per tornare indietro, seduti su suadenti divanetti dell’Italian Department di Yale. Negli ultimi due anni ho provato ad ottenere una borsa di studio per fare un Phd, prima a Londra poi a Leeds, la prima volta con nessuna convinzione, la seconda volta con molta, e c’eravamo quasi riusciti. Non che l’Inghilterra sia il posto dove vorrei passare la mia esistenza, ma mi pareva un buon compromesso passare un tre anni in un posto relativamente vicino casa, lavorando su materiale italiano quindi dovendo necessariamente tornare verso il Mediterraneo con una certa frequenza. Poi com’è come non è, prima la delusione inglese, poi uno dei migliori amici che finisce dritto alla New York University (dove hanno una biblioteca tanto alta quanto spaventosa e inospitale), e l’idea che si fa spazio. Poi, salto temporale. Ci siamo io e questo professore che chiacchieriamo non troppo lontano dal Vaticano, mi consiglia, mi spiega che sì, potrei decisamente provare, che tutto sommato dai, le partite della Roma in qualche modo si vedono anche con il fuso, e magari ti appassioni anche al baseball (ecco no, non credo). Mi rendo conto, ogni tanto, di fare cose perché vanno fatte, rinchiudendo da qualche parte dentro di me eventuali altre analisi. Non senza darmi risposte, semplicemente dandole per scontate. E allora una lista di università, richieste, statement, le cose fatte rigorosamente non all’ultimo momento (che mi prende l’ansia), ma al penultimo, senza sapere neanche con attenzione dove si trovino o cosa siano i posti dove sto facendo domanda, apprendendo dell’esistenza di Ivy League solo in corso d’opera, includendo università per motivi a me ignoti. Non per disinteresse, forse solo per non voler davvero considerare un’ipotesi lontana finché non si avvicina davvero. Eppure se ci ripenso quel tran tran mi era costato soldi e un po’ di fatica, a compilare domande, limare, tradurre, ordinare, capire le differenze di un sistema altro, anche se con l’esperienza britannica a fare da testa di ponte. E poi piano piano altre consapevolezze, la necessità di andarmene dall’amata Roma, dall’Italia, dall’Europa, cercando di ri-localizzarmi nel mondo, il pensare che è quello che ho sempre voluto, magari non nella grande e lontana America, ma ad andare sì, senza rincorrere sognante e con poco raziocinio la gonnella di turno.

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